Notizie fresche di bufala

bufaleSiamo i primi ad utilizzare internet per recuperare informazioni, notizie ed argomenti che poi riproponiamo o cerchiamo di rendere “fruibili” in maniera differenziata (e speriamo più ampia). Google, i social media, i blog e l’intero universo del web fatto dagli utenti generano una quantità di contenuti potenzialmente infinita. Il bello è che in questo modo abbiamo la possibilità di informarci su tutto e di farlo in maniera veloce ed immediata, senza confini, con la possibilità di scoprire cose nuove di cui non conoscevamo magari l’esistenza. L’aspetto meno confortante invece è che questo insieme di informazioni così vasto rischia di disorientarci, di farci perdere l’obiettivo principale delle nostre ricerche. E qualche volta anche di non trovare quello che cerchiamo. L’esempio che facciamo sempre è questo: provate a mettere su Google le parole “offerte lavoro Ancona”. Nel momento in cui scriviamo il motore di ricerca restituisce 822mila risultati: tanti, forse troppi per trovare quello che ci interessa veramente.

L’eccesso di informazioni porta con sé anche un altro rischio: quello di non riuscire a distinguere le informazioni “buone” da quelle che non lo sono, quelle utili da quelle poco interessanti. Questo accade per due motivi. Il primo è legato alla soggettività: non è detto ad esempio, che un’informazione utile per qualcuno possa essere considerata “spazzatura” da qualcun altro. Guardare video virali e divertenti potrebbe essere perfettamente inutile per molti di noi, mentre potrebbe essere fondamentale per chi si trovasse a doverne realizzare uno per pubblicità. L’informazione non è mai completamente oggettiva ed ha i suoi target di interesse.

C’è poi però un secondo motivo oggettivo: nel web gira un sacco di “mondezza”. Ci sono notizie, informazioni e documenti che sono più o meno palesemente falsi. Capita ormai con una certa frequenza di trovare notizie all’apparenza “intriganti” ma che sono bufale: raccontano delle cose che non corrispondono a verità. Il caso eclatante di questi giorni è quello di un rappresentante delle istituzioni che pensa di scusarsi per una gaffe indecorosa dicendo di aver letto la notizia su internet. Chiaramente la maggior parte delle persone ha pensato che il tipo in questione sia dotato di poca intelligenza (e noi non abbiamo elementi per dimostrare il contrario). Però, a parte la polemica sul caso, quante volte anche noi rischiamo di fare la figura degli imbecilli? Anche con cose di una certa serietà. Ad esempio su web circola in maniera convulsa la notizia che “Poste italiane assume!”: ciclicamente questo annuncio compare su siti web e post sui social media. Ma la verità è che se pensate di diventare postini, con un lavoro sicuro e vicino a casa rimarrete davvero delusi (nelle Marche al momento per esempio le Poste non cercano nessuno). Tra l’altro vi avvertiamo che la stessa cosa sta accadendo con Coop, il noto brand della distribuzione alimentare (ed anche in questo caso, ahinoi, si tratta di una bufala; perlomeno al momento).

Un servizio come l’Informagiovani dovrebbe aiutarvi anche in questo, nel cercare di capire se quello che si trova in giro e che ci può interessare è qualcosa di vero o di falso. E non sempre è così facile fare questa distinzione, perché i casi non sempre sono così evidenti come quelli che abbiamo citato qui sopra. Però oggi apprendiamo che anche Facebook (piattaforma nella quale certe false notizie possono circolare in maniera esponenziale ed incontrollata) ha deciso di porre rimedio in qualche modo alla cosa: “Per ridurre la circolazione di questi post, abbiamo fatto in modo che il flusso tenga conto di quanta gente segnali un dato post come “bufala” e di quanti utenti lo cancellino, dopo averlo pubblicato. Questo significa che un post segnalato da molte persone come una “bufala” – o che molte persone hanno cancellato – subirà una riduzione della sua circolazione sulle sezioni Notizie degli utenti“. Però tutti noi abbiamo un’arma in più rispetto a Facebook: la nostra capacità critica e la nostra abilità di verificare le notizie dovrebbero riuscire a metterci al riparo dalla maggior parte delle false notizie. E poi, possiamo sempre fare confronti, verifiche e cercare informazioni affidabili insieme: basta che passate a trovarci

Trovare lavoro: cosa bisogna saper fare

OLYMPUS DIGITAL CAMERATrovare lavoro e, soprattutto, trovarlo adatto alle nostre competenze e in sintonia con le nostre aspirazioni non è una cosa facile. Sembrerebbe anzi che in Italia, al momento, sia una cosa impossibile. Spesso ragazzi e ragazze vengono nel nostro servizio e chiedono “un lavoro qualsiasi”: ci spiace dover dire che questo lavoro, di fatto, non esiste. Sembra un paradosso perché se qualcuno immagina che un lavoro qualsiasi significhi essere disposti a fare tutto, pare impossibile che nessuno offra niente. Come a dire: “possibile che non ci sia un compito od una mansione, anche elementare e semplice, che posso svolgere”? Ed il problema è proprio questo. Data la competitività in tutti i settori ed a tutti i livelli, presentarsi disposti a fare tutto si traduce in un molto più povero “non so fare niente”. Oggi quel che conta è poter dare l’idea di sapere fare bene qualcosa: avere un’idea precisa delle proprie competenze e delle proprie abilità. E venderle al meglio.

Cosa bisogna saper fare allora? La risposta è duplice. La prima riguarda le nostre competenze nella ricerca. Quando cerchiamo lavoro dobbiamo sapere ricercare le informazioni giuste e riuscire ad utilizzarle al meglio (quanti di noi si sono informati, ad esempio, sul nome del referente del personale o sui progetti in corso dell’azienda alla quale stiamo per spedire il cv?). L’altra cosa che dobbiamo saper fare è “comunicare”! Comunicare significa sapersi presentare con una lettera di presentazione ed un cv fatti a regola d’arte, conoscere le giuste parole da utilizzare ad un primo incontro, sapere le cose da dire e quelle da non dire ad un colloquio, saper controllare il proprio linguaggio (anche quello non verbale) ed essere affascinanti e interessanti nelle cose che raccontiamo. Infine tra le cose che bisogna saper fare quando si cerca lavoro c’è “riuscire a definire un obiettivo” ed avere la costanza di perseguirlo: essere focalizzati su di un punto specifico (il tipo di lavoro, la mansione, il settore, l’azienda che abbiamo nei nostri desideri) può sembrare una vana speranza ma in realtà risulta, alla fine, l’unica strada per avere qualche possibilità. La generalizzazione (un lavoro qualsiasi) è sempre più spesso perdente.

Abbiamo scritto che la risposta è duplice perché poi ci sono le cose che bisogna saper fare per essere scelti. Ovvero quello che le aziende cercano, in termini di competenze, tra i lavoratori che vogliono assumere. In questo senso il blog “Italians in fuga” ha pubblicato qualche tempo una analisi di Linkedin, il social media dedicato al business, nella quale compaiono le competenze professionali più richieste nel mercato del lavoro. Il dato è su di un livello globale, quindi non parametrato alla sola Italia; leggerlo però può essere di aiuto per avere un quadro più preciso di che cosa accade nel mondo del lavoro.

La maggior parte delle competenze richieste appartiene a scienza, tecnologia, ingegneria e matematica (conosciute con l’acronimo STEM in inglese). La gestione di informazioni è richiesta dappertutto per fare fronte alla sua sempre maggiore disponibilità (per esempio capacità di analisi dei dati e statistica sono richiestissime). La conoscenza di una seconda lingua è molto richiesta da parte di aziende che operano a livello globale e devono gestire i rapporti con clienti di tutto il mondo. Nei due elenchi pubblicati ci sono sia le maggiori competenze a livello globale che quelle suddivise per Paesi (purtroppo nulla rispetto all’Italia). Per il mercato interno potremmo rifarci a dati quali quelli di Unioncamere sul fabbisogno di lavoro interno (sistema Excelsior): qui le cose cambiano abbastanza (e lo vedremo in un prossimo post) anche perché, purtroppo, molti passaggi di quella che è stata definita da più parti come la rivoluzione digitale il nostro Paese li ha saltati o sta ancora aspettando di farli. Riusciremo a recuperare? Ce lo auguriamo ma nel frattempo per tenerci al passo con i tempi ed essere sempre più aggiornati possibile prestiamo attenzione a quello che accade nel resto del mondo: prima o poi lo vedremo anche qui.

A tutta immagine

a tutta immagineUn paio di domande per chi non ha ancora superato i 30 anni: quante foto scattate ogni giorno? E che cosa fotografate? La risposta alla prima domanda il numero può essere molto variabile ma se avete uno smartphone non saranno sicuramente meno di 4/5 foto al giorno (significherebbe che sono quasi duemila foto all’anno). L’avere a disposizione uno strumento facile e veloce sicuramente aiuta questo ritmo frenetico di scatti, ma forse non è l’unico motivo. Ed infatti sul motivo per cui lo si fa le risposte possono essere varie e proviamo ad elencarne alcune che secondo la nostra opinione sono tra le più comuni: al primo posto sicuramente in questo periodo ci sono i selfie; al secondo posto c’è il cibo che mangiamo, vediamo o cuciniamo; al terzo posto i luoghi in cui siamo e ai quali siamo affezionati (viaggi, ma anche locali, spiagge o semplici luoghi in cui sostiamo con frequenza); infine tra le cose fotografate ci saranno probabilmente i prodotti che vogliamo (o vorremmo; la foto certe volte serve poi per cercare su internet la stessa cosa che abbiamo visto in negozio).

Perché facciamo tutte queste foto? Questa epoca è senz’altro dominata dalle immagini. E da una certa cultura “pop“delle stesse. Questo secondo noi è il trend che impera nella comunicazione e nella nostra vita relazionale e che per questo ci condiziona per molte scelte ed aspetti della vita. A nostro modo di vedere tutto è partito da Andy Warhol: la sua frase “nel futuro ognuno sarà famoso al mondo per 15 minuti” ha segnato più di un’epoca. Però c’è un’altra sua citazione, meno famosa, ma che nel nostro caso rende molto bene l’idea che vorremmo spiegarvi: “la mia mente è come un registratore con un solo tasto: – Cancella –“. Se le immagini oggi abbondano, i ricordi decisamente meno: scattare foto in continuazione (passateci l’esagerazione) non è forse anche un modo per fissare dei ricordi? O, meglio, non è forse un modo per affidarli a qualcosa che può registrarli per utilizzarli in un secondo momento? L’idea è questa: utilizziamo la nostra mente per raccogliere quanti più stimoli possibili e lasciamo che tempo ed energie per stabilizzarli, fissarli ce li metta qualcun altro. E questo qualcun altro è un dispositivo digitale che si collega ad un social network che, potenzialmente, rende il tutto imperituro. Ecco perché le immagini ci piacciono tanto. E ancor di più se siamo giovani.

In questo articolo de Il Post viene riportata la testimonianza di un 19enne americano, Andrew Watts, che spiega il motivo per cui gli adolescenti sono amanti soprattutto di Instagram, il social network delle immagini. I motivi per cui gli adolescenti preferiscono questo social network sono vari, noi ne segnaliamo alcuni: il flusso di immagini è più coerente con i propri gusti e questo incentiva a tornarci spesso, c’è una probabilità più alta di trovare immagini interessanti; la qualità dei contenuti su Instagram è mediamente più alta di quella su altri social network; Instagram, nel complesso, è molto più concentrata sui contenuti e su un solo tipo di questi (le foto): per chi la utilizza è molto meno dispersiva rispetto ad altri social network e dà l’idea di essere meno commerciale e di conseguenza più piacevole da usare e in un certo senso amichevole. Tutto questo con un sistema che principalmente fa una cosa: permette di modificare le foto che facciamo con dei filtri. Non è troppo lontano da quello che Warhol faceva con la pittura nel secolo scorso.

Jobs act per donne (e non solo)

jobs act per donneLungi dal compiersi delle pari opportunità effettive, nel nostro Paese qualcosa si muove anche per quello che riguarda il mondo del lavoro e le donne. I problemi sono diversi e rilevanti: l’accessibilità alla carriera, il riconoscimento delle competenze, la valutazione effettiva dei risultati, la discriminazione di fatto in alcuni settori. Ma anche quando il lavoro è una opportunità effettiva i problemi non mancano. Come abbiamo letto qui il dato tutto italiano è l’abbandono del lavoro delle mamme alla nascita del primo figlio: lo fa quasi un terzo delle donne occupate, secondo i dati diffusi dall’Istat e dall’Isfol. Se infatti prima della nascita dei figli lavorano 59 donne su 100, dopo la maternità ne continuano a lavorare solo 43“. Dunque un nodo cruciale è senz’altro (e ancora!) la maternità.

Qualcosa forse potrà cambiare nei prossimi mesi, perlomeno a livello giuridico. Infatti una delle deleghe previste dal jobs act riguarda la tutela della genitorialità (i figli non sono una questione riservata alle donne che li partoriscono). Come ormai avrete imparato il famigerato jobs act è una sorta di cornice di riferimento per una serie di azioni che riguardano il lavoro; cornice dalla quale poi nasceranno normative specifiche per regolare i singoli settori di intervento. E così, anche in questo caso, ci sono le linee guida che poi i successivi interventi normativi dovranno seguire. Ecco quelle che riguardano il lavoro e le donne: rafforzamento nella tutela dei diritti; misure fiscali per favorire la partecipazione del secondo percettore di reddito; potenziamento dell’offerta di servizi; flessibilità. Che cosa potrebbero significare nel concreto?

L’articolo di Casarico e Del Boca su Lavoce.info lo spiegano in questo modo. Un primo passo importante sarà in primo luogo l’estensione del diritto al congedo di maternità a tutte le categorie di donne lavoratrici. Un secondo passaggio sarà quello del credito di imposta: un credito per le donne lavoratrici, anche autonome, con figli minori o disabili non autosufficienti e che si trovino al di sotto di una determinata soglia di reddito individuale. L’obiettivo in questo secondo caso è anche quello di costituire un importante incentivo all’offerta di lavoro. Rimane però il nodo dei contratti a progetto: il jobs act non li abolisce, nemmeno per le donne o per certe situazioni contingenti, come la maternità, che potrebbero far scattare una riserva di tutela aggiuntiva.  “Ciò può avere effetti più pesanti per le donne, che già ora più numerose nei contratti a termine (14,2 per cento contro il 12,6 per cento per gli uomini nel 2013): i datori di lavoro avrebbero infatti possibilità di fare alle donne contratti brevi e di non rinnovarli alla scadenza in caso di gravidanza, aggirando i vincoli alle dimissioni in bianco.

Dal punto di vista dell’assistenza il jobs act propone anche una profonda integrazione pubblico-privato dell’offerta di servizi per l’infanzia. Quello a cui dovremmo assistere dovrebbe essere l’estensione di una buona pratica adottata in alcune regioni come l’Emilia Romagna in cui anche in tempo di crisi gli asili non sono diminuiti, anzi in certi casi aumentati. Dovrebbero così aumentare in numero ed in qualità servizi come l’asilo aziendale, quello condominiale e più in generale un’offerta di assistenza all’infanzia e alla genitorialità più varia. Infine per quello che riguarda la flessibilità (quella buona) dovrebbero riguardare prevalentemente le donne misure come il telelavoro, la flessibilità di orario di lavoro e la possibilità di cessione dei giorni di ferie tra lavoratori per attività di cura di figli minori.

Fin qui sembra tutto ok. C’è un “ma”. Queste misure sono subordinate alla condizione che non comportino ulteriori spese a carico dello Stato. E su questo punto ci sembra di poter condividere e sottoscrivere la considerazione finale delle due redattrici dell’articolo: “il rischio è che per quanto significative o condivisibili possano essere le politiche, la loro realizzazione dipenderà dall’effettivo reperimento di risorse economiche. E finora il nostro paese non è riuscito a considerare queste misure come prioritarie per lo sviluppo, e quindi in cima all’agenda politica. Un cambio di passo è quanto mai necessario“. Chiaramente, ci auguriamo anche noi un cambio di passo: non solo per le donne, ma per tutti noi.

Cosa c'è da imparare oggi (per domani)

codingL’epoca che stiamo vivendo, da un punto di vista professionale, richiede un continuo aggiornamento delle nostre capacità e delle nostre competenze. Non si tratta solo di frequentare corsi di formazione in continuo (che, diciamolo, a volte sono anche ridondanti). Piuttosto sempre più spesso viene richiesto un grado di adattabilità, di mutazione, di “improvvisazione” o prontezza a situazioni nuove e diverse: alcuni la chiamano flessibilità, ma così facendo il termine viene troppo spesso confuso con precarietà. Forse quello che potremmo intendere per flessibilità è la nostra capacità di adattare le nostre conoscenze a contesti diversi, la possibilità che abbiamo di apprendere non soltanto conoscenze tecniche ed operative ma anche saperi funzionali. Qualcosa che possiamo poi adattare a situazioni e contesti variegati. Una volta avrebbero detto “le basi”. Oggi, certamente, queste “basi” non son più quelle di una volta (come le stagioni 😉 ) e dobbiamo forse aggiornarci e registrare la nostra formazione su altri parametri.

In questo senso pensiamo che un esempio di quel che intendiamo possa essere rappresentato dai corsi di programmazione informatica. In gergo si chiama coding (da code, codice in inglese) ed è la competenza di riuscire a programmare un software affinché possa poi svolgere le funzioni che immaginiamo. Volendo fare un po’ di filosofia il coding è in qualche modo un atto creativo (in senso letterale) perchè spesso in informatica immaginare una cosa significa poi, quasi direttamente, poterla realizzare. Per molti esperti è una materia sempre più necessaria per chi è nato in questo millennio, al pari dell’inglese. Un docente dell’Università di Urbino, Alessandro Bogliolo, sostiene che “imparare a programmare non serve solo a creare futuri programmatori, il salto di qualità si fa quando si inizia a pensare che il coding debba diventare materia di studio. Non comprate un nuovo videogioco, fatene uno. Non scaricate l’ultima app, disegnatela.

Il concetto che sta alla base del linguaggio informatico è il pensiero computazionale, ovvero la capacità che possiamo acquisire di pensare in maniera algoritmica ovvero trovare una soluzione e svilupparla alle esigenze ed ai problemi che ci si presentano, che decidiamo di affrontare. Ammesso che questa cosa sia importante quando bisogna iniziare ad imparare il “linguaggio della macchina”? La risposta è la stessa che diamo alla domanda “quando è meglio imparare una lingua straniera?”. Presto, prestissimo, già da bambini. Per tanti motivi. Il coding dà ai bambini una forma mentis che permetterà loro di affrontare problemi complessi quando saranno più grandi. Imparare a programmare apre la mente. Per questo si può cominciare già in tenera età. Anche per uscire da un equivoco, quello secondo cui i cosiddetti «nativi digitali» siano bravissimi con le nuove tecnologie (è un luogo comune): i minuti e le ore passate davanti ad un dispositivo digitale rischiano di essere una fruizione passiva, anche se è uno svago che può assorbire tempo ed energie. Quando i bambini si avvicinano al coding, invece, diventano soggetti attivi della tecnologia. I risultati sono immediati. In poco più di un’ora si può creare un piccolo videogioco, funzionante (per farlo partendo da zero il MIT di Boston ha creato un’applicazione apposita, che si chiama Scratch). Un responsabile didattico del coding afferma che “I ragazzi che approcciano il coding via via maturano una presa di coscienza: quando lavorano per il loro videogame vogliono che sia difficile, per renderlo più avvincente e divertente; iniziano a vedere le cose da una prospettiva diversa”.

Ecco, forse proprio di questo abbiamo bisogno, di trasformare e leggere la flessibilità come una prospettiva diversa. Ma la possiamo adottare solo se abbiamo gli strumenti e le conoscenze per vederla.

Le dosi giuste di una settimana

dosi giuste settimanaNon so se vi capita mai di contare quanto tempo manca a… qualcosa che attendete. La sensazione che proviamo solitamente arrivati alla fine è quella che potremmo sintetizzare nell’espressione “di già?!”. Questo accade perché il nostro rapporto con il tempo non è “oggettivo” (anche se razionalmente dovrebbe esserlo, le giornate son tutte da 24 ore): risentiamo delle emozioni provate in certi momenti e delle frustrazioni di altri che ci fanno di volta in volta “allungare” o “stringere” il tempo (anche se magari son sempre gli stessi 5 minuti).

Potrebbe esserci però un modo per poter quantomeno avere una concezione più precisa del tempo che passa. Se non altro per capire quando ci avvengono le cose e come possiamo fare per essere (anche emotivamente) le persone giuste nel momento giusto. L’esempio è quello proposto da questo post del blog “Wait but why” in cui viene rappresentata la vita media di una persona attraverso le settimane (anzichè gli anni o i mesi). Frazionare in settimane un periodo lungo come una vita aiuta il nostro cervello ad averne una percezione meno lontana, a comprenderla meglio. Per esempio, sperando di non essere troppo cinici, nell’immagine qui sotto ci sono alcune morti famose localizzate in un quadro che divide una vita di 90 anni in settimane.

Settimane in cui sono morti personaggi famosi (clicca per ingrandire o scaricare l'immagine)

Settimane in cui sono morti personaggi famosi (clicca per ingrandire o scaricare l’immagine)

A cosa può servire una cosa del genere? Probabilmente potrebbe aiutarci ad utilizzare lo stesso schema per decidere delle cose che riguardano la nostra vita (chiaramente non la nostra morte). Nel post si fa un altro esempio: immaginiamo che ogni settimana sia un diamante, piccolo e prezioso: i diamanti che compongono la nostra vita entrerebbero facilmente in un cucchiaio. Riusciamo a visualizzare questo cucchiaio di diamanti? Bene. Immaginiamo allora che ciascuna delle nostre settimane debba essere preziosa quanto un diamante. Abbiamo solo due modi per utilizzre i diamanti: amare i diamanti oppure fare qualcosa che ci renda i diamanti apprezzabili, piacevoli. Lo stesso vale per le nostre settimane, abbiamo due soli modi per renderle preziose: amarle per quello che sono o fare qualcosa che ce le renda amabili.

Qualche volta capita che nessuna delle due cose accada: abbiamo settimane che non ci piacciono e non riusciamo a fare nulla, all’apparenza, che possa cambiarle. Come dire, ci sono giornate storte, così come ci possono essere settimane storte. Capita a tutti ed a volte anzi è salutare: è grazie ad una settimana storta che spesso riusciamo a trovare la motivazione per dare la giusta forza ad una fase di cambiamento che avremmo voluto. Evitare del tutto le settimane storte forse non è possibile. Ma, ad esempio, potremmo provare ad utilizzare un calendario settimanale della nostra vita per capire come possiamo aggiustarle. Il modo per utilizzarlo è duplice: da una parte (per le settimane della vita già passate) possiamo evidenziare gli obiettivi raggiunti e i momenti che ci fa piacere ricordare. Dall’altra, per le settimane a venire, possiamo identificare obiettivi o cose che ci piacerebbe fare. Nel post che vi abbiamo segnalato, per chi mastica un minimo di inglese, c’è una spiegazione migliore per l’utilizzo di un calendario della vita a settimane. Potrebbe essere una cosa divertente e più che altro potrebbe aiutarci ad essere consci e consapevoli di quali siano le dosi giuste per ciascuna settimana della nostra vita, comprendendo che è sicuramente preziosa quanto se non più di un cucchiaio di diamanti.

Buoni propositi

buoni propositiL’anno nuovo di solito è motivo per darsi obiettivi nuovi: un po’ per cambiare (o sperare di farlo), un po’ per avere novità su cui lavorare nei mesi successivi. Ma come costruiamo i nostri buoni propositi? Come ci organizziamo con gli obiettivi del 2015?

C’è chi non ha trovato da solo le buone intenzioni e si è affidato alla rete per avere suggerimenti. Noi invece pensiamo che i buoni propositi debbano innanzitutto partire da noi stessi: che cosa vogliamo veramente, come pensiamo di ottenerlo ma, soprattutto, che visione abbiamo del 2015?  Perché senza una visione chiara del futuro, difficilmente possiamo pensare di darci degli obiettivi precisi e soprattutto realizzabili.

Avere una visione che cosa significa? In primo luogo possedere una serie di conoscenze, perlomeno relativamente ad un settore o un tema: possiamo avere una visione anche sull’intero mondo e sulla crescita globale ma sarà sicuramente meno precisa ed accurata di quella che abbiamo del nostro posto di lavoro o della nostra famiglia. A proposito: una visione funziona meglio se è circoscritta, se riguarda cioè una porzione della realtà (ma può benissimo riguardare tutta la nostra vita, in quel caso siamo noi stessi la porzione di realtà). Infine avere una visione non significa fare una previsione o una predizione: più semplicemente (forse) si tratta di un insieme di cose che costituiscono il nostro panorama e che sono ispirate ai nostri valori, ai nostri principi, a ciò che più crediamo e ci sta a cuore. In altre parole assomiglia molto più ad una profezia che si autoavvera, nel senso sociologico di questo termine (che potete approfondire qui).

Come impariamo a costruirla? A noi è sembrato utile questo articolo che parla di tutt’altro (quasi) ma che riporta un metodo che ci piace qui riproporre e riadattare per i nostri buoni propositi. L’idea è di farci alcune domande, le cui risposte potrebbero aiutarci a costruire la nostra visione del futuro e di quel che potremmo fare per raggiungere gli obiettivi che di conseguenza ci porremo. Ecco 5 di queste domande:

  1. dove e come spendiamo la nostra maggior parte del tempo?
  2. dove e come abbiamo delle difficoltà e troviamo con più facilità ostacoli nelle nostre attività?
  3. dove e come ci approvvigioniamo di informazioni, conoscenze, spunti e formazione personale?
  4. che cosa ci lascia immobili, ci blocca?
  5. come vorremmo essere percepiti, ricordati?

Queste 5 domande in realtà servono ad un gruppo di studiosi per capire le tendenze tecnologiche dell’anno che verrà. Ma ci è sembrato che al loro interno portassero un messaggio più ampio o quantomeno potessero essere riproposte anche per vedere la nostra vita futura. Tentar non nuoce: provate a darvi delle risposte e se vi va fatecele conoscere insieme ai vostri obiettivi del 2015. Buon inizio anno e buoni propositi a tutti voi!