Working Holiday in Nuova Zelanda

Le destinazioni più famose per un Working Holiday sono sicuramente Australia e Canada, ma molti giovani stanno riscoprendo la Nuova Zelanda, soprattutto dopo che le sue montagne, valli e isole hanno fatto da sfondo alla saga del Signore degli Anelli (il regista è originario della Nuova Zelanda, e qui ci sono i particolari di dove sono state girate le varie scene).

Anche in Nuova Zelanda il visto per vacanza lavoro si chiama Working Holiday Visa, ed è dedicato ai giovani di vari paesi che vogliono conoscere il paese e lavorare per mantenersi nel frattempo. Essendo la Nuova Zelanda un paese che tiene molto all’equilibrio tra vita privata e lavoro, e in generale alla qualità della vita, è specificato che il visto è pensato soprattutto per chi ha intenzione di fare una vacanza, mentre il lavoro dovrebbe essere una attività secondaria: un ottimo inizio!

Il governo della Nuova Zelanda dedica una pagina ai cittadini di ogni paese, dato che lo stesso visto Working Holiday può avere caratteristiche leggermente diverse a seconda della cittadinanza. Nella pagina dedicata ai giovani di cittadinanza italiana ci sono le prime cose da sapere per chi vuole andare a fare questa esperienza:

  • l’età per richiedere questo visto è tra i 18 e i 30 anni
  • il visto dura 12 mesi
  • con questo visto si può anche studiare o fare un tirocinio, per un massimo di 6 mesi
  • con questo visto si può lavorare, a patto che non si lavori con lo stesso datore di lavoro per più di 3 mesi

La domanda per il Working Holiday Visa si fa online, e il numero di visti che la Nuova Zelanda concede agli italiani è illimitato, a differenza di quanto accade in Canada e Australia.

Ecco cosa serve per fare domanda di visto:

  • avere un passaporto valido (assicurati che abbia una validità di almeno 15 mesi al momento dell’ingresso nel paese)
  •  essere in buona salute
  • avere un “buon carattere” (c’è un test online da fare, per assicurarsi che non siamo attaccabrighe o teste calde ;-D)
  • dimostrare di avere sul conto almeno 4200 dollari neozelandesi, più una somma per comperare il biglietto aereo di ritorno
  • avere una assicurazione medica privata per tutto il periodo della permanenza in Nuova Zelanda
  • non aver ottenuto già un Working Holiday Visa per la Nuova Zelanda

Una volta fatta domanda, i tempi per ottenere una risposta sono di 30 giorni circa.

Il costo per la domanda è di 280 dollari, da pagare online con carta di credito e che non vengono rimborsati nel caso la domanda venga respinta. Una curiosità è che in questa quota è inclusa una piccola tassa per la conservazione dei beni culturali neozelandesi.

Sul sito ufficiale dell’immigrazione c’è anche una pratica guida per facilitare le persone che stanno per trasferirsi in Nuova Zelanda, con indicazioni su come organizzarsi per tutti gli aspetti indispensabili di cui occuparsi, prima dell’arrivo e subito dopo. Lo strumento online crea una check list di cose da fare per prepararti a partire, a seconda della tua situazione specifica e dei tuoi progetti, così da aiutarti a non dimenticare niente. Poi ci sono consigli per tutte le piccole cose indispensabili quando si va in un paese diverso: trovare un dottore, prendere la patente, trovare lavoro, conoscere i tuoi diritti, e tanto altro. C’è anche una sezione dedicata alla cultura locale e alle abitudini di comunicazione e socializzazione, per non farti sentire un pesce fuor d’acqua!

Estate: tempo di vacanze

Cosa vi viene in mente quando parlate di estate? Molto probabilmente le vacanze!

Mai come quest’anno, però, il tema vacanze è appeso a un filo, a causa delle misure restrittive attuate dal Governo per il contenimento della pandemia dovuta al Covid-19 che hanno profondamente colpito il settore del turismo, sia nazionale che internazionale.

Vero è che in queste ultime settimane, man mano che vengono allentate le misure restrittive, assistiamo a una seppur lieve ripresa del desiderio di riprendere a viaggiare. La ripresa, però, dipenderà non solo dalle regole, ma anche da cosa vorremo fare noi.

La stragrande maggioranza delle persone ha deciso, infatti, di optare per la riscoperta del proprio Paese, dicendo addio ai viaggi all’estero.

Anche se sono stati riaperti certi confini, tuttavia, molti viaggiatori sono scoraggiati dall’ipotesi di eventuali quarantene o dalla possibilità che tra il momento della prenotazione e quello del viaggio cambino le cose.

Per questo quest’anno si opterà per un “turismo di prossimità”, ossia vacanze non troppo lontano da casa, e per un turismo “più povero* e “forse anche più breve”, come ha previsto il Touring Club.Perché le persone viaggino, infatti, non basta che qualcuno dia loro il permesso di farlo ma serve anche avere soldi da parte e non aver usato tutte le ferie tra marzo e aprile come invece hanno dovuto fare molti dipendenti sia privati che pubblici.

Al fine di aiutare il settore turistico in Italia, il nostro Governo ha allora predisposto il BONUS VACANZE 2020, una delle misure previste dal Decreto Rilancio a sostegno della famiglia e dei cittadini per la fase 2 dell’emergenza.

Cerchiamo di capire meglio come funziona.

COS’È

Il bonus vacanze o tax credit vacanze consiste in un credito a favore dei nuclei familiari, costituiti anche da una sola persona, che decidono di trascorrere le proprie vacanze presso una struttura ricettiva italiana.

CHI PUÒ RICHIEDERLO

Tutte le famiglie con ISEE inferiore a 40.000 euro. Può essere richiesto da un solo componente per nucleo familiare, indipendentemente dal numero di persone che usufruiscono della vacanza.

Per il calcolo dell’ISEE è necessaria la Dichiarazione sostitutiva unica (DSU), che contiene i dati anagrafici, reddituali e patrimoniali di un nucleo familiare e ha validità dal momento della presentazione e fino al 31 dicembre successivo.

COME RICHIEDERLO

Può essere richiesto e viene erogato esclusivamente in forma digitale tramite l’app IO, l’applicazione dei servizi pubblici, scaricabile gratuitamente dagli store digitali.

Per ottenerlo è necessario che un componente del nucleo familiare sia in possesso di un’identità digitale SPID (Sistema Pubblico di Identità Digitale) o CIE 3.0 (Carta d’Identita Elettonica). Al momento della richiesta del bonus, infatti, si dovranno inserire le credenziali SPID e successivamente fornire l’Isee.

Il Bonus attribuito al proprio nucleo familiare sarà identificato da un codice univoco, a cui sarà associato anche un QR code: non occorre stamparlo, ma occorre averlo sempre a disposizione sul proprio smartphone. Andrà comunicato all’albergatore, insieme al proprio codice fiscale, al momento del pagamento del soggiorno direttamente presso la struttura sceglierete di trascorrere le vacanze.

Potete scegliere liberamente se utilizzare il bonus per una vacanza in cui siano presenti tutti i familiari oppure solo alcuni, e non è necessario che sia presente il soggetto che lo ha richiesto.

QUANDO E DOVE SI PUÒ USARE

Potete utilizzare il bonus dal 1 luglio al 31 dicembre 2020 per soggiorni nelle strutture ricettive italiane.

QUANTO VALE

L’importo del bonus varia  secondo la numerosità del nucleo familiare:

  • 500 euro per nucleo composto da tre o più persone
  • 300 euro da due persone
  • 150 euro da una persona

COME SI USA

Il bonus viene erogato esclusivamente in formato digitale e deve essere speso in un’unica soluzione, presso un’unica struttura turistica ricettiva in Italia (albergo, campeggio, villaggio turistico, agriturismo e bed & breakfast).

L’80% del valore del bonus vale come sconto immediato sull’importo dovuto, il restante 20% viene recuperato come detrazione d’imposta nella dichiarazione dei redditi 2021.

Lo sconto applicato come “Bonus vacanze” sarà rimborsato all’albergatore sotto forma di credito d’imposta utilizzabile, senza limiti di importo in compensazione, o cedibile anche a istituti di credito.

Per fruire del bonus vacanze 2020 è necessario che la prenotazione avvenga diretta oppure realizzata tramite agenzie di viaggio e tour operator ma non attraverso le piattaforme online dedicate alle prenotazioni.

Dato che il bonus può essere utilizzato solo nelle strutture ricettive aderenti all’iniziativa, prima di procedere, sinceratevi con i titolari della struttura se questa possibilità sia contemplata, onde evitare spiacevoli situazioni.

Working Holiday in Canada

In Canada il Working Holiday Visa si chiama IEC – International Experience Canada, ed è una esperienza perfetta per chi vuole girare e conoscere questo grande paese.  Qui il visto è valido per entrare nel paese, spostarsi e lavorare per diversi datori di lavoro in zone diverse, per un periodo di 6 mesi. Un mese prima della scadenza del visto, è possibile chiederne un altro come turisti, che permetterà di restare nel paese per altri 6 mesi (ma senza lavorare).

La richiesta del visto per il WH in Canada segue una procedura un po’ diversa da quella per il corrispondente visto australiano, ed è basata sulle pool of candidates. In pratica il candidato si inserisce in una sorta di lista dalla quale un datore di lavoro canadese può “pescarlo” e invitarlo a fare la vera e propria richiesta per il visto.

L’inserimento nella pool ha una durata predefinita, di solito di un anno. Alla fine dell’anno le pool vengono svuotate e se non si è ricevuto l’invito bisogna fare di nuovo la procedura di iscrizione.

I requisiti di base per partecipare sono la nazionalità e l’età compresa tra 18 e 35 anni. A non tutti i giovani è infatti permesso di ottenere questo tipo di visto, e la differenza è data dalla cittadinanza (per gli italiani è possibile, ecco perché ne stiamo parlando 🙂 ). Poi a seconda del tipo di lavoro per cui ci si offre ci possono essere altri requisiti secondari. Anche per il Canada la possibilità di utilizzare questo visto deriva dagli accordi con l’Italia, e il visto che si ottiene è un open work permit.

La procedura, illustrata brevemente qui, comincia con un breve questionario che assegna al candidato un personal reference code. Subito dopo si può procedere alla creazione di un account IRCC – Immigration, Refugees and Citizenship Canada. E’ il momento di caricare informazioni sul proprio profilo, anche professionale, per poter essere scelti da un datore di lavoro interessato (servirà un cv, o resumè).

Quando un datore di lavoro è interessato al nostro profilo, ci arriva una notifica via email, con una lettera allegata: da questo momento il candidato ha 10 giorni per avviare la procedura online della richiesta vera e propria di visto, e 20 giorni per completarla.

L’invito da parte dei datori di lavoro può avvenire secondo un preciso calendario di round of invitation (mandate di inviti), per cui in un anno in genere ci sono due o tre round. Dato che i visti assegnati per paese si esauriscono andando avanti con l’anno, una buona strategia è fare domanda all’inizio dell’anno, per essere pronti al primo round of invitation. Di solito il numero di visti assegnati all’Italia ogni anno è intorno ai mille, e nella pagina del calendario sono indicati i posti disponibili in tempo reale, e quando è previsto il successivo round of invitation.

Una volta accettato l’invito del datore di lavoro, questo ci invia un codice da inserire nella richiesta di visto, necessario a finalizzarla. A questo punto ci verrà richiesto di caricare tutti i documenti necessari (copia del passaporto, fototessera, eventuali esami medici e certificati penali) e di pagare il fee (di solito è il costo del visto e del permesso di lavoro, che si aggira intorno ai 230 dollari canadesi). Attenzione perché questo passaggio va fatto entro 20 giorni, quindi è bene preparare prima i documenti necessari (indicati sul sito).

A questo punto non resta che caricare i propri dati biometrici, secondo le istruzioni date, e attendere che tutta la documentazione venga controllata (ci vorranno fino a 56 giorni). Se tutto andrà bene e se verremo sorteggiati, saremo tra quelli che ricevono la POE – Port of Entry Letter, il documento che va portato con se al momento dell’arrivo in Canada. Solo arrivati sul posto infatti, si riceverà il vero e proprio visto per il Working Holiday.

I documenti che potrebbero essere richiesti durante il procedimento di application o appena arrivati sono diversi, quindi è sempre bene, prima di cominciare e per ogni fase del procedimento, leggere bene tutte le indicazioni, navigando su tutte le pagine relative alle modalità di domanda. Questo perché queste procedure cambiano, anche se di poco, abbastanza spesso. Se volete una panoramica delle domande e delle risposte più comuni, ecco dove trovarle, ordinate per argomento.

Sul sito ufficiale dell’immigrazione canadese si suggerisce anche, se si vuole, di utilizzare una RO, Recognized Organization, organizzazioni accreditate di supporto per chi vuole fare una esperienza di lavoro o studio in Canada.

 

 

Come si diventa insegnante di lingua italiana per stranieri

L’insegnante di italiano a stranieri è una figura sempre più diffusa e richiesta, e non solo a scuola.

Il crescente flusso di immigrazione verso il nostro paese e il conseguente aumento di alunni stranieri o residenti di altre lingue, ha fatto aumentare l’esigenza di formare delle figure professionali in grado di insegnare la lingua italiana agli stranieri.

Inizialmente i docenti di italiano a stranieri non avevano una formazione specifica; spesso la loro formazione era affidata alla personale buona volontà e all’interesse dei singoli che svolgevano questo lavoro più per passione, o per arrotondare le proprie entrate, che come regolare attività lavorativa.

Oggi la situazione è decisamente cambiata: i corsi e le specializzazioni per l’insegnamento dell’italiano sono aumentati  e di pari passo anche le certificazioni didattiche riconosciute per l’insegnamento dell’italiano.

Un riconoscimento ufficiale della professione del docente di italiano a stranieri è giunto nel 2016 con la creazione della A023, una nuova classe di concorso per l’insegnamento dell’italiano a stranieri nella scuola pubblica rivolto ad apprendenti alloglotti.

Nonostante l’istituzione della classe di concorso specifica per l’insegnamento dell’italiano a stranieri nella scuola pubblica (classe di concorso A023), non c’è ancora un percorso prestabilito da seguire per  insegnare italiano a stranieri.

A seconda dell’ente o dell’istituto presso cui si viene assunti, i titoli richiesti per insegnare italiano come lingua straniera possono variare. Nei contesti privati anche un diploma di scuola media superiore, corredato da una specifica formazione, è sufficiente per intraprendere questa carriera.

Ma saper parlare italiano non significa saperlo insegnare; occorrono metodi innovativi per rendere la didattica sempre più coinvolgente e divertente. Le competenze specifiche che un insegnante della scuola pubblica deve possedere, infatti, per gestire al meglio una classe che abbia un numero, anche esiguo, di studenti stranieri, sono competenze trasversali per eccellenza.

Chi ha sostenuto solo esami universitari di glottodidattica in genere rimane confinato su un piano troppo teorico. Questi studi, infatti, pur costituendo una buona base di partenza per diventare docente di italiano per stranieri, spesso non sono sufficienti in quanto non forniscono le molteplici competenze che un docente di italiano per stranieri dovrebbe possedere.

Vediamo allora quali titoli servono per diventare insegnante di italiano per stranieri.

Sarebbe bene possedere una laurea in letteratura o un titolo affine. Una volta terminata l’università è necessario frequentare i corsi organizzati da enti certificati oppure da istituto specializzati. La certificazione necessaria per insegnare italiano è il Ditals; senza non è possibile diventare insegnanti di italiano per stranieri.

In alternativa al Ditals, rilasciato dall’Università per stranieri di Siena,  è possibile conseguire il Cedils, certificazione rilasciata dal laboratorio Itals dell’Università Cà Foscari di Venezia. L’esame può essere sostenuto nella sede di Venezia o, eventualmente, anche in altre sedi convenzionate sia in Italia che all’estero.

Oltre al Ditals è possibile ottenere la certificazione per lavorare come insegnanti di italiano per stranieri anche con il DILS-PG, una specifica certificazione, rilasciata dall’Università per stranieri di Perugia, per l’accertamento delle competenze e delle conoscenze glottodidattiche che sono necessarie per lavorare in maniera efficace come docente di italiano per stranieri.

I laureati possono inoltre frequentare Master in didattica dell’italiano per l’insegnamento a stranieri in molti atenei italiani: Roma, Verona, Venezia, Siena, Perugia.

Le certificazioni di lingua italiana per stranieri sono il punto di arrivo di un percorso in mezzo al quale ci sono le esperienze formative svolte durante la vostra carriera.

Le esperienze formative, prima ancora delle varie certificazioni sono il punto di partenza per insegnare l’italiano agli stranieri visto che prima ancora della teoria ciò che conta è la comunicazione e per insegnare agli stranieri ad imparare l’italiano è fondamentale fare esperienza.

Abbiamo riaperto!

Finalmente! Dopo il lungo periodo di chiusura, siamo finalmente tornati ad accogliervi nei nostri locali. Anche se sono un po’ trasformati per via delle precauzioni che abbiamo dovuto prendere per mettere in sicurezza tutti noi.

Però siamo molto contenti che il nostro servizio possa tornare ad essere un piccolo punto di riferimento, anche fisico, per la città. Approfittiamo anche per spiegare brevemente come sarà possibile accedere al nostro servizio.

Innanzitutto abbiamo mantenuto gli orari di apertura pre-pandemia (potete vederli qui). L’accesso è consentito a un massimo di 15 persone (è il numero totale di presenze contemporanee all’interno dei locali) questo per evitare che ci siano assembramenti all’interno. Sono tornate attive anche le postazioni internet, opportunamente “divise” in modo che chiunque le utilizzi possa farlo in sicurezza. Non troverete, almeno temporaneamente, i giornali e altri supporti di carta perché non è consentito l’uso promiscuo di supporti cartacei. Vale anche per depliant e volantini che sarà possibile richiedere individualmente agli operatori.

Per accedere al servizio sarà necessario indossare una mascherina e igienizzare all’ingresso le vostre mani (in alternativa indossare i guanti che vi forniamo). Siamo obbligati a misurare la temperatura a chi entra (e come forse ormai avrete saputo non deve superare i 37,5 gradi): questa cosa forse potrà non piacere a tutti ma come abbiamo già spiegato ad uno di voi su Facebook purtroppo è una misura che abbiamo dovuto adottare per poter riaprire. All’interno del locale si potrà rimanere per il tempo necessario a ricevere (o cercare) le informazioni di cui avete bisogno. Per quello che riguarda la possibilità di affittare la sala per eventi e iniziative dobbiamo invece chiedere di aspettare ancora un po’: dobbiamo verificare quali sono le normative da seguire e come poi potremo correttamente adeguarci. Invece è da subito possibile utilizzare i nostri spazi per mostre e allestimenti: ne abbiamo già una in corso!

Infine è necessario mantenere tra i presenti all’interno dei locali la distanza di 1,5 metri; anche per questo motivo troverete che la disposizione di tavoli e sedie (molte meno) sarà un po’ strana. Una segnaletica visuale vi aiuterà comunque a rispettare queste piccole precauzioni: noi confidiamo che le nuove buone maniera di comportamento che abbiamo conosciuto in questi mesi saranno adottate da tutti voi che frequenterete il servizio.

Quello che è rimasto invariato è il tipo di servizio che potrete avere: informazioni e consigli personalizzati per la costruzione della tua carriera professionale, per la casa, le opportunità all’estero e tutto ciò che può aiutarvi a sviluppare le idee che avete in testa: vi aspettiamo!

working holiday australia

Working Holiday in Australia

Se hai scelto di tentare la fortuna Down Under sei tra le diverse migliaia di giovani che lo fanno ogni anno!

L’Australia è un paese che attira moltissimo i più giovani per il suo stile di vita rilassato e libero, in cui lo sport, spesso praticato sulle spiagge o in grandi spazi aperti, ha un ruolo di primo piano. L’Australia è in generale un paese sicuro per muoversi e riserva un’attenzione particolare ai giovani che si muovono lavorando. Ad esempio sul sito turistico ufficiale c’è una sezione a loro dedicata, con informazioni per la ricerca di lavori che si conciliano con il viaggiare, su itinerari da scoprire, posti in cui vivere, fare volontariato, e molto altro.

In Australia il visto Working Holiday Visa permette a giovani tra i 18 e i 31 anni (non compiuti al momento della domanda) di entrare nel paese, viverci, viaggiare, lavorare, e anche studiare (per un massimo di 17 settimane). Molti lo utilizzano prevalentemente per lavorare, così da avere più soldi da spendere durante il periodo in cui rimangono là, o per finanziarsi un corso di inglese, o semplicemente per guadagnare qualcosa e arricchire il cv.

Il WHV – Working Holiday Visa è perfetto per esplorare l’Australia, migliorare l’inglese e fare qualche esperienza di lavoro. Devi ricordare però che non è possibile lavorare con lo stesso datore di lavoro per più di 6 mesi. Il visto è valido in totale per 12 mesi, ed è rinnovabile per un altro anno nel caso in cui hai svolto un lavoro nel settore agricolo (nelle farm) per almeno 88 giorni, durante il primo anno di Working Holiday.

La richiesta del visto si fa online, registrandoti sul sito ufficiale dell’immigrazione del governo Australiano. Tra i visti dedicati a chi viaggia e lavora, quello per i giovani di nazionalità italiana (insieme ad un’altra ventina di nazionalità) è il subclass 417.

Per poter accedere alla procedura, devi avere i requisiti di età e nazionalità, registrarti e poi inserire i tuoi dati. Ricordati di avere a portata di mano il passaporto, che naturalmente deve essere valido, non scaduto, e il numero della carta di credito o carta prepagata, con un saldo di almeno 5000 dollari australiani più il costo del biglietto aereo di ritorno. Questo serve per essere sicuri di avere un fondo per mantenersi i primi tempi, oltre al necessario per rientrare nel paese d’origine prima dei 12 mesi in caso di necessità.

Tra le condizioni poste dal governo australiano per concedere questo tipo di visto ci sono le buone condizioni generali di salute, e non essere una minaccia per la stabilità sociale del paese, cioè non avere condanne penali.

Una volta inseriti tutti i dati e pagata la quota dovuta per il visto (intorno a 500 dollari australiani), per avere la risposta ci vuole da uno a due mesi. Dal momento in cui il dipartimento per l’immigrazione invia la risposta positiva, potrai prepararti per partire: prenotare il volo, un primo alloggio, fare l’assicurazione sanitaria privata e simili. In alcuni casi il dipartimento può inviare una mail con la richiesta di documentazione aggiuntiva (tipo esami medici o il certificato penale).

Una volta ricevuta la risposta positiva alla richiesta di visto, hai alcuni mesi di tempo per entrare nel paese, scaduti i quali bisogna ripetere da capo la procedura. I 12 mesi di durata del visto si contano a partire dal momento in cui si arriva in Australia.

Il secondo WHV lo puoi richiedere mentre sei in Australia, ma bisogna comunque mantenere il requisito di non aver compiuto i 31 anni. Insomma, ci sono diverse possibilità e c’è tempo per decidere di dedicarsi un anno e conoscere lo stile di vita Aussie!

Working Holiday in Australia, Canada e Nuova Zelanda

Il Working Holiday, letteralmente vacanza lavoro, è un tipo di esperienza all’estero molto affascinante e ricercata per tutti quelli che amano l’avventura in terre lontane e sanno mettersi in gioco. Il Working Holiday dura un anno e da la possibilità di conoscere altre culture e amici, divertirsi, lavorare e spesso anche studiare.

Si parla di Working Holiday nello specifico per l’Australia, il Canada e Nuova Zelanda: ma perché?
Non si potrebbe fare anche in altri paesi? Il fatto è che in realtà il Working Holiday è un tipo di visto di ingresso, che permette a giovani cittadini di altre nazionalità di entrare in paesi extraeuropei e restarci per un anno, viaggiando e lavorando. Si può fare la stessa esperienza in tutti i paesi membri dell’UE, naturalmente, ed è molto più facile perché per questi non ci serve un visto né per viaggiare, né per lavorare o studiare, grazie al fatto che cittadini dell’Unione.

Il Working Holiday, anche detto Working Holiday Visa, appunto perché si parla prima di tutto di un visto di ingresso per questi paesi, può essere richiesto da giovani con almeno 18 anni e, a seconda dei vari casi, entro i 31 o i 36 anni di età.
Ogni visto ha delle finalità ben precise, cioè va richiesto (seguendo la procedura online sul sito del dipartimento dell’immigrazione del paese scelto) per il motivo specifico per cui andiamo in un altro paese (turismo, lavoro, studio, ricongiungimento familiare, ecc). Il bello del Working Holiday è che include la possibilità di viaggiare, risiedere, lavorare, studiare e in alcuni casi anche fare un tirocinio.

Per molti ragazzi e ragazze è un modo per esplorare uno di questi paesi per poi decidere se chiedere un altro visto e trascorrere altro tempo rispetto ai 12 mesi di durata del Working Holiday Visa, facendo domanda per un secondo visto, uguale o diverso, a seconda dei casi.
La possibilità piuttosto diffusa in questi paesi di poter trovare lavori anche per brevi periodi è quella che rende il tutto così affascinante e divertente: si può decidere di rimanere in una città o una zona per alcuni mesi per poi spostarsi da un’altra parte, esplorare luoghi diversi e nel frattempo mantenersi lavorando.

Il Working Holiday è perfetto anche per chi vuole conquistare una solida conoscenza dell’inglese e ha intenzione di dedicare a questo obiettivo un tempo lungo, facendolo andare d’accordo anche con la possibilità di viaggiare, divertirsi e fare qualche esperienza di lavoro. Anche se è importante ricordare che ogni paese ha una sua versione dell’inglese, più o meno diverso da un ideale inglese standard, per pronuncia, parole e costruzioni della frase. In tutti questi paesi ci sono tantissime scuole di lingua dedicate agli stranieri che vogliono imparare l’inglese, con programmi specifici in base al tipo di competenze di cui si hanno bisogno (English for business, general English, academic English) e con servizi aggiuntivi per chi è trasferito da poco (escursioni, attività di gruppo, supporto per la ricerca del lavoro o tirocinio).

I tempi per fare domanda, caricare tutti i documenti necessari, ottenere una risposta e poi prepararsi sono ovviamente non brevissimi, e quindi è bene informarsi per tempo e programmare la partenza in modo strategico.

Segui i link per scoprire come funziona il Working Holiday in questi tre paesi diversi: Australia, Canada e Nuova Zelanda!

Lavorare all’estero

Partire e andare a lavorare all’estero, quanti di noi ci hanno pensato, almeno una volta?

L’estrema facilità con cui possiamo muoverci, viaggiare e raggiungere ogni angolo d’Europa in poche ore può darci l’illusione di poterci trasferire in pochi giorni e cambiare vita da un mese all’altro.

Lavorare all’estero però non è così immediato e, se in Italia possiamo avere difficoltà di trovare un lavoro, lo stesso può succedere anche in un altro paese. Tra l’altro “l’estero” è una indicazione molto vaga, ogni paese ha i suoi problemi, i suoi punti di forza e le sue opportunità da offrire.

Tutto sta nel prepararsi adeguatamente, per non rischiare una delusione e la perdita di tempo, energie e spesso anche risorse economiche.
Sia che il progetto sia di trasferirsi per un periodo di tempo limitato (che comunque difficilmente potrà essere meno di sei mesi), sia che l’idea sia di lavorare all’estero per un periodo più lungo, ci sono alcuni aspetti fondamentali su cui bisogna ragionare prima.

Il primo aspetto su cui ragionare è la motivazione per cui si decide di voler partire.
Le motivazioni possono essere tante e diverse, ma non tutte sono buone, nel senso che non tutti i motivi che ci spingono a considerare questa opportunità sono un buon punto di partenza.
Se sto principalmente fuggendo da una realtà che non mi offre quello che cerco o di cui sono insoddisfatto, è probabile che troverò simili problemi anche nel luogo di destinazione.

Se invece cerco nuove opportunità e sfide, e sono pronto ad affrontare un percorso più o meno lungo, con curiosità, grinta ed entusiasmo, le possibilità che l’esperienza sia positiva, formativa e valida sono molto più alte.

Il secondo aspetto che va considerato è quello del profilo professionale: quali sono le qualifiche, le specializzazioni, le esperienze che posso offrire ad un possibile datore di lavoro? Anche se ci pare evidente, ci teniamo a sottolineare che non è più il tempo (se mai lo è stato) in cui si può partire senza avere nessuna competenza specifica e aspettarsi di trovare all’estero il “lavoro qualsiasi” che non si trova vicino casa.
E’ importante avere ben chiare quali sono le proprie capacità, conoscenze, competenze, che vanno anche certificate e in qualche modo dimostrate.
Non è che sia impossibile partire e cercare lavori semplici, che richiedono poca esperienza, ma bisogna mettere in conto, in questo caso, che ci potrebbero volere alcune settimane per trovare qualcosa. Inoltre la concorrenza, nei lavori di questo tipo, è molto alta, ed è composta in genere da persone abituate a lavorare molte più ore, per un compenso minore, e spesso con poche garanzie e tutele.

Il terzo aspetto, comunque molto importante, è la conoscenza di una lingua straniera. Questo è in genere un problema abbastanza grosso per noi italiani, che per (recente) tradizione diamo scarsa importanza all’apprendimento delle lingue straniere o lo facciamo in maniera superficiale. Spesso capita che abbiamo qualifiche o esperienze di livello alto, ma non possiamo utilizzarle perché non abbiamo un corrispondente livello di conoscenza della lingua straniera.
La conoscenza delle lingua del paese in cui voglio andare è fondamentale per poter interagire con i datori di lavoro, con i colleghi, con i clienti, con gli uffici dei vari enti con cui mi dovrò relazionare. Ma anche per capire i contenuti dei siti che userò prima della partenza e durante la permanenza, per la ricerca di un alloggio, per la spesa, la farmacia, per prendere un aereo, un bus, o per andare a cena fuori.
In molti paesi, e soprattutto in aziende grandi, una conoscenza intermedia dell’inglese, come punto di partenza, può essere sufficiente. Ma non possiamo aspettarci che sarà abbastanza, soprattutto se pensiamo di stabilirci nel paese o di restarci per diversi mesi. Anche per quanto riguarda le relazioni e il tempo libero è importante avere gli strumenti per interagire con gli altri.

 

Dopo aver ragionato su tutto questo, da dove comincio?
E già, perché su internet c’è tutto, ma spesso si finisce per essere sommersi e confusi da tantissimi siti, non sempre affidabili e aggiornati.

Per i lavoratori che vogliono spostarsi per motivi di lavoro c’è Eures, la rete dei servizi per l’impiego a livello europeo. Eures è un portale con molte informazioni utili e aggiornate per chi vuole trasferirsi. C’è una sezione dedicata alle offerte pubblicate e ai cv dei candidati. Ma è anche una rete di consulenti sparsi per i paesi europei e disponibili a incontrare per una consulenza gratuita chi vuole progettare una esperienza di lavoro all’estero.

Per i più giovani esiste anche il progetto Your first Eures job, un programma pensato per aiutare chi ha tra 18 e 35 anni nel difficile percorso di ricerca di un lavoro o un tirocinio all’estero. Il programma offre non solo supporto e consulenza ma anche la possibilità di coprire alcune spese, come il riconoscimento dei titoli di studio o una formazione linguistica.

Niente paura però, perché esiste un programma gemello anche per gli adulti, e si chiama ReActivate!
Dato che il mercato del lavoro è diventato più dinamico e che il principio di libera circolazione delle persone in Europa lo permette, c’è un servizio anche per gli adulti che vogliono spostarsi per trovare migliori opportunità di carriera.

Se vuoi parlarne con noi per capire da dove iniziare e come rivolgerti a questi servizi, contattaci per una appuntamento!

La maturità al tempo del Covid-19

Il particolare periodo storico che stiamo vivendo da marzo scorso, con l’emergenza sanitaria dovuta alla pandemia Covid-19, ci ha insegnato, e continua a farlo, che ormai dovremo essere pronti a rivedere le nostre abitudini quotidiane e a uscire dalla nostra zona di confort.

In questo periodo infatti tutti, dai bambini agli adulti, siamo stati “costretti” a rivedere e a trasformare la nostra vita quotidiana, in tutti gli aspetti che la caratterizzano, dal lavoro allo studio, al tempo libero, alla vita sociale.

Quello che fino alla pandemia ci sembrava normale e irrinunciabile, tutto d’un tratto è diventato impossibile e vietato portare avanti con le stesse modalità.

Ecco quindi che ci siamo dovuti adattare allo smart working o lavoro agile, alla didattica a distanza, alla vita relazionale solo tramite i social.

All’inizio tutto ciò sembrava impossibile ma poi col trascorrere dei giorni siamo riusciti ad affinare la tecnica e a superare le difficoltà iniziali. Certo non sempre tutto ha funzionato alla perfezione ma per lo meno ci abbiamo messo tutto l’impegno possibile.

Questo è l’aspetto che mi preme sottolineare in riferimento a tutti gli studenti di tutte le scuole di ogni ordine e grado e in particolare ai futuri maturandi che il 17 giugno si appresteranno ad affrontare il tanto temuto Esame di Stato in una forma “ridotta” e del tutto nuova.

Agli studenti va infatti riconosciuto il merito di essere riusciti ad adattarsi a una nuova modalità di didattica e a portare avanti con impegno lo studio – certo sempre parlando non in assoluto – viste le difficoltà oggettive e il digital divide.

Se agli inizi dell’anno, come scritto in questo nostro precedente articolo, la cosa più temuta dagli studenti dell’ultimo anno della scuola secondaria di secondo grado era l’assegnazione delle materie specifiche di indirizzo a commissari esterni, oggi, a distanza di tre mesi, tutto è cambiato.

Fino a qualche settimana fa non si sapeva nemmeno se e come si sarebbe potuto svolgere l’Esame.

Due giorni fa, il 16 maggio, finalmente, il MIUR ha pubblicato l’Ordinanza relativa all’Esame di Stato 2020 che, vista la situazione di emergenza sanitaria, ha stabilito che l’Esame si svolgerà in presenza (a meno che le condizioni epidemiologiche non lo consentano e con specifiche deroghe per casi particolari) e solo in forma orale.

Facile da immaginare l’ansia che possa accompagnare i ragazzi, in particolare chi ha sempre sofferto maggiormente le interrogazioni rispetto alle verifiche scritte.

L’Esame di Stato 2020 consisterà in un colloquio più lungo del solito, che, comunque, ricalcherà a grandi linee la struttura dell’orale tradizionale. Ma, a causa della cancellazione degli scritti, prevederà alcune integrazioni rispetto agli anni precedenti.

La commissione, composta eccezionalmente da membri solo interni al Consiglio di classe e da un Presidente esterno (per permettere agli studenti di essere a proprio agio viste le difficoltà degli ultimi mesi), esaminerà infatti i candidati per circa un’ora e tra le domande ci sarà spazio anche per l’analisi di un testo di letteratura italiana e per quesiti su un elaborato incentrato sulle materie di indirizzo; sarà quest’ultimo l’apertura del colloquio.

Tale elaborato sarà su un argomento scelto dagli studenti insieme ai loro professori sulle materie di indirizzo, quelle che sarebbero dovute essere oggetto della seconda prova ma non si tratterà della tesina del vecchio esame. La commissione assegnerà un argomento a candidato entro il 1 giugno, gli studenti dovranno poi inviare l’elaborato entro il 13 giugno ai docenti.

Gli studenti esporranno anche l’esperienza di Alternanza Scuola Lavoro svolta nel triennio, indipendentemente dalle ore effettivamente totalizzate.

L’Esame si concluderà con cittadinanza e costituzione. Il ministro Azzolina, nella diretta video, ha chiesto poi ai docenti che questo momento di confronto con i maturandi riguardi l’esperienza della quarantena; ma si tratta solo di una richiesta, non di un’obbligo, e infatti non è scritto nell’ordinanza.

Certo la maturità 2020 non è come gli studenti se la sarebbero immaginata ma di sicuro i maturandi di quest’anno potranno dire di essere stati in grado di affrontarla nonostante tutto.

E allora forza ragazzi!

woofing

Woofing, volontariato rurale, biologico e sostenibile!

Woofing, ne avete mai sentito parlare? Forse sì, perché si tratta di un movimento nato decine di anni fa e diffuso in tutto il mondo, a cui prendono parte ogni anno migliaia di persone.

La sigla WOOF sta per Worldwide Opportunities on Organic Farms ed è un movimento mondiale che mette in relazione volontari e progetti rurali naturali per contribuire a costruire una comunità globale sostenibile.

Di che esperienza si tratta? Il Woofing mette in contatto persone interessate a conoscere tecniche di agricoltura biologica e uno stile di vita sostenibile con agricoltori e allevatori di fattorie che utilizzano metodi biologici per le loro attività. E’ un modo per imparare le tecniche o scambiare competenze nell’ambito dell’agricoltura biologica, entrare a far parte di questo circuito e vivere questo stile di vita in prima persona.

Non si tratta però di una sorta di apprendistato, o tirocinio lavorativo, ma di uno scambio culturale, basato sulla fiducia, tra persone che hanno un interesse comune nel condividere conoscenze, esperienze e del tempo insieme, immersi nella natura e lontano alcune “false comodità”, come alcuni le chiamano.

Per chi ama la vita all’aperto ed è curioso di entrare in contatto con altre culture, il circuito di Woofer permette di trovare accoglienza presso fattorie e produttori in molti paesi del mondo (anche in Italia, perché il nostro paese è ricco di differenze e tradizioni locali). In cambio di alcune ore di lavoro, si ottiene vitto, alloggio e la possibilità di incontrare persone di paesi e stili di vita diversi.

I volontari, o Woofer, partecipano alle varie attività tipiche che si svolgono nella fattoria o in una organizzazione rurale con orari e mansioni concordati prima della partenza. L’ospitalità dei woofers è garantita dagli host ed è uno scambio non monetario, ma educativo e culturale. Si vive tutti nella fattoria, si mangia insieme, si lavora insieme, si chiacchiera e ci si raccontano le proprie esperienze.

Vi piace l’idea? Come fare in pratica a trovare l’esperienza che fa per noi e partecipare?

I tipi di attività che potete fare sono tantissimi, e cambiano a seconda dell’host, del paese in cui andrete (ognuno ha le sue colture, tradizioni, soluzioni) e della stagione (anche se la maggior parte di queste esperienze si svolge nella bella stagione, quando le attività sono a pieno ritmo). Per esempio si può prendersi cura di un uliveto o di un orto, raccogliere frutti di bosco, recuperare un’area agricola abbandonata, aiutare nella cura di mucche o altri animali, addestrare cavalli o raccogliere fieno. La scelta è vastissima ed è importante farla bene, in base ai propri interessi.

Sul sito internazionale del Woofing si trovano informazioni generali sull’esperienza, sia per chi vuole partire come woofer che per chi vuole ospitare, e soprattutto si trovano i link ai siti ufficiali dei vari paesi.

Sì, perché poi per trovare il vostro host ideale dovete andare sul sito del woofing del paese scelto come destinazione. In genere è richiesta la registrazione con il profilo woofer e spesso il versamento di una piccola quota di associazione annuale (in Italia è di 35 euro) per poter accedere alla lista degli host, cioè delle fattorie che accolgono i volontari.

Il mio consiglio è di partire dal sito WOOF Italia, dove tutto è spiegato molto bene, con consigli su che cosa aspettarsi, che cosa ci si aspetterà da noi, che cosa portare e varie risposte su questioni pratiche.

Ci sono piccole differenze da paese a paese sulle modalità di partecipazione, ma in generale l’esperienza si fonda sugli stessi principi.

Per partecipare bisogna avere almeno 18 anni, anche se per esempio il Woof Italia prevede la possibilità, in alcuni casi, di valutare richieste di minori dai 16 anni.

Se non avete mai provato, e cercate un modo diverso di impiegare parte dell’estate, il Woofing è un’ottima soluzione!

Siamo online con un nuovo sito!

Da lunedì siamo online con il nostro nuovo sito web, rinnovato nella grafica e nel layout. L’obiettivo del restyling era principalmente quello di rendere più piacevole ed efficace l’esperienza di navigazione, e di migliorare la fruibilità dei contenuti presenti. Volevamo fare in modo che chi naviga possa trovare con facilità quello che cerca e, perché no, anche qualche idea o spunto nuovi.
Il sito è ottimizzato anche per la navigazione da dispositivi mobili, come smartphone e tablet.
La home page è stata completamente riprogettata: ora, oltre a visualizzare le ultime novità e gli ultimi post dal blog, contiene anche scorciatoie e link diretti alle sezioni del sito maggiormente visitate, come quelle dedicate al lavoro e alla formazione.
Il restyling è stato un’occasione per arricchire molti dei contenuti esistenti, ma anche per creare nuove sezioni e nuove pagine tematiche: ad esempio le pagine “Consigli per il tuo cv”, una guida multimediale alla compilazione del proprio curriculum, e “Videopillole su LinkedIn”, che raccoglie i video pubblicati nelle ultime settimane con i nostri consigli per usare al meglio il social network dedicato al lavoro.

Tra le novità, anche la pagina “Università”, che contiene informazioni sulla scelta del percorso accademico e sui servizi che l’Informagiovani offre in particolare agli studenti universitari.
La sezione dedicata all’ ”Estero” si è arricchita di nuovi contenuti, pensati in particolare per chi sta valutando l’ipotesi di un’esperienza all’estero (volontariato, lavoro, tirocinio, au pair, ecc…)

Il sito è solo l’ultimo in ordine cronologico degli interventi che, in questo periodo di emergenza sanitaria, l’Informagiovani ha dedicato al potenziamento dei canali digitali: negli ultimi 2 mesi abbiamo potenziato la presenza sui social con contenuti pensati appositamente per il periodo di quarantena, abbiamo proposto ai nostri utenti la formula dell’ “appuntamento digitale”, e abbiamo pubblicato delle video-grafiche sulle tematiche della formazione e del lavoro.

Abbiamo lavorato per un sito che potesse essere bello e utile e speriamo che anche chi legge possa riconoscergli queste qualità. Ma se così non fosse, o se ci fosse qualcosa che ci siamo dimenticati, qualcosa che potrebbe arricchirlo ancora, fatecelo sapere! Scriveteci come volete o postate un commento, saremo curiosi e grati di prenderli in considerazione. Buona navigazione!

Yo! Una rete per i giovani

Anche l’Informagiovani è un partner del progetto YO YO– your opportunity finanziato dalla Fondazione Cariverona attraverso il bando “Giovani Protagonisti” e all’interno del quale realizzeremo molte attività sotto il segno di Be Smart, le nostre attività dedicate alle competenze trasversali.

Il progetto è rivolto ai giovani dai 16 ai 30 anni della Provincia di Ancona: l’obiettivo è quello di colmare la distanza tra istruzione e mondo del lavoro aiutando i giovani a orientarsi, formarsi e inserirsi nel tessuto lavorativo e sociale del nostro territorio con un percorso gratuito di orientamento e mentoring.  Con YO nasce un nuovo patto territoriale tra giovani, scuola, imprese: l’approccio adottato sarà di “open innovation” in un momento così complesso in cui c’è bisogno di una ripartenza comune, nella condivisione e co-produzione di risorse economiche e sociali.  “Il progetto Yo- come sottolinea l’assessore alle Politiche giovanili, Cultura e Turismo, Paolo Marasca- ha una forza innovativa straordinaria, alimentata dal coinvolgimento diretto delle giovani generazioni.   Genera sul territorio una rete che sino ad ora era sempre stata in potenza. Il Comune di Ancona è attivo con più strumenti: Informagiovani, la Mole, Kum.  Crediamo immensamente in Yo, è un passo avanti decisivo per il territorio.  Daremo senso di possibilità e strumenti ai ragazzi, e loro daranno altrettanto a noi. In un periodo come questo,avviare un progetto così importante è un grande segnale. “

Il progetto avrà una durata di tre anni e vede il coinvolgimento di un’ampia rete con oltre 30 enti tra pubblico e privato: i partner promotori del progetto (Comune di Ancona, CSV-Centro Servizi per il Volontariato, Informagiovani, Associazione Con…tatto, Cooss Marche, SS. Annunziata, Free woman, Opere Caritative Francescane, Tenda d’Abramo, Fondo Mole) istituti scolastici (poliarte, iis volterra-elia, iis podesti-calzecchi-onesti, IIS Vanvitelli-Stracca-Angelini, IIS Einstein-Nebbia), il sostegno sul territorio (Fondazione Cluster, h3-coworking, Legacoop Marche, Confcooperative Marche, Centro Papa Giovanni XXIII, Agorà, IAL Marche srl, Cescot, L.A.B., Generazioni Legacoop), alcune aziende (Lavoriamo insieme, Luna Bona, The Begins srl, Arredamenti Ancona, By Automa, Autoscuola Cantiani, Palm snc, Cus Ancona, Fondazione Marche Cultura), fornitori (Warehouse Coworking factory, Tech4care, Agenzia Res). 

Chi vuole può partecipare già da subito a YO offrendo il proprio contributo: compilando il sondaggio che ci aiuterà a scoprire esperienze e aspettative su orientamento, formazione, volontariato, lavoro (clicca qui per compilarlo!)

Corsi MOOC, una risorsa anche per te!

In questi mesi si sono moltiplicate le occasioni di formazione online, a seguito dell’impossibilità di incontrarsi e di partecipare ad eventi e incontri di alcun genere. Molte delle tradizionali aule formative si sono spostate sul web, utilizzando varie piattaforme e a volte rimodulando contenuti e metodi per adattarsi alla nuova situazione. Anche noi abbiamo cominciato a segnalarvi opportunità di apprendimento online attraverso la nostra newsletter.

La formazione online ha già una lunga storia, visto che i primi corsi MOOC, offerti inizialmente dalle università, risalgono al 2011, e nascono proprio nelle università americane. L’obiettivo era democratizzare il sapere, cioè renderlo accessibile a tutti, e al tempo stesso seguire il principio dell’apprendimento centrato sulle esigenze dello studente (learner- centred experience). Da allora il settore si è molto ampliato e diversificato, e oggi abbiamo una scelta vastissima di corsi online, di ogni genere, durata e argomento.

Ma cosa sono esattamente i corsi MOOC? E in cosa si differenziano dagli altri corsi online?
L’acronimo sta per Massive Open Online Courses, cioè corsi aperti a tutti, senza limitazioni di requisiti di accesso (come invece succede all’università), gratuiti e accessibili attraverso una connessione da qualsiasi luogo.

I corsi MOOC si caratterizzano per la specializzazione dei contenuti, creati da soggetti autorevoli nella materia, spesso gli stessi insegnanti delle università. Possono avere una durata notevole, o essere brevi corsi introduttivi, e prevedono un test finale, di solito a scelta multipla. Alla fine del corso, una volta superato il test, rilasciano un attestato di partecipazione, un badge, in alcuni casi dei crediti universitari, e comunque un documento che attesta che cosa avete imparato.
Altra caratteristica interessante è che i materiali (video, documenti) rimangono disponibili e accessibili per un tempo molto lungo, così da permettere a molte persone di frequentare il corso quando vogliono e completarlo con i propri tempi. Molti corsi sono in inglese, ma ce ne sono tantissimi anche in altre lingue e in italiano.

Più sotto indichiamo dove trovare le numerose piattaforme di corsi MOOC, per cominciare a a vedere quale varietà e vastità di possibilità abbiamo per approfondire gli argomenti che ci interessano o imparare quello che ci serve. Ci sembra fondamentale anche capire quali possono essere le motivazioni per decidere di cercare un corso online e magari di frequentarlo, fino alla fine. Sì, perché teoricamente, e anche in pratica di fatto, conoscenze di ogni tipo sono alla nostra portata, ma non possiamo certo dire di essere tutti istruiti su tante cose.

Partiamo dall’interesse, la curiosità o la passione per un argomento di cui non ci stanchiamo mai di saperne di più. Può anche succedere che questo interesse diventi una opportunità di lavoro, una professione, ma certo perché sia così dobbiamo veramente avere una conoscenza approfondita e strutturata, e i corsi MOOC potrebbero essere la soluzione.

Se invece siete tra quelli che non hanno ancora trovato la propria strada, e non sai bene in che cosa vi piacerebbe specializzarvi, i corsi MOOC sono una buona occasione per sperimentare qualcosa da vicino. In questo senso potrebbero essere anche usati come una forma di orientamento alla scelta universitaria o post universitaria.

Poi ci possono essere altre ragioni per iscriversi a un corso online: la necessità di imparare qualcosa di nuovo per avere migliori risultati al lavoro, o per cambiarlo del tutto, per aggiornarsi, esercitarsi o esplorare nuove possibilità di sviluppo. Anche approfondire o ripassare un argomento scolastico, in vista dell’esame di maturità, per scrivere una tesina o preparare un elaborato, è una buona motivazione per considerare i corsi MOOC.

Segnaliamo alcune delle piattaforme per i corsi MOOC, mentre vi rimandiamo ad altre pagine per un elenco esaustivo.
Diverse università italiane hanno una loro piattaforma, come il Politecnico di Milano o la Federco II di Napoli, mentre altre si appoggiano a piattaforme internazionali, come l’Università di Roma con la piattaforma Coursera, o nazionali, come la Ca’ Foscari di Venezia con EduOpen.

Segnaliamo poi EMMA – European Multiple MOOC Aggregator, un progetto pilota supportato dall’Unione Europea, che offre diversi corsi (settori ambiente, alimentare, umanistico, tecnologia, scienza e salute) in varie lingue, tra cui l’italiano.

EduOpen è il progetto finanziato dal Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, finalizzato alla realizzazione di una piattaforma per la diffusione di corsi Mooc creati da un network di atenei Italiani e altri partner.

Weschool è una piattaforma dedicata alla scuola e agli student, si trovano brevi sorsi di poche ore su tantissimi argomenti scolastici.

Qui e qui potete trovare un elenco piuttosto esaustivo delle piattaforme di corsi MOOC disponibili, a seconda delle lingue in cui sono tenuti i corsi, degli ambiti di formazione offerti e dalla possibilità di accesso gratuito o con abbonamento.

Iscriversi a un corso MOOC può essere anche una bella sfida per provare a migliorare la vostra gestione del tempo ed esercitare costanza e determinazione. Buon apprendimento a tutti!

Cv per l’estero

Tra le prime questioni da affrontare per andare a fare una esperienza di lavoro all’estero c’è il cv!

Preparare un cv per candidarsi o rispondere a un’offerta di lavoro all’estero presenta difficoltà aggiuntive, rispetto a quando se ne crea uno per il proprio paese. Solo per elencare le principali, ci sono la lingua, la traduzione delle proprie mansioni e titoli di studio e la differenza culturale. Ma non ci facciamo scoraggiare prima del dovuto.

Come si fa? Da dove si comincia?
Intanto diciamo subito che non bisogna semplicemente tradurre il cv italiano nella lingua del paese di destinazione. Va fatta una vera e propria trasposizione (come quando si trasforma un libro in un film) dei contenuti da una cultura a un’altra, adattando parole, espressioni, mansioni, formati e, soprattutto, l’approccio alla candidatura di lavoro.

Il primo strumento che ci viene in aiuto è il cv Europass, o formato europeo, studiato proprio per facilitare la creazione di un documento utile per la mobilità dei lavoratori in Europa, come abbiamo già detto qui, che sia comprensibile e riconoscibile nei vari paesi.

Ci sono però due aspetti per quanto riguarda il cv europeo, che non sempre lo rendono la miglior soluzione se state per creare il vostro cv per l’estero.
Il primo elemento da considerare è il destinatario: il cv infatti non è vostro ma, si potrebbe dire, del lettore! Cosa significa? Significa che mentre lo scrivete pensate alle vostre esperienze, studi e abilità, ma che vi dovete concentrare allo stesso modo sul destinatario. Che cosa cerca? Che cosa vuole sapere? E questo, come ripetiamo spesso, vale sempre quando preparate il cv, non solo per l’estero!

Il secondo elemento è la cultura della candidatura dei diversi paesi, cioè qual è la prassi, l’abitudine, come si fa di solito il cv nel paese dove volete andare.

Il cv europeo in genere è accettato nei paesi dell’Europa continentale, come la Francia, la Germani e la Spagna.
Sul sito ufficiale Europass c’è il form dedicato (nelle varie lingue)per inserire passo passo le informazioni e per scaricarlo una volta completato.

Non è invece apprezzato nei pesi anglosassoni e scandinavi, che preferiscono il cv detto appunto all’inglese. Vediamo come è fatto, partendo dalla struttura, che è abbastanza diversa, a partire dalla lunghezza (se non avete tantissime esperienze una pagina può bastare) e dall’organizzazione abbastanza schematica delle informazioni.

Vediamo come è fatto, partendo dalla struttura, che è abbastanza diversa, a partire dalla lunghezza (se non avete tantissime esperienze una pagina può bastare) e dall’organizzazione schematica delle informazioni.
Per cominciare viene dedicato molto meno spazio ai dati personali, che possono essere usati in maniera discriminatoria, oltre al fatto che spesso non hanno a che vedere con le vostre capacità e la posizione per cui vi presentate. Quindi nome, cognome e contatti in genere sono sufficienti.

La seconda sezione nel cv all’inglese è il Profile o Professional objective, poche righe di presentazione di delle proprie capacità, interessi, progetti per il futuro. Per noi spesso questa parte è difficile perché non siamo abituati a sintetizzare il nostro profilo professionale in questo modo, ma dopo aver visto alcuni esempi tutto è più facile.

Per quanto riguarda le esperienze professionali e la formazione, spesso si usa indicare mese e anno, a volte solo l’anno. Le informazioni vengono sintetizzate al massimo, usando parole chiave molto precise per definire mansioni, titoli, responsabilità e risultati.

Una parte rilevante, importante, è quella delle competenze trasversali, o soft skills, di cui abbiamo parlato tantissimo e in varie occasioni, e a cui abbiamo dedicato anche un format specifico, il nostro Be Smart. Sono tutte quelle capacità che non sono strettamente connesse al settore di cui ci occupiamo o alla nostra mansione, ma che definiscono e danno valore al modo in cui facciamo il nostro lavoro. Sono sempre più importanti in tutti i settori e in ogni paese, e qui ce ne sono solo alcune, in inglese, come esempio.

Nel cv all’inglese un ruolo importante ce l’hanno anche le attività extra-lavorative, ad esempio volontariato, sport, interessi personali, associazioni e gruppi di cui facciamo parte. Attività che riguardano la nostra sfera sociale, ricreativa, e che in breve ci definiscono meglio come persone, e non solo come lavoratori.

Vediamo anche qualche breve indicazione per preparare il cv per andare a lavorare in altri paesi, secondo quanto ci è stato indicato dai referenti Eures.
Il cv spagnolo, un po’ come quello italiano, deve essere creato pensando al destinatario: è importante che sia ben strutturato, di facile (e se possibile anche gradevole) lettura, sintetico ma completo delle informazioni rilevanti. L’ideale è non superare le due pagine di lunghezza, ed evitare (come sempre) errori di ortografie e battitura. Per questo è sempre utile farlo leggere ad un’altra persona, prima di inviarlo.

Il cv preparato per un lavoro in Svezia richiede un po’ di creatività: è importante che sia semplice, accattivante, con una particolare attenzione anche al layout, possibilmente personale, originale. Si può scegliere, un po’ come facciamo anche noi, se mettere prima le esperienze di lavoro o la formazione, e si preferisce l’ordina cronologico inverso (prima le esperienze più recenti e poi via via più datate, ma senza andare troppo indietro nel tempo). Le date vanno scritte indicando anno, mese, giorno, ed è consigliabile includere solo le informazioni rilevanti per la posizione desiderata.

In Olanda si preferisce un cv breve, semplice e to the point, cioè che sia creato appositamente per la posizione e includa solo le informazioni rilevanti. A differenza di molti altri paesi, esperienze e formazione vanno elencate seguendo l’ordine cronologico. Anche in Olanda i selezionatori sono interessati a sapere in quali attività vi occupate nel tempo libero, meglio se in qualche modo collegate al settore o alla mansione desiderata. E’ importante poi che il cv, anche qui di una, massimo due pagine, contenga dati e informazioni, mentre le motivazioni, le aspirazioni e simili vanno espresse nella lettera di accompagnamento. La lettera va scritta in olandese, a meno che nell’annuncio non sia specificato diversamente.

Il cv per la Danimarca può estendersi alle due pagine ma è importante che sia ben focalizzato sulla posizione desiderata e sulle richieste dell’azienda. Nella lettera di presentazione assicuratevi di includere le informazioni che rispondono accuratamente ai requisiti richiesti nell’annuncio, e di specificare che cosa l’azienda guadagnerà assumendo voi, più che quello che voi vi aspettate di imparare o ottenere dalla posizione. Naturalmente i selezionatori si aspettano anche di capire come mai avete scelto proprio quell’azienda.

Per la Norvegia il cv può essere scritto in inglese o in un’altra lingua scandinava. Pur non dovendo includere allegati e documenti, bisogna essere pronti a fornirli, dato che potrebbero essere richiesti, una volta visionato il cv. La lunghezza consigliata è sempre quella tra una e due pagine, e anche qui tra i dati personali sono sufficienti il nome e il cognome, l’indirizzo, e i contatti. Non è richiesta la foto.

Ultime indicazioni per facilitarvi il lavoro, in particolare per quanto riguarda la traduzione e la trasposizione delle figure professionali e dei titoli di studio.
Per le figure professionali vi suggerisco di utilizzare il portale europeo ESCO, che raccoglie le definizioni, complete di mansioni e competenze, della totalità (o quasi) delle figure professionali in Europa. Attraverso la maschera di ricerca potete trovare la descrizione della posizione che vi interessa e vedere le stesse informazioni nella lingua di destinazione, selezionandola dall’elenco nella parte gialla al centro.

Per l’equiparazione dei titoli di studio, cioè per capire ed esprimere correttamente a quale livello della classificazione internazionale il vostro titolo corrisponde, c’è il sito dell’ENIC-NARIC.

Bene, non vi resta che cominciare!

 

Jobincountry: la nuova banca dati stagionale

Dall’inizio della pandemia, numerosi comparti produttivi agricoli hanno registrato una grave flessione dell’economia aziendale a seguito delle misure restrittive imposte per l’emergenza sanitaria in corso.

La crisi, infatti, ha colpito il settore degli agriturismi, ai quali è stata imposta la chiusura, il settore viticolo a causa della battuta di arresto di bar, enoteche e ristoranti ed esportazione, il settore di produzione del latte per la mancata richiesta di ristorazione e mense, il florovivaismo che non ha canali di vendita attivi in un mercato stagionale, infine le aziende che basano parte della loro attività sulla vendita diretta nei mercati agricoli, chiusi a loro volta.

Non sono previste invece limitazioni al normale svolgimento delle attività agricole stagionali (es. preparazione dei terreni, semina, potatura) e di quelle relative agli allevamenti.

Per contro, però, il problema è la carenza di lavoratori stagionali, in quanto il Made in Italy agroalimentare si regge in gran parte sulla manodopera straniera che oggi non riesce più a venire, a seguito delle misure restrittive alla libera circolazione.

Emerge quindi la necessità di risolvere urgentemente questo problema perché ormai sono iniziate la tradizionale campagna di raccolta frutti e verdure ma anche le attività di diradamento e potatura.

Se da un lato l’Italia agricola annaspa per la mancanza di manodopera straniera dovuta alla chiusura delle frontiere per contrastare l’epidemia, dall’altro sono molti gli italiani rimasti senza lavoro, cassaintegrati, o già disoccupati da tempo.

Sulla base di questo presupposto, la Coldiretti ha varato la banca datiJobincountry” autorizzata dal Ministero del Lavoro con le aziende agricole che assumono. L’iniziativa, attiva da alcuni giorni, è estesa a tutta la Penisola ed è rivolta a persone con le più diverse esperienze: dagli studenti universitari ai disoccupati, dagli operai ai blogger, ai responsabili marketing, ai laureati e agli addetti del settore turistico.

Questa piattaforma si pone l’obiettivo di mettere in contatto nei singoli territori i bisogni delle aziende agricole in cerca di manodopera con quelli dei cittadini che aspirino a nuove opportunità di inserimento lavorativo e disposte a lavorare nei campi – anche alla prima esperienza – in un quadro di assoluta trasparenza e legalità. Vanno infatti specificate mansioni, luogo e periodo di lavoro ma anche disponibilità e competenze specifiche in un settore dove è sempre più rilevante la richiesta di specifiche professionalità. L’attività è svolta direttamente nelle singole province attraverso le Società di servizi delle Federazioni provinciali ed interprovinciali della Coldiretti, secondo un modello di capillare distribuzione sul territorio.

Come funziona?

Sul portale JobinCountry raggiungibile dal sito della Coldiretti è possibile:

  • per le aziende, inserire offerte di lavoro, indicando le caratteristiche professionali richieste e le condizioni relative alle offerte (come mansioni, luoghi, tempi e retribuzione);
  • per chi è in cerca di occupazione, è possibile inserire il proprio curriculum e la propria disponibilità alla nuova occupazione, e mantenere sempre aggiornati i propri dati professionali

L’iniziativa di Coldiretti ovviamente è solo uno dei modi in cui nell’immediatezza il Paese può supplire alla carenza di lavoratori agricoli stagionali, in quanto fino ad oggi la stragrande maggioranza di questi lavoratori era costituita da persone straniere, in regola e non. Proprio su questi aspetti, il Governo in questi giorni sta discutendo sulla necessità di regolarizzare gli immigrati irregolari. Ma come sempre l’empasse politico rischia di rallentare i tempi e di distogliere l’attenzione sul vero nocciolo della questione. Sanare la posizione degli irregolari non esclude, infatti, l’opportunità di

Come trovare offerte di lavoro sul portale Eures

Che sia per un lavoro stagionale o un lavoro a lungo termine, se cercate un lavoro all’estero il portale Eures vi sarà utile in diversi modi.

La funzione più utilizzata è sicuramente la pagina dedicata alla ricerca di lavoro attraverso gli annunci.
Vediamo come funziona e come usare al meglio la maschera di ricerca, per trovare proprio quello che state cercando. Dato che le offerte disponibili sono in genere alcuni milioni, è davvero essenziale sapere come scovare quelle che ci potrebbero interessare.

A sinistra, nella pagina Trova un lavoro, nella sezione Candidati alla ricerca di un impiego, ci sono una serie di box che permettono di restringere la ricerca. Potete scegliere in quali paesi cercare, e anche in quale regione specifica del paese scelto, per chi ha già le idee chiare su dove vuole andare.  Si può restringere la ricerca anche per tipo di contratto ricercato (tempo pieno, parziale, flessibile) e a seconda del livello di istruzione.

Tra le condizioni si può indicare se la posizione ricercata è nell’ambito del lavoro sociale, o quanta esperienza si può offrire (da nessuna a più di cinque anni).

Nel box “Tipo di posizione” si può anche scegliere, se è questo l’obiettivo, l’opzione lavoro stagionale. Il lavoro stagionale può essere estivo o invernale, ed è più facile trovare offerte se si inserisce la parola seasonal anche nella sezione centrale, come parola chiave. Le parole chiave sono importantissime e se ne possono inserire diverse, che riguardano la professione ma anche la lingua conosciuta, i benefit desiderati o altri parametri. Per le parole chiave utilizzate l’inglese o la lingua del paese che vi interessa.

Molto importante è il box laterale nel quale si può scegliere di visualizzare le offerte con contrassegno Eures: sono quelle che sono state pubblicate sotto la supervisione di un consulente Eures, che quindi fa una serie di verifiche sull’azienda. Sono sicuramente in numero ridotto, ma quelle da considerare per prime per chi cerca qualcosa di certificato e affidabile.

Una volta inserite tutte le specifiche della posizione desiderata, si può salvare il profilo di ricerca, così da non doverlo rifare ogni volta. Questa funzione è molto utile soprattutto se considerate che una buona ricerca vi impegnerà per un periodo di diversi giorni o settimane.
Il portale vi da altre due possibilità, per rendere la ricerca più efficiente: ci si può registrare con una email e ricevere le offerte interessanti (secondo il profilo salvato) che di volta in volta vengono caricate e pubblicate, così da non perdere occasioni e non dover ricordare di verificare ogni settimana le nuove offerte.

Sempre nella sezione verde Candidati alla ricerca di un impiego c’è anche la voce Il mio cv. Significa che potete inserire i vostri dati e le informazioni relative al vostro profilo professionale, creando il vostro cv nel database del portale Eures. In questo modo un datore di lavoro che cerca un collaboratore con le vostre caratteristiche vi potrà trovare facendo una ricerca nella sezione a loro dedicata.

Molto spesso le offerte sono pubblicate nella lingua del paese di destinazione: questo però non deve scoraggiare chi è alla ricerca. Non è detto, infatti, che il datore del lavoro sia interessato solo a lavoratori madrelingua. Una volta iscritti al portale, si ha anche la possibilità di leggere le offerte in traduzione, semplicemente cliccando su un tasto predisposto sotto il testo dell’offerta.

Insomma, per trovare qualcosa adatto a voi bisogna prima di tutto saper cercare! Non dimenticate inoltre che i consulenti Eures, sparsi sul territorio europeo e quindi anche non lontano da voi, sono disponibili a supportarvi nella ricerca.

Coronavirus e mobilità

In questo lungo momento di emergenza e rivoluzione delle abitudini, anche chi è fuori dal proprio paese per un volontariato o una formazione ha dovuto confrontarsi con il problema.

Per chi è all’estero in questo momento, come abbiamo già indicato attraverso i nostri canali Facebook e whatsapp, c’è una pagina ufficiale dedicata per avere informazioni su cosa fare e come comportarsi.

L’indicazione per chi è all’estero per un progetto Erasmus o Corpo europeo di solidarietà è quella di rimanere in contatto con l’Agenzia nazionale del proprio paese e concordare con l’organizzazione ospitante le attività da fare da casa. Per chi non può rientrare rimangono confermati tutti i diritti e i benefit di partecipazione al programma. Si ha quindi diritto al vitto, alloggio, al pocket money e tutti gli altri finanziamenti previsti dal programma a cui si partecipa.

Per chi era sul punto di partire proprio nei giorni in cui la possibilità di spostarsi è stata revocata potranno essere rimborsati i biglietti di viaggio acquistati e non utilizzati. Il progetto per cui si partiva potrà essere rinviato fino a 12 mesi a partire dall’inizio previsto.

Sono state inoltre previsti finanziamenti aggiuntivi per spese d’emergenza, ad esempio per chi è dovuto rientrare in anticipo (le spese saranno finanziate attraverso l’organizzazione ospitante).

Per poter invece partecipare a nuovi e futuri bandi, si è deciso di estendere il periodo di solito indicato per essere considerati recent graduate, da 12 a 18 mesi.

Per quanto riguarda le scadenze per la presentazione di progetti da finanziare, date le difficoltà del momento è stato previsto uno slittamento in avanti per tutte quelle di aprile. Inoltre è stato eliminato l’obbligo di presentare alla scadenza la lettera di partenariato firmata dai partner.

Poi c’è DiscoverEU, l’iniziativa che regala ai diciottenni un pass Interrail per girare l’Europa. Ogni anno vengono distribuiti i pass in due round: data la situazione che impedirebbe ai ragazzi di viaggiare, il primo round di quest’anno, previsto inizialmente per il 12 marzo, è stato rimandato, ma non sappiamo ancora a quando. Seguendo il sito ufficiale, o i nostri canali Eurodesk Ancona, sarà possibile sapere quando verrà aperto. Anche per quest’anno sono previsti in totale 60.000 pass, di cui circa 2.500 per i ragazzi e le ragazze italiani.

Per i diciottenni che avevano partecipato all’ultimo round di novembre 2019, e che avrebbero potuto partire e viaggiare proprio in questo periodo, c’è una pagina dedicata per tutte le informazioni, e la email hello@start-discover.eu per richieste specifiche. In generale diciamo subito che sarà possibile cambiare il biglietto già acquistato.

E per finire,una delle cose da fare più importanti in questo momento è informarsi (senza passare la giornata attaccati a tv e news, che non fa bene) e non cadere nella trappola delle fake news! Vi segnalo la pagina dedicata creata da Eurodesk, per sapere, senza girare troppi siti, cosa sta facendo l’UE in questo momento per l’emergenza coronavirus, e news da non perdere sui programmi europei destinati ai giovani.

Marzo è finito, e le donne?

Questo mese surreale è finito, e sta cambiando radicalmente le nostre abitudini senza guardare in faccia a niente e nessuno: confini, città, nazioni, origine e religione, ricordandoci che siamo tutti soggetti alle stesse malattie e alle stesse leggi della natura.

L’epidemia, poi pandemia, ha infatti trasformato il mese di marzo, generalmente dedicato alla donna, nel mese della quarantena.
Questo evento di rilevanza mondiale ha oscurato tra le altre cose la ricorrenza dell’8 marzo, ma soprattutto ha fatto passare in secondo e spesso in terzo piano la situazione di molte donne.

A voler vedere un aspetto positivo, il coronavirus ci ha liberato, diciamolo, da tutta l’annuale retorica che confonde la giornata internazionale della donna con una festa condita da ringraziamenti alle donne per quello che fanno e sopportano tutto l’anno, salvo poi tornare alle solite (brutte) abitudini. Ci siamo risparmiati iniziative che insistono proprio sugli stereotipi che sono invece da comprendere e superare. La donna che una volta all’anno da oggetto si mette dalla parte di chi guarda l’oggetto (le feste a base di torsi nudi maschili), per poi tornare dov’era il giorno dopo. O la donna come creatura la cui essenza si esaurisce in dolcezza, sorrisi, poesia, abnegazione e sacrificio per la famiglia, maternità e passi indietro. Tutte immagini che se applicassimo agli uomini ci farebbero quanto meno notare l’inconsistenza di tale rappresentazione di una persona. Per non parlare dei discorsi sulla violenza di genere, sempre concentrati sulla violenza fisica, e che dimenticano tutte le altre forme di violenza, altrettanto limitanti e lesive dei diritti e della dignità delle persone.

Ci sono però aspetti già problematici che sono notevolmente peggiorati con la situazione in cui ci troviamo. L’emergenza coronavirus ha fatto esplodere un’altra emergenza, quella delle violenze domestiche e dell’isolamento delle donne a rischio di maltrattamenti. Le misure restrittive hanno reso ancora più vulnerabile chi vive in situazioni di pericolo e sotto minaccia dei conviventi maltrattanti. Essendo costrette a casa per la maggior parte del tempo, è più difficile avere la possibilità di contattare i CAV – Centri antiviolenza, che hanno visto infatti un calo dei contatti.
Calo che non ha certo significato il cessare delle violenze e dei maltrattamenti, come i casi di cronaca riportano, anche vicino a noi.

E’ importante quindi ricordare che, anche in questo periodo, per supporto o per consiglio si possono contattare telefonicamente i centri antiviolenza, come quello di Ancona gestito da Donne e giustizia, al numero 071 205376 o al numero verde 800 032 810, oppure il 1522, Numero Nazionale Antiviolenza Donne, attivo 24 ore su 24.

Da qualche tempo il 1522 è anche un’app, attraverso la quale è possibile chattare con le operatrici e chiedere aiuto e informazioni in sicurezza, senza correre il rischio ulteriore di essere ascoltate dai possibili aggressori. Contattare un centro serve anche a capire se effettivamente si sta vivendo in una relazione maltrattante e se si è a rischio. Le operatrici potranno dare consigli su come comportarsi per minimizzare i rischi.

Nei casi in cui ci si trova in pericolo il consiglio è quello di contattare le forze dell’ordine, come la polizia, che anche ad Ancona ha avviato lo scorso febbraio il progetto di sensibilizzazione “Questo non è amore”. Si può utilizzare il numero 112: la chiamata, sia da telefono fisso, che cellulare è gratuita. Si può usare una lingua diversa dall’italiano, grazie al servizio multilingue, che traduce la chiamata con l’aiuto di un interprete.

Una iniziativa che riguarda la situazione di difficoltà seguita alle restrizioni è stata presa la settimana scorsa dal Ministro dell’Interno. Tutte le Prefetture, a seguito delle difficoltà nell’accogliere donne vittime di violenza, sono infatti state invitate dal ad attivarsi per individuare e rendere disponibili ulteriori alloggi, con la garanzia della necessaria sicurezza sanitaria.

Per poter vedere diminuire i numeri che riguardano le violenze prima del prossimo marzo è necessaria l’attenzione di tutti. Anche ai vicini di casa sono persone a cui chiedere aiuto per poi intraprendere il percorso di uscita da una situazione di maltrattamenti. E i vicini di casa siamo tutti noi.