Disciplinati e contenti
Una delle cose che fa l’Informagiovani, oramai si è detto un sacco di volte, è orientare le persone. Che cosa vuol dire nello specifico? Tradotto nella pratica vuol dire molte cose. Per esempio significa in un servizio come il nostro se fai una domanda la risposta che ricevi potrebbe non essere solo quella che cercavi, perché cerchiamo di capir se stai cercando davvero quello che fa per te (e per scoprirlo spesso ad una domanda tocca rispondere con un’altra domanda).
Le informazioni che trovi non sono quasi mai a caso e nemmeno le prime scoperte: ogni cosa che viene proposta proviene da un processo di analisi, selezione e verifica delle notizie che riporta (ecco perché difficilmente si trovano titoli a tutta pagina come nelle locandine dei giornali locali). Infine significa che un Informagiovani propone anche informazioni e notizie che non son fatte per avere “successo” (cioè lette, viste e considerate da migliaia di persone); ma stanno lì perché possono essere utili anche se non sono abbastanza affascinanti (e come potrebbe essere affascinante la spiegazione di come si compone una lettera di presentazione?).
Ad ogni modo, per utilizzare un termine che va sempre meno di moda in questi tempi, l’Informagiovani è un servizio che cerca anche di educare. Parola da utilizzare con cautela perché nella migliore delle ipotesi chi la sente potrebbe non gradire non fosse altro per il fatto si sentirsi ricondotto e considerato come un infantile. In realtà la parola educazione ha un’origine tutt’altro che infantile: viene dal latino ed è composta dalla particella “e” che significa “da, di, fuori” e da “ducere” che significa “condurre”. Volendo quindi approssimare una traduzione educare significa condurre fuori, estrapolare qualcosa da qualcuno. Molto diverso da “insegnare” e da “formare” che prevedono la presenza di un soggetto che in qualche modo modifica le nostre conoscenze o le costruisce da zero. Il significato di educazione è più ampio e mirante ad estrapolare e potenziare anche qualità e competenze inespresse che non hanno però bisogno di essere instillate nel soggetto perché quest’ultimo le ha già, solo che non lo sa (come diceva Quelo, il personaggio interpretato da Corrado Guzzanti, “la risposta è dentro di te, e però è sbagliata” 🙂 ).
Un esempio di educazione lo vogliamo riportare anche in questo post (potete utilizzare i post per dirci se lo condividete o meno). Riguarda il nostro comportamento, sono le regole che secondo Tolstoj servono a condurre una vita perfetta (e che abbiamo ritrovato in questo post de Linkiesta). non sappiamo se possono essere davvero utili per tutti gli aspetti della nostra vita, ma magari alcuni possono essere utili per quella professionale (ed è per questo che possiamo considerarle in qualche modo un suggerimento orientativo). Una piccola premessa: nessuno ha mai raggiunto il successo (professionale o meno) passeggiando e fischiettando e quindi un po’ di disciplina può tornareutile (anche se il termine suona militaresco). In questo senso dello scrittore russo Lev Tolstoj pochi conoscono la sua disciplina d’acciaio. La possiamo riassumenre in una serie di regolette (lui le chiamava “regole di vita”) che descrivono il suo inesorabile percorso verso l’ascetismo. Vi potete farne l’uso che volete (compreso quello di far finta di non averle mai lette, se ci riuscirete). ecco quindi in estrema sintesi quello che dovremmo fare:
- Svegliati alle cinque
- Vai a dormire non più tardi delle dieci
- Durante il giorno si può dormire al massimo due ore
- Mangia con moderazione
- Evita i dolci
- Cammina almeno un’ora
- Fai una cosa alla volta
- Al bordello ci puoi andare al massimo due volte al mese
- Smetti di pensare a cosa pensano di te gli altri
- Ama le persone cui puoi essere utile
- Disprezza ogni opinione diffusa che non sia fondata sulla ragione
- Smetti di pensare a cosa pensano di te gli altri
- Evita i voli dell’immaginazione, tranne quando non sia necessario
- Aiuta chi è meno fortunato
Che ne pensate? A parte la numero 8, che quantomeno andrebbe attualizzata, vi sembra che le altre possano fare al vostro caso? Al di là delle abitudini di sonno e veglia crediamo che possano essere consigli utili e da tenere in mente anche nella vita che ci troviamo a fare anche 100 anni dopo Tolstoj. Noi ne aggiungeremmo soltanto una, la numero 15: seguite le regole precedenti solo se vi rendono felici.



Al supermercato ci avviciniamo alla corsia dove dobbiamo prendere i biscotti per la colazione e troviamo subito i nostri preferiti: la busta gialla lì davanti a noi contiene i nostri preferiti, quelli che avevamo proprio voglia di addentare la mattina appena svegli. Li abbiamo scelti perché sono croccanti al punto giusto, ci saziano senza appesantirci, rispettano la nostra dieta ma anche al nostra fame. Insomma, sono quasi perfetti e siamo felici della nostra scelta. L’abbiamo fatta davvero noi? Quei biscotti stanno in quel posto nel supermercato non per puro caso o perché l’abbinamento dei colori delle confezioni suggeriva quella posizione. Il motivo per cui stanno lì è dovuto ad un processo in cui si mischiano marketing, pubblicità, gestione del magazzino e delle vendite, promozioni, accordi commerciali e qualche trucco. Insomma forse quella scelta non l’abbiamo fatta proprio noi: sfruttando il nostro inconscio qualcuno è riuscito a “darci le giuste indicazioni” per arrivare a quella scelta. Un esempio ulteriore, sempre da supermercato: caramelle, gomme da masticare e mentine si trovano in grande abbondanza vicino alle casse. Non solo perché si dice siano “acquisti di impulso” ma anche perché se andaste a vedere il loro costo effettivo prendendovi qualche istante in più (che solitamente alle casse non avete) scoprireste che le mentine potrebbero 
La creatività, come abbiamo scritto più volte anche in questo blog, può essere una grande alleata in tempi di crisi occupazionale: inventarsi un lavoro, come si usa dire, a volte è l’unica strada veramente percorribile per chi cerca un’occupazione. Ma possiamo davvero inventarci un lavoro dal nulla? Veramente il nostro ingegno può essere ancora capace di trovare qualcosa che non esiste? Esiste ancora la possibilità di far nascere dal nulla qualcosa che prima non esisteva? Rispondere affermativamente a queste domande può essere al tempo stesso un bene o un male. Per rispondere potrebbe forse essere utile capire che cosa accade nel mondo delle invenzioni, quelle vere.
Chi di noi sta facendo un lavoro (trattasi di attività professionale remunerata, meglio ricordarlo di questi tempi) si sente spesso già fortunato da non mettersi anche a sindacare o discutere sul fatto che il lavoro gli piaccia o meno. Questo almeno per i primi mesi. Poi iniziano ad aumentare le grane, le cose che non vanno, i soldi che non bastano, le opportunità di crescita e carriera che scarseggiano e via discorrendo. Come dice a volte il comico Bertolino, il lavoro è quella cosa che lottiamo allo sfinimento per avere e che poi quando abbiamo non vediamo l’ora di lasciare. Insomma, i sentimenti che ci legano la lavoro che facciamo sono mutevoli e contradditori.


Ad inizio 2015 è arrivata finalmente la notizia positiva: 


Se tra chi legge questo blog c’è qualcuno esperto o amante di storia forse ha già capito dove vogliamo andare a parare. Sicuramente saprà che cosa si intende per 
Quando cerchiamo lavoro sono molte le cose a cui dobbiamo fare attenzione: la redazione di un buon cv, una strategia attenta e curata per la scelta del nostro obiettivo professionale, la costruzione di una rete di contatti che possa essere costruttiva ed efficace ed infine una nostra presentazione complessiva che sia performante. Che cosa intendiamo per presentazione e come riusciamo ad ottenere questo risultato?
Dimmi che contratto hai e ti dirò chi sei! Questo è un modo di dire che possiamo utilizzare per raccontare in qualche maniera la complessità e la varietà di contratti di lavoro che ci sono nel nostro sistema di regole. Quanti contratti di lavoro ci sono e come sono utilizzati? Premesso che una risposta totalmente esaustiva è difficile da dare in un post di un blog, proviamo comunque a tratteggiare una panoramica che speriamo possa essere utile ad orientarsi meglio.


Ben ritrovati a tutti voi! Il nostro blog è stato fermo una settimana: stiamo facendo degli esprimenti per testare novità che speriamo di potervi presentare presto ;-). Ripartiamo di slancio e questa settimana cominciamo subito a parlare di lavoro e di come fare per trovarlo. Oggi proviamo a darvi qualche consiglio su come scrivere una lettera di accompagnamento. solitamente su questo documento ci si concentra poco (a torto) pensando che siano sufficienti “due righe” per accompagnare il cv scritte in maniera più o meno plausibile. Invece non è così: la lettera di accompagnamento, le “due righe” scritte nel testo della mail in cui allegate il cv sono il primo biglietto da visita che mostrate a chi non vi conosce. E spesso sono fondamentali. Partiamo dal’inizio. Innanzitutto, mail o lettera che sia, va indirizzata se possibile a qualcuno, meglio se una persona fisica (quindi nome e cognome e non solo il ruolo); e meglio ancora se la persona è quella che si occupa di personale in quell’azienda. Nel rivolgervi al vostro destinatario evitate troppe formalità ma iniziate sempre con un saluto e cercate di essere abbastanza cordiali (un “Gentile…” può andare bene). Evitate se possibile di iniziare con un generico “Spettabile azienda” o un “voi” generalizzato che non ottiene lo stesso grado di attenzione di un incipit maggiormente personalizzato. Se non avete idea della struttura che la lettera può avere, se non sapete da dove iniziare e come terminare la lettera un format molto semplice che ci sentiamo di consigliarvi è quello che abbiamo chiamato dei “3 perché”. Lo abbiamo chiamato così dal momento che una possibilità che avete di strutturare la lettera di accompagnamento è quella di rispondere idealmente a tre perché. Il primo “perché” riguarda voi stessi: perché siete voi? Quali sono le motivazioni che vi hanno portato ad affrontare un certo percorso formativo o una certa carriera professionale? Provate ad illustrare il vostro profilo professionale non tanto con l’elenco di titoli od esperienze (quelli si vedono sul cv!) ma dando qualche spunto sui motivi per i quali avete scelto una certa direzione professioanle. Il secondo perché riguarda invece la professione per la quale vi candidate: perché volete ricoprire quell’incarico? Cosa vi spinge a pensare che sapreste svolgere bene quel lavoro? Cosa potrebbe essere determinante, tra le vostre competenze, per il buon raggiungimento degli obiettivi che quella professione prevede? Cercate in poche righe di descrivere il valore aggiunto che esprimete e i bisognid ell’azienda che volete e potete soddisfare. Il terzo perché riguarda invece proprio l’azienda/organizzazione destinataria della vostra candidatura: perché avete scritto a quell’azienda? Cosa vi spinge a preferirla ad altri suoi competitor? Cosa ha in comune con voi rispetto a progetti, filosofia aziendale, vision? Dovreste riuscire a mettere in piedi in due righe almeno una buona motivazione in questo senso che possa ottenere due effetti: far capire che non state scrivendo la stessa lettera di presentazione all’ennesima azienda e testimoniare il vostro apprezzamento per il loro lavoro (i complimenti, a patto che siano sinceri, sono sempre apprezzati). Se riuscite a rispondere a ciascuna di queste domande con un breve paragrafo che non contenga errori grammaticali né di battitura avrete tra le mani una lettera di presentazione che può essere utilizzata con profitto. Non sarà una formalità sbrigata ma una vera e propria presentazione di voi stessi. Rileggetela, integratela e modificatela in modo che possa piacervi. Come dicono bene nel blog 
Già ora ed ancora di più nei prossimi anni, ciò che maggiormente conterà non saranno qualifiche e titoli per “stare” in un certo posto di lavoro. Ma, più realisticamente, capacità e competenze espresse durante il lavoro. Le due cose non sono uguali e non ho nemmeno scontato che la seconda sia diretta conseguenza della prima. Vista da un altro punto di vista potremmo dire che l’epoca del posto che dura tutta la vita è finita, ma la nostra impiegabilità ha ancora qualche chance. Che cos’è l’impiegabilità? Non è un concetto nuovo e nemmeno troppo sconosciuto, solo che rappresenta un concetto che fa fatica ad entrare nella nostra cultura e nel nostro modo di vedere e valutare il lavoro.
Quanti di voi dopo l’invio di un curriculum aspettano una risposta che non arriva mai? Nemmeno a dirlo questa è un’esperienza che è toccata a tutti e che, regolarmente, continua a capitare a molti. Per questa cosa essenzialmente ci sono due ordini di spiegazioni: potrebbe essere che la maggior parte delle aziende e dei loro responsabili siano maleducati ed in generale non rispondo a nessuno; oppure potrebbe essere che alcuni nostri curriculum non siano esattamente adeguati o forse non sono nemmeno troppo efficaci. Entrambe le spiegazioni hanno un riscontro nella realtà: in effetti ci sono aziende che ritengono una buona reputazione nei confronti di potenziali candidati un surplus di cui poter fare tranquillamente a meno. Ma ci sono anche casi in cui abbiamo spedito un curriculum senza rileggerlo, con errori grammaticali, importanti omissioni e quant’altro. Con l’aiuto di 
Su circa 950mila annunci di lavoro comparsi on line (ma ci sono ancora annunci che viaggiano solo off line?) più o meno la metà sono annunci che riguardano l’innovazione, l’alta tecnologia: appartengono a settori in cui queste componenti sono il motore dello sviluppo. Quanti candidati sono pronti a rispondere a simili offerte? La risposta a questa domanda è piuttosto deludente, perché il problema è che probabilmente spesso capita che non ci siano profili adeguati.
Qual è la cosa più strana che avete scritto in un curriculum? Quella più intelligente? E quella più stupida? Probabilmente sono cose che riusciamo a scoprire solo dopo un po’ di tempo, magari rileggendo il nsotro cv dopo un po’ di tempo Oppure perché leggiamo un post come questo in cui ci sono indicazioni di cose strane, intelligenti e stupide da mettere in un cv.
I dati sulla disoccupazione e sulla mancanza di lavoro sono talmente sempre così negativi che il rischio è farci l’abitudine. La sindrome, in qualche modo, è quella che ha fatto nascere i neet (Not (engaged) in Education, Employment or Training, cioè persone, prevalentemente giovani, che non sono coinvolte in percorsi educativi, di lavoro o di formazione): in pratica si sono arrese ad un contesto quasi totalmente privo di opportunità oppure non riescono a cogliere in un mondo professionale troppo competitivo.
Oggi pubblichiamo, con grande piacere, un articolo che ha scritto per noi Sara, una studentessa del Liceo Rinaldini di Ancona che ha avuto la pessima idea 🙂 di fare una delle sue prime esperienze di contatto con il mondo del lavoro qui da noi. E da quello che ha scritto pare che così male non sia andata. Buona lettura (e soprattutto grazie a Sara).