Ottimismo, con prudenza

Businessman helps statisticAd inizio 2015 è arrivata finalmente la notizia positiva: i contratti a tempo indeterminato sono in aumento! Merito chiaramente della nuova contrattualistica del lavoro che permette maggiore flessibilità ai datori di lavoro nell’eventuale recessione anche da un contratto senza scadenza. Nonostante questo i dati sulla disoccupazione continuano a non essere positivi: il tasso è salito di nuovo al 12,7% “bruciando” di fatto anche i deboli miglioramenti precedenti. Ora la domanda sorge spontanea: sul versante lavoro dobbiamo cominciare ad essere ottimisti o sono tutte chiacchiere?

Per rispondere in una maniera che non sia banale o ideologica, ci siamo affidati a questo articolo apparso su Lavoce.info sito di informazione economica e non solo. Andando con ordine: i dati Istat, quelli che informano sulla disoccupazione, raccontano di una sorta di andamento sussultorio durante gli ultimi mesi (a settembre 102mila occupati in più, a ottobre 35mila in meno, a novembre altri 61mila in meno, poi a dicembre di nuovo 42mila in più, a gennaio aumento di altri 7mila, infine a febbraio calo di 44mila). La questione è che i dati ISTAT vanno letti sul lungo periodo e queste variazioni di mese in mese non hanno molto senso anche perché sono in parte collegate a quello che può essere considerato un errore di carattere statistico (la rilevazione, seppur fatta in maniera rigorosa, è sempre l’analisi di un campione). L’aumento dei contratti a tempo determinato non è invece una rilevazione statistica, ma un computo numerico che attesta un aumento dei contratti a tempo indeterminato rispetto all’anno precedente nello stesso periodo.

Ora si tratta di capire se l’aumento dei contratti rappresenta anche un aumento delle posizioni e dei posti di lavoro: perché alcuni di questi contratti potrebbero essere trasformazioni di contratti precedenti con scadenza (in quei casi il posto di lavoro è sempre lo stesso, non c’è creazione di nuovi posti di lavoro). Inoltre bisogna considerare se alla crescita dei contratti a tempo indeterminato non corrisponda anche una crescita delle cessazioni: in altre parole se e quanti licenziamenti o fine contratto ci sono in corrispondenza dell’aumento degli indeterminati, in quel caso il saldo dei posti di lavoro potrebbe essere nullo od anche negativo (se aumentano di 100 i contratti di lavoro a tempo indeterminato e al contempo si verificano 120 cessazioni i posti di lavoro sono 20 in meno). Su questo punto Lavoce scrive “I dati disponibili per il Veneto attestano chiaramente che nel primo trimestre 2015 gli ingressi nella condizione di occupato a tempo indeterminato hanno sopravanzato le uscite; i dati nazionali, pur limitati al primo bimestre, convalidano un bilancio analogo. Non solo: il saldo 2015 risulta nettamente più positivo del corrispondente 2014 e perciò comporta il netto miglioramento della dinamica dell’occupazione dipendente a tempo indeterminato anche su base annua. Certo, non è ancora sufficiente a riportare il saldo annuale su valori positivi: per conseguire questo risultato occorre che il trend innescato nel primo trimestre 2015 continui per almeno altri cinque-sei mesi“.

Dunque, per tornare alla domanda iniziale, c’è da stare allegri o no? In sostanza l’incremento dei contratti a tempo indeterminato rappresenta un primo segnale di miglioramento dell’intero mercato del lavoro anche se da solo non è sufficiente per dire che siamo sulla buona strada e, soprattutto, allo stato attuale dei fatti, ha prodotto risultati che su base annua sono ancora troppo deboli. L’altra notizia positiva è che in generale un numero maggiore di assunti non ha comportato la perdita di posti di lavoro anche se i dati rispetto a contratti diversi da quello indeterminato non sono positivi.  Due sono le cose che sicuramente possiamo affermare senza tema di smentita: “sicura crescita, nel 2015, delle posizioni di lavoro a tempo indeterminato e la sostanziale stabilità nell’ultimo semestre, al netto di oscillazioni mensili che non meritano attenzione, degli occupati totali. In altre parole: ottimismo, con prudenza.

Lavoro: prima persona singolare, tempo futuro

Orientamento_ISTAO_RSQuando si parla di futuro ci si aspetta sempre delle previsioni: possibilmente vere, rassicuranti, ottimistiche. Ma parlare di futuro significa anche mettersi nell’ordine di idee di poterlo programmare, determinare, realizzare con le proprie forse e le proprie competenze. Ma la questione è che per fare questi passi (programmare, determinare, realizzare) una domanda rimane in sospeso: dove? Da che parte si va? Ecco, l’orientamento professionale (quello realizzato da professionisti e da servizi appositi) cerca di dare questa risposta. Le attività di orientamento però non sono come le agenzie di viaggio che alla domanda “dove?” sono sicuramente sempre pronte a rispondere con mete entusiasmanti. L’orientamento per rispondere alla domanda “dove?” parte sempre da un’analisi della persona che fa la domanda. In primo luogo perché, e questo vale anche per i viaggi, ciascuno di noi può avere una meta diversa, anche se parte con condizioni simili. In secondo luogo perché le condizioni in realtà si chiamano competenze ed è molto importante che ciascuno di noi sia consapevole delle proprie. In terzo luogo perché la “meta” è un obiettivo e per arrivarci serve necessariamente farlo proprio.

Abbiamo dato un titolo a questo post che riporta “prima persona, singolare” proprio perché l’orientamento è un’attività che possiamo fare anche in gruppo ma che ciascuno di noi affronta in maniera del tutto personale. Le attività di orientamento hanno l’obiettivo di aiutare le persone a costruire percorsi pienamente soddisfacenti in ambito formativo e professionale ed è er questo che ciascuno ha bisogno del proprio percorso di orientamento. L’altra questione è quella delle competenze. “Con questo termine si intende valorizzare quello che una persona sa fare, indipendentemente da come lo ha imparato. Si valorizza cioè l’apprendimento non formale in contrapposizione ad esempio a diploma, laurea, qualifica ottenuta attraverso un corso di studi. In questo accezione il termine ‘competenza’ (usato sempre al singolare) indica ‘quella generica qualità, non meglio specificata, posseduta una persona che si dimostra competente” (orientmaento.it). Su questo punto in Italia facciamo molta fatica a fare progressi: c’è una cultura diffusa e radicata che confonde sempre i titoli con le competenze (con casi sempre più frequenti di evidente differenza tra le due cose). Nel linguaggio e nella pratica comune, ad esempio, l’utilizzo del suffisso “dott.” regala al nome che segue una serie di competenze e attributi che sono in realtà tutti da verificare. Anche nei percorsi professionali (e, ahinoi, in quelli formativi) si tende a confondere l’acquisizione del titolo con l’acquisizione delle competenze: se è vero che una volta laureati, per esempio, si sono acquisite una serie di competenze specifiche nella materia, è altrettanto vero che poi la mancata pratica delle stesse o una loro utilizzazione in un campo diverso possono trasformare molto lo standard previsto dal titolo acquisito. Ad esempio una persona laureata in economia può essersi occupata poi di marketing, finanza, fisco o gestione di impresa canalizzando le proprie competenze in un settore o in un altro (e probabilmente chi si è occupato di marketing farà fatica quanto noi a compilare una dichiarazione dei redditi).

L’ultimo (ma solo in ordine di apparizione in questo post) aspetto è quello che riguarda gli obiettivi. Torniamo all’esempio dei viaggi: ammesso che qualcuno di voi abbia già tutto il necessario per viaggiare (soldi, auto, ferie, disponibilità che nella nostra metafora sono le competenze) come fa a scegliere la meta? O le mete? Scegliete quella più vicina o quella più lontana? Quella che implica un viaggio più faticoso e avventuroso o quella più facile da raggiungere? Scegliete di arrivarci subito o vi avvicinate per gradi? Queste sono le stesse domande che si potrebbero fare a chi, anziché un viaggio, sta programmando un percorso professionale ed è alla ricerca dei propri obiettivi. Se ne fa un gran parlare ma non capita spesso che qualcuno ti dica che cosa è un obiettivo e che caratteristiche deve avere. Per rispondere a quest’ultima questione ed anche alle altre di questo post ci vediamo venerdì 17 aprile alle 17 (data e orario parlano della nostra totale mancanza di scaramanzia): con ISTAO parleremo di orientamento, competenze, obiettivi e futuro al seminario gratuito che abbiamo chiamato “In me non c’è che futuro“. Vi aspettiamo!

La tecnologia fa perdere posti di lavoro (è una bugia)

tecnologia lavoroSe tra chi legge questo blog c’è qualcuno esperto o amante di storia forse ha già capito dove vogliamo andare a parare. Sicuramente saprà che cosa si intende per rivoluzione industriale e che cosa questa ha comportato nella storia dell’intero pianeta nel quale viviamo. C’è chi afferma che in questi anni stiamo vivendo una rivoluzione simile, grazie all’informatica e alle tecnologie digitali. Quando utilizziamo il termine rivoluzione intendiamo qualcosa che, anche se lentamente, stravolge completamente il mondo (e il modo) in cui siamo abituati a vivere. Per intenderci, la rivoluzione industriale ha avuto come effetti, tra gli altri, la possibilità di avere la corrente elettrica nelle case (immaginate oggi di poterne fare a meno?) e di trasformare il mondo produttivo (negli Stati Uniti gli occupati nell’agricoltura sono passati dal 90% al 2%). Che cosa sta accadendo oggi? E che effetti potrebbe avere quella attuale se fosse una vera rivoluzione tecnologica?

Nel numero di Internazionale di questa settimana c’è un dossier (quello di copertina) che racconta in qualche modo proprio questa storia. Il titolo dell’articolo è “Il capitalismo dei robot” e la questione che vi è raccontata potremmo riassumerla in questa semplice domanda: la tecnologia sta togliendo posti di lavoro? Per trovare una risposta a questa domanda senza essere banali e frettolosi bisogna analizzare un po’ meglio la questione. Prima di tutto l’informatica ha un grande potenziale perché è in grado di auto-apprendere grazie alla sua incredibile capacità di fare calcoli e, soprattutto, di farli in maniera sempre più veloce (provate a leggere, se non la conoscete, la teoria detta legge di Moore). La conseguenza è che grazie a questa “abilità” il processo di sostituzione macchina/uomo riguarda con una certa facilità tutti i processi che sono ripetitivi ed ancor di più se si tratta di lavori faticosi e logoranti per i quali l’uomo ha come limite la propria resistenza. Il terzo punto riguarda l’automazione: grazie alla potenza di calcolo sempre più grande le “macchine” riescono a fare lavori sempre più complessi. A guardare  questo video sui robot Kiva nei magazzini di Amazon ci si rende subito conto di come possa essere importante l’influenza dei robot nel lavoro: quello che queste macchine fanno in maniera del tutto automatica non più di 10 anni fa era il lavoro di operai in un numero di almeno 5 volte superiore. Operazioni semplici, faticose, ripetitive: il massimo per un robot comandato da un computer.

La sostituzione riguarda soltanto i lavori manuali? Non si direbbe: i bancomat e le casse automatizzate hanno sostituito gran parte dei cassieri di banca e ci sono una serie di strumenti tecnologici (con relative applicazioni) che possono sostituire con una certa facilità il lavoro di una segreteria organizzata (chi ha più bisogno di una segretaria che gestisce gli appuntamenti quando esiste GoogleCalendar?). Considerato che la potenza di calcolo che 30 anni fa aveva un calcolatore dal costo di milioni di dollari grande come un magazzino oggi ce l’ha una PlayStation3, ci sarebbe da scommettere che nei prossimi lustri (pochi) le macchine avranno sostituito completamente gli uomini (e le donne) nella stragrande maggioranza dei lavori. Ora sta tutto nel decidere se questa è una bella o brutta notizia.

Per prendere questa decisione bisogna fare ancora un passo indietro (la storia spesso aiuta sia la scienza che l’economia). Quando negli Stati Uniti l’agricoltura ha perso la maggior parte dei suoi addetti che cosa è successo? La popolazione è diminuita drasticamente? C’è stata una disoccupazione epica? Non è andata così. Quello che è successo è che le persone hanno dovuto imparare a fare lavori nuovi e al contempo sono nati nuovi settori, nuove professioni, nuovi impieghi. Il problema è che la faccenda non è stata automatica e nemmeno immediata. Secondo J.M. Keynes in queste epoche di passaggio in cui l’innovazione tecnologica ha trasformato la società e l’economia, l’adeguamento delle “risorse umane”non ha viaggiato alla stessa velocità, è stato più lento. Questa asimmetria, tra la velocità del progresso e quella dell’adeguamento della popolazione, genera situazioni di mancato equilibrio ed anche un certo senso di smarrimento in chi vive durante il passaggio. Ci sembra che sia un po’ quello che ci sta capitando oggi: non possiamo dire che la tecnologia non sia utile e benefica, ma al contempo facciamo fatica a crederlo quando ci accorgiamo che è anche la causa della perdita di posti di lavoro. Il consiglio che la storia ci regala è che in questi frangenti ci sono solo un paio di cose che tendenzialmente sembrano giuste da fare: la prima è quella di interessarsi, conoscere e imparare a utilizzare la tecnologia; l’altra è di evitare di pensare che le cose che sono andate sempre in una certa maniera continueranno a funzionare sempre così. Questa rigidità, soprattutto se applicata alle scelte che ci riguardano da vicino come quella di un percorso professionale, potrebbe risultare pericolosa. Come facciamo ad accorgercene? Per esempio, se qualcuno di voi sogna ancora di fare il cassiere di banca forse è bene che prenda in considerazione qualche altra prospettiva 🙂

Lavoro, parliamone

lavoro parliamoneQuando cerchiamo lavoro sono molte le cose a cui dobbiamo fare attenzione: la redazione di un buon cv, una strategia attenta e curata per la scelta del nostro obiettivo professionale, la costruzione di una rete di contatti che possa essere costruttiva ed efficace ed infine una nostra presentazione complessiva che sia performante. Che cosa intendiamo per presentazione e come riusciamo ad ottenere questo risultato?

Per presentazione intendiamo qualsiasi azione e comportamento che porta a presentare agli altri quello che siamo e quello che facciamo: si va dalla stretta di mano fino ad un ipotetico elevator pitch. Si tratta in buona sostanza di fare comunicazione e farla bene. L’esperienza più comune, condivisa e forse più intensa di comunicazione per quel che riguarda il mondo del lavoro probabilmente la facciamo quando affrontiamo il colloquio di lavoro. Ma ci sono anche altri momenti in cui il nostro modo di comunicare è importante: quando incontriamo una persona nuova, se dobbiamo presentarci in un contesto diverso, se siamo chiamati a parlare in pubblico. In tutti questi casi dovremmo tenere presente alcuni aspetti fondamentali per fare una buona impressione.

Impariamo a gestire la nostra comunicazione cominciando dal vocabolario: facciamo attenzione alle parole che utilizziamo, a come scegliamo di descrivere cose che ci appassionano ed anche quelle che non ci piacciono. Per esempio: non rispondere mai ad una domanda cominciando con “no”. Fateci caso, capita soprattutto quando ci vengono chieste spiegazioni su qualcosa che ci riguarda: “Di cosa ti sei occupato/a mentre alvorari per l’impresa X?”. Risposta: “No… ero addetto/a…”. Quella negazione all’inizio probabilmente è una brutta abitudine ma in un’interpretazione meno letterale racconta un atteggiamento poco propositivo e convinto. Due lettere che vi mettono già tra i “perdenti”. Altro esempio. Quando spieghiamo qualcosa e non abbiamo certezza che chi ascolta abbia chiara la nostra spiegazione chiedere “capito?” è molto diverso da “sono stato abbastanza chiaro/a?”. Nel primo caso, anche non volendolo, ci mettiamo in una posizione si superiorità (la maestra con l’alunno), nel secondo caso in una posizione di disponibilità. Sono piccoli particolari ma che si possono notare con facilità.

Altro fondamentale. Raccogliamo e ci accorgiamo dei feedback del nostro interlocutore? Riusciamo a capire quando sta seguendo quello che diciamo, se è interessato, annoiato, partecipe o combattivo? Questo è un aspetto molto importante perché non solo ci aiuta a definire meglio quale sia l’atteggiamento di chi abbiamo di fronte, ma allo stesso tempo ci permette di raccogliere segnali per cambiare la nostra comunicazione e, se necessario, differenziare i nostri argomenti. Per capire quanto e come l’attenzione del nostro interlocutore è attiva si possono cercare conferme intercettando lo sguardo, chiedendo conferma alle nostre affermazioni o facendo domande.

Da ultimo: che toni utilizziamo? Parliamo forte o piano? Velocemente o lentamente? Abbiamo mai provato ad ascoltarci? Se per esempio siamo abituati a fare un lavoro in pubblico davanti a molta gente tenderemo, anche in colloquio interpersonale, ad avere un volume alto, a volte troppo per una stanza di pochi metri quadrati. Qualche volta può capitare anche che parliamo velocemente per la fretta (ansia) di dire molte cose come se la quantità di argomenti corrispondesse alla qualità degli stessi. Cambiamo strategia e scegliamo di dire meno cose con maggior tranquillità: un passo che potrebbe aiutarci anche nella scelta degli argomenti più efficaci.

Se volete un consiglio per una prova pratica provate questo: scegliete un argomento (per esempio la presentazione del vostro profilo professionale), parlatene a voce alta e registratevi. Nel riascoltarvi provate a vedere se sui fondamentali che abbiamo illustrato 🙂

Nella rete dei contratti

contrattiDimmi che contratto hai e ti dirò chi sei! Questo è un modo di dire che possiamo utilizzare per raccontare in qualche maniera la complessità e la varietà di contratti di lavoro che ci sono nel nostro sistema di regole. Quanti contratti di lavoro ci sono e come sono utilizzati? Premesso che una risposta totalmente esaustiva è difficile da dare in un post di un blog, proviamo comunque a tratteggiare una panoramica che speriamo possa essere utile ad orientarsi meglio.

Rispondere alla domanda “quanti sono i contratti” è relativamente facile. A questa pagina web c’è un elenco di tutti i contratti: sono una decina anche se molte delle forme illustrate possono avere variabili diverse. Le variabili principali che distinguono i contratti sono due: il tempo e la dipendenza. Ci sono contratti che hanno una scadenza temporale e quelli che non ce l’hanno e poi ci sono i contratti che prevedono una subordinazione ad un datore lavoro ed altri invece che configurano forme di lavoro autonomo. Le forme contrattuali che già molti di voi conoscono sono: la somministrazione di lavoro nel quale un’agenzia mette a disposizione il suo personale in base alle esigenze dell’impresa; il lavoro a chiamata che permette al datore di lavoro di chiamare il prestatore di lavoro all’occorrenza (ma può essere stipulato solo con soggetti di età inferiore a 24 anni, oppure, di età superiore a 55 anni); le collaborazioni coordinate continuative (co.co.co., che non durano più di 30 giornate nel corso dell’anno solare e comunque retribuite sotto i 5.000 euro annui)  e le co.co.pro. possibili solo se subordinate all’esistenza di un progetto. Il contratto a progetto non prevede un orario rigido o un monte ore da raggiungere, ma solo il completamento del progetto entro i temi indicati. Dal 2016, in base alle novità introdotte dal Jobs Act, le collaborazioni saranno possibili solo in settori coperti da un accordo sindacale; il  lavoro accessorio che è quello retribuito dal committente con dei voucher (o buoni lavoro), che includono i versamenti minimi assicurativi e previdenziali. Le attività lavorative retribuite con i voucher non possono superare i 5.000 euro totale annui (il Jobs Act alzerà probabilmente questo limite a 7.000 euro), e i 2.000 euro per ogni committente.

E poi arriviamo al tanto contrastato contratto a tempo indeterminato. Con il “Jobs act” quando parliamo di contratto a tutele crescenti in realtà non stiamo parlando di un nuovo contratto di lavoro: è il nuovo modo con il quale funzionerà il contratto a tempo indeterminato. Per questo se vi capitasse di firmarlo trovereste sempre la stessa denominazione, non quella che si legge sui giornali.
La novità è che dall’entrata in vigore delle nuove regole chi verrà assunto con questo tipo di contratto non godrà più delle tutele dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. In poche parole se un lavoratore verrà licenziato ingiustamente per motivi discriminatori o disciplinari (nel caso in cui il fatto contestato non sussista) potrà essere reintegrato e riottenere il proprio posto di lavoro; negli altri casi di licenziamento illegittimo perderà il proprio posto ma avrà diritto a un risarcimento crescente a seconda dei mesi di lavoro effettuati presso quel datore di lavoro.

L’aspetto critico di queste novità è che si creerà un sistema duale in cui ci sono nello stesso posto di lavoro persone che hanno le tutele dell’articolo 18 e i nuovi assunti che non le hanno. L’altro aspetto importante legato al contratto a tempo indeterminato è che per quest’anno le aziende che lo utilizzeranno avranno una importante riduzione delle tasse (fino a 8.060 euro all’anno) e questo dovrebbe aumentare il suo utilizzo. C’è però la probabilità che le imprese utilizzeranno questo sgravio fiscale per assumere lavoratori con esperienza e già “pronti all’uso”, e questo non aiuterebbe soprattutto i giovani.

i 3 perchè di una lettera di accompagnamento

3 perche letteraBen ritrovati a tutti voi! Il nostro blog è stato fermo una settimana: stiamo facendo degli esprimenti per testare novità che speriamo di potervi presentare presto ;-). Ripartiamo di slancio e questa settimana cominciamo subito a parlare di lavoro e di come fare per trovarlo. Oggi proviamo a darvi qualche consiglio su come scrivere una lettera di accompagnamento. solitamente su questo documento ci si concentra poco (a torto) pensando che siano sufficienti “due righe” per accompagnare il cv scritte in maniera più o meno plausibile. Invece non è così: la lettera di accompagnamento, le “due righe” scritte nel testo della mail in cui allegate il cv sono il primo biglietto da visita che mostrate a chi non  vi conosce. E spesso sono fondamentali. Partiamo dal’inizio. Innanzitutto, mail o lettera che sia, va indirizzata se possibile a qualcuno, meglio se una persona fisica (quindi nome e cognome e non solo il ruolo); e meglio ancora se la persona è quella che si occupa di personale in quell’azienda. Nel rivolgervi al vostro destinatario evitate troppe formalità ma iniziate sempre con un saluto e cercate di essere abbastanza cordiali (un “Gentile…”  può andare bene). Evitate se possibile di iniziare con un generico “Spettabile azienda” o un “voi” generalizzato che non ottiene lo stesso grado di attenzione di un incipit maggiormente personalizzato. Se non avete idea della struttura che la lettera può avere, se non sapete da dove iniziare e come terminare la lettera un format molto semplice che ci sentiamo di consigliarvi è quello che abbiamo chiamato dei “3 perché”. Lo abbiamo chiamato così dal momento che una possibilità che avete di strutturare la lettera di accompagnamento è quella di rispondere idealmente a tre perché. Il primo “perché” riguarda voi stessi: perché siete voi? Quali sono le motivazioni che vi hanno portato ad affrontare un certo percorso formativo o una certa carriera professionale? Provate ad illustrare il vostro profilo professionale non tanto con l’elenco di titoli od esperienze (quelli si vedono sul cv!) ma dando qualche spunto sui motivi per i quali avete scelto una certa direzione professioanle. Il secondo perché riguarda invece la professione per la quale vi candidate: perché volete ricoprire quell’incarico? Cosa vi spinge a pensare che sapreste svolgere bene quel lavoro? Cosa potrebbe essere determinante, tra le vostre competenze, per il buon raggiungimento degli obiettivi che quella professione prevede? Cercate in poche righe di descrivere il valore aggiunto che esprimete e i bisognid ell’azienda che volete e potete soddisfare. Il terzo perché riguarda invece proprio l’azienda/organizzazione destinataria della vostra candidatura: perché avete scritto a quell’azienda? Cosa vi spinge a preferirla ad altri suoi competitor? Cosa ha in comune con voi rispetto a progetti, filosofia aziendale, vision? Dovreste riuscire a mettere in piedi in due righe almeno una buona motivazione in questo senso che possa ottenere due effetti: far capire che non state scrivendo la stessa lettera di presentazione all’ennesima azienda e testimoniare il vostro apprezzamento per il loro lavoro (i complimenti, a patto che siano sinceri, sono sempre apprezzati). Se riuscite a rispondere a ciascuna di  queste domande con un breve paragrafo che non contenga errori grammaticali né di battitura avrete tra le mani una lettera di presentazione che può essere utilizzata con profitto. Non sarà una formalità sbrigata ma una vera e propria presentazione di voi stessi. Rileggetela, integratela e modificatela in modo che possa piacervi. Come dicono bene nel blog Tramplinodilancio la lettera d’accompagnamento è un involucro che permette al vostro cv di arrivare nelle mani di chi vi deve giudicare:  può essere uno stupendo incarto piegato con cura giapponese o un foglio di carta da regalo evidentemente riciclato. A voi la scelta.

Next week

write-out-of-the-boxLa prossima settimana ci sono due eventi diversi, ma ugualmente interessanti, a cui vorremmo invitarvi. Il primo riguarda la conoscenza delle lingue e come e quanto le conoscete. In collaborazione con la scuola di lingue IIK parleremo di certificazione IELTS e soprattutto di come prepararsi per sostenere l’esame. IELTS (International English Language Testing System) è un test appositamente progettato per chi vuole studiare o lavorare in un Paese di lingua inglese. È ufficialmente riconosciuto in Regno Unito, Australia, Canada, Irlanda, Sudafrica, Nuova Zelanda e Stati Uniti come verifica linguistica per l’ammissione ai corsi universitari o per l’immigrazione. In Italia è gestito dal British Council.

Durante il laboratorio, pensato come una sorta di overture su diversi aspetti della certificazione (da chi non sa che cosa sia a chi ha già messo in cantiere la certificazione), avrete la possibilità di conoscere tutti i particolari dell’esame ed anche affrontare un laboratorio pratico per rendervi maggiormente conto di che cosa si tratta. Perché lo facciamo? Innanzitutto perché come abbiamo più volte scritto (e detto praticamente a tutti quelli che entrano qui) secondo noi la conoscenza dell’inglese non è più un requisito aggiuntivo, è essenziale. Anche se non volete lasciare l’Italia, lo sarà sempre di più e non basterà dichiarare una conoscenza sperando che la verifica della stessa sia una cosa affrontabile. Presto i datori di lavoro o chi selezionerà personale richiederà che la vostra conoscenza delle lingue sia certificata: meglio cominciare a prepararsi a questo passo e questa è un’occasione per farlo. Quindi, prenotate fin da adesso il vostro ticket gratuito per martedì 3 marzo alle 17.30 (i posti sono limitati!)

La seconda opportunità che vi offriamo è quella di dedicare un po’ del vostro tempo non ad una abilità tecnica specifica, ma di mettere alla prova e stimolare la vostra capacità di pensare in maniera creativa. Crazylab, il workshop con aperitivo che abbiamo organizzato per il prossimo giovedì 5 marzo dalle 17.30, ha lo scopo di mostrare a tutti, in modo semplice e immediato, alcune tecniche per sviluppare un sistema per pensare fuori dagli schemi. Pensare fuori dagli schemi vuol dire avere la capacità di affrontare ogni evento della vita con “leggerezza” ossia risolvere, magari in modo non convenzionale, ogni problema o situazione per noi nuova o inusuale da affrontare. Attivare un modo di pensare non convenzionale è facile: basta usare parti del cervello che normalmente non si usano per abitudine o per insegnamenti ricevuti da bambini. In un mondo “liquido”, dove le mutazioni sono continue, pensare in modo non convenzionale ci dà la giusta flessibilità per vivere una vita dinamica a ogni età. Il workshop con aperitivo è organizzato in collaborazione con Anna Masturzo e Alessandro Deiana, consulenti e trainer che lavorano da alcuni anni sulle risorse umane nel campo dell’innovazione aziendale
Il loro intento è condividere con tutti alcune semplici tecniche del pensiero creativo, sistemi che possono essere applicati in qualunque situazione, banale o difficile, del lavoro e della vita quotidiana. Anche qui per partecipare basta prenotare il posto a questo indirizzo (sarà richiesto un contributo di 7 euro per l’aperitivo).

Darsi delle occasioni per approfondire, acquisire competenze o semplicemente conoscere cose e persone nuove è forse uno dei regali più grandi che possiamo farci. Vi aspettiamo next week 😉

Il lavoro non è un posto in cui stare

man asleep deskGià ora ed ancora di più nei prossimi anni, ciò che maggiormente conterà non saranno qualifiche e titoli per “stare” in un certo posto di lavoro. Ma, più realisticamente, capacità e competenze espresse durante il lavoro. Le due cose non sono uguali e non ho nemmeno scontato che la seconda sia diretta conseguenza della prima. Vista da un altro punto di vista potremmo dire che l’epoca del posto che dura tutta la vita è finita, ma la nostra impiegabilità ha ancora qualche chance. Che cos’è l’impiegabilità? Non è un concetto nuovo e nemmeno troppo sconosciuto, solo che rappresenta un concetto che fa fatica ad entrare nella nostra cultura e nel nostro modo di vedere e valutare il lavoro.

L’impiegabilità (od occupabilità) la potremmo definire come quell’insieme di competenze e capacità di un lavoratore che che ne fanno un soggetto in grado di soddisfare bisogni ed esigenze di un potenziale datore di lavoro, che lo rendono appetibile, se non addirittura necessario. Questo vuol dire che quell’insieme di capacità e competenze hanno alcune caratteristiche: sono adeguate al mercato, sono utili per risolvere problemi reali delle imprese e delle organizzazioni del mercato, sono aggiornate. E, per finire, non è detto che questo insieme sia fatto sempre dagli stessi elementi (quindi capacità e competenze cambiano con il tempo ed il cambiare del mercato).

Ora capite che in un sistema come quello italiano in cui il lavoro è un posto che si conquista e poi si mantiene per tutta la vita a prescindere, questo concetto di mutevolezza e aggiornamento non sempre suona bene: cambiare ed aggiornarsi significa mettersi in discussione, imparare cose nuove, sviluppare un certo percorso ma anche fare più fatica, impegnarsi maggiormente, superare esami, risolvere problemi, superare difficoltà. Un abella sfida ma forse, per qualcuno, anche una bella scocciatura. Unito a questi aspetti ce ne è anche un altro: in futuro saranno apprezzati non soltanto coloro che avranno nozioni consistenti, ma anche chi saprà mettere a frutto in campo professionale doti come la perspicacia, la creatività, l’empatia. Carl Benedikt Frey che ad Oxford lavora come ricercatore sul tema dell’impatto della tecnologia sul lavoro, afferma che “i lavori che vedranno una crescita costante sono quelli che si basano  in gran parte sull’intelligenza sociale e creativa”. Questa è una buona notizia per due motivi.

Il primo motivo è che queste doti le possiamo acquisire tutti a prescindere dal tipo di studio, percorso formativo che abbiamo intrapreso o dalle esperienze che hanno segnato la nostra professionalità. Il secondo motivo è che il suddetto ricercatore oxfordiano ha anche individuato quelli che ha definito “colli di bottiglia”, ovvero aree e competenze nelle quali la tecnologia fa fatica a raggiungere e stare al passo con il lavoro umano. I colli di bottiglia sono tre: l’intelligenza personale, la creatività e la manipolazione di precisione che le macchine ancora non sanno fare bene. I lavori che richiedono un alto livello di competenze sociali e di creatività sono difficilmente automatizzabili. Per fare un esempio pratico ci spostiamo nel campo della medicina. L’elaborazione di algoritmi sempre più complessi col tempo riesce a diminuire drasticamente il lavoro di diagnosi di un dottore, ma intensifica sempre di più il suo ruolo di dispensatore empatico di cure. Per trovare lavoro, quindi, la strategia non deve essere più quella di cercare e conquistare un posto in cui “sedersi”, ma quella di sviluppare una serie di competenze da distribuire.

Come e perché aggiornarsi

come aggiornarsiIn un mondo in continua evoluzione non possiamo stare fermi“. Chi lo ha detto? Tante persone e nessuna in particolare. Per il momento lo abbiamo scritto noi qui e vi vogliamo dire il motivo. La realtà che abbiamo attorno si modifica continuamente e, sopratutto negli ultimi anni, sono successe cose che 20 anni fa sarebbero state quantomeno poco credibili: acquistiamo da un pc anziché in un negozio, possiamo viaggiare nel mondo al costo di quello che era un viaggio in Italia, abbiamo in tasca uno strumento in grado di darci indicazioni su tutto quello che dobbiamo fare (girare, cucinare, vestirci, parlare con gli altri, prendere appuntamenti). Abbiamo più occasioni ed opportunità ed anche molto meno tempo; siamo connessi virtualmente con molti amici, ma riusciamo ad incontrarne fisicamente meno. Ci sono, in sostanza, cose buone ed altre meno buone. Ma tra le meno buone forse c’è anche la nostra incapacità di adattarci o, meglio, di vivere il cambiamento con lo spirito giusto.

La mente umana è per natura resistente al cambiamento e all’incertezza che ne deriva: stare all’interno delle nostre abitudini è un comportamento difensivo naturale, ereditato dalle necessità della preistoria. Ma in un mondo dinamico, stare fermi significa andare indietro. Cambiamento può significare diverse cose: smettere una cattiva abitudine, acquisirne una nuova e potenziante. A volte può significare anche cambiare uno dei nostri principi di base. Altre volte, più semplicemente significa acquisire nuove competenze (come epr esempio imparare ad utilizzare la tecnologia, anziché venirne sopraffatti). Cambiamento può e deve significare anche apprendimento, formazione, e quindi miglioramento.

Per questo motivo questo venerdì torneremo a parlare di formazione, ma in un modo diverso. Durante il workshop “E se la formazione fosse facile?” organizzato in collaborazione con Francesco Di Bitonto, proveremo a dare qualche indicazione sulle motivazioni ed i valori di una formazione efficace. Il corso sarà una sorta di vademecum, una traccia, una guida per chi ha voglia di fare qualsiasi corso di formazione, per aiutarlo a scegliere bene a chi dare i propri soldi e il proprio tempo. Parleremo dell’importanza di fare formazione per l’individuo: la crescita personale come fatture di sviluppo per avere vantaggi competitivi nel mondo del lavoro. Cercheremo di spiegare la necessità di investire tempo e denaro per se stessi: la manualità e le competenze tecniche sul campo non sono più sufficienti. Poi ci sarà modo anche di avere indicazioni su come scegliere il corso e il formatore giusti. Chiuderemo con suggerimenti e una discussione tra i partecipanti, in stile networking, per darsi consigli a vicenda.

Crediamo che la formazione sia indispensabile per il benessere lavorativo dell’individuo. Se ne siete convinti anche voi o semplicemente volete saperne qualcosa in più siete invitati al workshop di venerdì 20 febbraio alle 17.30: per partecipare è sufficiente prenotare il proprio posto. Naturalmente è tutto gratuito e voi sarete i benvenuti!

Qualche consiglio non fa mai male

arbre/mainsQuanti di voi dopo l’invio di un curriculum aspettano una risposta che non arriva mai? Nemmeno a dirlo questa è un’esperienza che è toccata a tutti e che, regolarmente, continua a capitare a molti. Per questa cosa essenzialmente ci sono due ordini di spiegazioni: potrebbe essere che la maggior parte delle aziende e dei loro responsabili siano maleducati ed in generale non rispondo a nessuno; oppure potrebbe essere che alcuni nostri curriculum non siano esattamente adeguati o forse non sono nemmeno troppo efficaci. Entrambe le spiegazioni hanno un riscontro nella realtà: in effetti ci sono aziende che ritengono una buona reputazione nei confronti di potenziali candidati un surplus di cui poter fare tranquillamente a meno. Ma ci sono anche casi in cui abbiamo spedito un curriculum senza rileggerlo, con errori grammaticali, importanti omissioni e quant’altro. Con l’aiuto di un simpatico post di scritto da Osvaldo Danzi su Wired proviamo a vedere insieme quali sono gli errori più comuni da evitare.

Innanzitutto i dati anagrafici: controlliamo sempre che siano completi (sì, anche l’età perché nasconderla è un trucco che usano quelli più “grandi” ed ormai tutti lo sanno)) ed evidenziamo quelli essenziali per farci trovare (avete messo i recapiti bene in vista o bisogna cercarli con la lente?). Poi: che lavoro vogliamo fare? Senza tanti giri di parole scriviamo esattamente e per parole chiave limitate e stringenti quello che vogliamo fare, la nostra mansione e il tipo di attività e compiti che siamo in grado di svolgere. In questo vale sempre e su tutto il principio della chiarezza. Con tutta l’esperienza che avete… rischiate di non trovare lavoro! Soprattutto se decidete di raccontarla tutta nel cv. Il curriculum deve essere un documento tendenzialmente breve (due pagine sono un limite insuperabile) anche se esaustivo: per questo è opportuno scegliere che cosa mettere e come metterlo. Scrivere che 15 anni fa avete fatto i gelatai per pagarvi l’università non è forse necessario se nel frattempo avete fatto ben altro. Il criterio che noi suggeriamo in questi casi è quello della scelta coerente: Scrivete e tenete per voi un curriculum “master” con tutte le esperienze fatte nella vostra vita lavorativa: quando si tratterà di fare un invio andate a togliere, soprattutto tra le esperienze più vecchie, quelle che non sono coerenti con il profilo per il quale vi state candidando. Attenzione che per coerenza intendiamo il fatto che l’esperienza svolta vi ha fatto sviluppare competenze utili per quella desiderata (ad esempio aver fatto il cameriere potrebbe essere coerente con un ruolo commerciale).

Infine inviate il curriculum e tracciate le vostre spedizioni (come se foste Amazon): calibratelo di volta in volta rispetto al destinatario, tenete traccia in un appunto o agenda di quando e a chi lo avete mandato. E non fatevi cogliere impreparati: se ricevete una telefonata da qualcuno che ha ricevuto il vostro curriculum evitate nella maniera più assoluta di mostrare che non vi ricordate a chi lo avete inviato. Quel contatto che stabilite è molto importante ed è necessario non fare una brutta impressione già dal primo contatto telefonico. Vi sembra un lavoro faticoso e per il quale serve un minimo di organizzazione? Esatto, è proprio così. E per evitarlo oggi non avete neppure più la scusa del tempo o delle risorse perchè gli strumenti tecnologici a disposizione sono tanti e spesso gratuiti: utilizzateli!

Il lavoro che si trova

il lavoro che si trovaSu circa 950mila annunci di lavoro comparsi on line (ma ci sono ancora annunci che viaggiano solo off line?) più o meno la metà sono annunci che riguardano l’innovazione, l’alta tecnologia: appartengono a settori in cui queste componenti sono il motore dello sviluppo. Quanti candidati sono pronti a rispondere a simili offerte? La risposta a questa domanda è piuttosto deludente, perché il problema è che probabilmente spesso capita che non ci siano profili adeguati.

Fatta la tara degli annunci che riguardano posizioni altisonanti solo a parole, ci sono però una serie di profili che difficilmente si riescono a trovare. Eppure sarebbe semplice: basterebbe prevedere quali sono le professioni più richieste, formare i giovani a questi profili… et voilà, il gioco è fatto, domanda ed offerta si potrebbero incontrare facilmente. Le cose però non stanno così per una serie di motivi. Il primo è che in realtà, per una serie di motivi culturali, le previsioni che non ci piacciono tendiamo a far finta di non vederle. Come quelle annunciate nella ricerca di qualche tempo fa degli studiosi  Frey e Osborne (Il futuro del lavoro: quanto sono sensibili all’innovazione tecnologica le professioni) in cui di profila un futuro in cui alcune professioni saranno destinate a scomparire perché sostituite dall’automazione. Così potrebbe accadere (e, crediamo, accadrà davvero) che chi ha competenze di medio livello, per esempio legate alla catalogazione e alla organizzazione dell’informazione come un assistente di studio legale, o abilità manuali, rischia di trovarsi rapidamente disoccupato.L’anticipazione di questo processo la possiamo vedere anche negli annunci che sono pubblicati oggi: più di un terzo delle posizioni aperte sono rivolte a chi non ha solo una competenza ma riesce a portare un contributo intellettuale per fare innovazione (che è qualcosa in più di saper fare bene una cosa).

Messe così le cose potremmo fare un’amara scoperta: le posizioni che le aziende non riescono a coprire non sono quelle per lavori che gli italiani non vogliono fare (il/la badante) ma quelli che gli italiani non sanno fare (perché non si sono formati appositamente). Oggi quando un giovane è davanti alla scelta del percorso formativo che potrebbe lanciarlo nel mondo del lavoro ha davanti due “istituzioni” ad indicargli la strada. Una è la scuola/università che nella maggior parte dei casi è ancora dell’idea che quelle tecnologiche siano ancora competenze specifiche di un settore (mentre oggi sono assolutamente trasversali). L’altra sono i genitori che, oltre a non essere nativi digitali, spesso non frequentano la rete in maniera assidua, consapevole, competente. Diciamo che, forse, in questa epoca non sono i consiglieri migliori per il proprio futuro. In realtà ci sono percorsi formativi che possono portare a percorsi di carriera davvero interessanti, basta solo provare ad allargare l’orizzonte della ricerca e lo spettro dei consiglieri. Per esempio le cose scritte in questo post le abbiamo lette sull’ultimo numero della rivista Wired che ha messo on line anche un sito dedicato al mondo del lavoro innovativo: all’indirizzo jobs.wired.it ci sono annunci, articoli, informazioni per trovare lavoro ma anche per rendersi conto di quanto e come sta cambiando il mondo del lavoro. Buona navigazione!

CV senza vergogna

cv senza vergognaQual è la cosa più strana che avete scritto in un curriculum? Quella più intelligente? E quella più stupida? Probabilmente sono cose che riusciamo a scoprire solo dopo un po’ di tempo, magari rileggendo il nsotro cv dopo un po’ di tempo Oppure perché leggiamo un post come questo in cui ci sono indicazioni di cose strane, intelligenti e stupide da mettere in un cv.

A dircelo è un’analisi fatta dall’Università Ca’ Foscari di Venezia in collaborazione con alcune aziende multinazionali (c’era la Apple, c’erano Toyota, Cameo, H&M, L’Oréal, poi Calzedonia, Luxottica, il gruppo Coin). “I selezionatori sono cattivi, ma i neolaureati che aspirano a un lavoro sanno farsi male da soli. Uno su tre presenta un curriculum vitae, su carta o digitato in una piattaforma aziendale, cronologicamente sballato. Difficile comprendere il percorso scolastico del neolaureato, individuare il momento in cui ha fatto esperienze formative extra: master, stage. Difficile comprendere, pure, se un viaggio all’estero sia il qualificante Erasmus o una gita universitaria“.

Le aziende ed i selezionatori hanno anche indicato quali sono gli errori più comuni (ed anche quelli meno perdonabili). Molti dimenticano di inserire i dati di contatto: la mail, il numero di telefono oltre al luogo di nascita e la residenza. Il 18 per cento dei selezionatori di fronte a queste dimenticanze mette il curriculum nel tritacarte. Alcuni segnalano, ancora, che nel foglio che dovrebbe essere la prima presentazione nel mondo del lavoro, non c’è l’indicazione del diploma, né il voto di laurea. Se fosse una dimenticanza sarebbe già grave, ma spesso questo lascia intendere un’altra cosa: che si preferisce nasconderlo e per un datore di lavoro lo considera un segnale negativo.

Nello spazio “foto” quale mettete? Qui l’indcazione di chi sta dall’altra parte della barricata è chiara. Alcuni candidati, una minoranza però larga e rumorosa, mettono foto inappropriate, anche estive, scattate in spiaggia e al pub. Il selfie, per intenderci. è bandito dal cv. Poi c’è la questione di quanto e cosa scrivere: i candidati peggiori sono prolissi, ridondanti e caotici. Hanno sovrastima di sé e non si capisce se è arroganza o tensione all’automarketing. Se è vero che un utilizzo sensato dei social media spinge molto nella direzione dell’autopromozione, sarebbe anche il caso di utilizzare una certa consapevolezza dei propri mezzi. Quindi, tanto per intenderci, raccontare bene le proprie competenze non significa mentire. Come per le lingue: “fluente” significa essere in grado di parlare in maniera ordinata, corretta e comprensibile una certa lingua (vale anche per l’italiano 🙂 ). La brutta, ma realistica, notizia è che piccole bugie o trucchi di questo genere vengono poi sempre scoperti. E l’effetto dannoso e prolungato: lo verranno a sapere anche altre aziende che misureranno così la nostra credibilità con altri canoni.

La novità al tempo dei social è che metà dei selezionatori va a controllare Facebook, Twitter, soprattutto LinkedIn, ed è tra i post e i commenti che inizia a valutare il candidato. C’è un mito da sfatare, poi. Il modello cronologico, il racconto di sé, è preferito da un terzo rispetto al curriculum Europass, quello preordinato e da completare (“informazioni personali”, “posto per il quale si concorre”). Non è sepolto, insomma. Una buona esposizione indica una conoscenza dell’italiano e una predisposizione al ragionamento. Una veste grafica personalizzata, infine, non solo aiuta la presentazione, ma dimostra che chi si presenta sa utilizzare le tecnologie. Spedire un cv non è una mera operazione di copia&incolla: necessita di un’attenta opera di revisione, analisi, scelta, consapevolezza e arguzia nell’utilizzo di termini, parole, notizie da inserire. Senza esagerare nell’autopromozione ma cercando di essere affascinanti. In altre parole ed in senso buono, mandate un cv senza vergogna,

È un duro lavoro (ma lo farà qualcuno?)

duro lavoroI dati sulla disoccupazione e sulla mancanza di lavoro sono talmente sempre così negativi che il rischio è farci l’abitudine. La sindrome, in qualche modo, è quella che ha fatto nascere i neet (Not (engaged) in Education, Employment or Training, cioè persone, prevalentemente giovani, che non sono coinvolte in percorsi educativi, di lavoro o di formazione): in pratica si sono arrese ad un contesto quasi totalmente privo di opportunità oppure non riescono a cogliere in un mondo professionale troppo competitivo.

Le previsioni dell’ILO per il prossimo futuro in questo senso non sono buone. Nel suo documento con le previsioni per il 2015 sul mondo del lavoro la ripresa economica e quella lavorativa non sono dietro l’angolo.  Nel grafico che ha pubblicato la rivista Internazionale lo si può vedere anche bene: da qui al prossimo quinquennio a migliorare i dati sull’occupazione saranno solo Spegna e Grecia (che però partono da tassi doppi rispetto al nostro). L’italia, secondo queste previsioni, dovrebbe attestarsi sul livello attuale (attorno al 12,5%): in altre parole nei prossimi mesi possiamo aspettarci di non peggiorare.

Confortanti o meno che siano questi dati (che non possiamo cambiare o modificare da soli) si tratta di capire come singolarmente possiamo affrontare questo contesto così difficoltoso. Dal nostro punto di vista adottando due visioni della questione. La prima è strategica: dobbiamo essere capaci di delineare un progetto, una strada, un percorso da seguire prima ancora che metterci alla ricerca dell’ultimo annuncio di lavoro. Ci siamo chiariti su che cosa vogliamo fare? Dove lo vogliamo fare? Come vediamo noi stessi da qui a qualche anno (tipo 3 o 5)? Non sono esercizi di fantasia ma domande le cui risposte potrebbero aiutarci a non fare passi falsi o girare a vuoto; questa è una modalità che ci aiuta anche ad “affezionarci” ai nostri progetti, a costruirli con cura, a perseguirli con determinazione. Se ci confrontassimo con qualsiasi persona di successo (anche relativo) copriremmo che questo passaggio è fondamentale.

La seconda visione è invece più operativa e riguarda gli strumenti che adottiamo per perseguire la nostra strategia. Da quelli più classici come il curriculum vitae e la lettera di presentazione, a quelli meno considerati come i social media. Non è sufficiente “averli” ed utilizzarli come li utilizzano tutti gli altri. Anche  in questo caso risulta fondamentale saper utilizzare bene ogni mezzo. Ad esempio: siamo tra coloro che hanno personalizzato il proprio cv o tra quelli invece che hanno soltanto utilizzato un modello come un modulo compilandolo nelle sue varie parti? Siamo tra coloro che hanno scritto due frasi di rito (peraltro spesso molto formali) o tra chi ha personalizzato la lettera di presentazione raccontando ciò che nella vita professionale ha più a cuore? Siamo tra coloro che si sono iscritti a tutti i social network perché “tanto è gratis e male non fa” oppure abbiamo scelto con consapevolezza in quali stare e cosa pubblicarci? Non sono differenze da poco, soprattutto in un mercato molto competitivo. Cercare lavoro è un duro lavoro, ma lo farà qualcuno?

"La mente nasce vuota e si riempie durante la vita" (parola di Locke… e di Sara)

libertàOggi pubblichiamo, con grande piacere, un articolo che ha scritto per noi Sara, una studentessa del Liceo Rinaldini di Ancona che ha avuto la pessima idea 🙂 di fare una delle sue prime esperienze di contatto con il mondo del lavoro qui da noi. E da quello che ha scritto pare che così male non sia andata. Buona lettura (e soprattutto grazie a Sara).

Ciao a tutti, sono una stagiaire che ha frequentato per una settimana l’Informagiovani. E voglio raccontarvi la mia esperienza di questi giorni.

Inizio con il dire che nel momento in cui stavo per entrare nell’edificio avevo il cuore che mi batteva a mille non sapevo a cosa sarei andata incontro, non avevo idea di che cosa dovevo fare, come sarebbe stato, mi sentivo la caramella ammuffita in un pacchetto di cioccolatini al cioccolato, diversa da tutti e che nessuno avrebbe voluto.  Poi, presi coraggio afferrai la maniglia e aprii la porta. Quella paura di essere diversa, di non piacere e di non capire si smussò, fino a scomparire del tutto. Mi hanno accolto facendomi sentire subito a mio agio, mi hanno offerto una scrivania, un computer e una sedia con le rotelle, proprio come loro.  Una volta accomodata, i colleghi hanno organizzato un colloquio in cui si sono presentati domandandomi cosa mi sarebbe piaciuto fare, per poi decidere tutti insieme la mia postazione e il mio lavoro per questo breve periodo, garantendomi tutta la loro disponibilità.

In questi cinque giorni non ho potuto imparare molto, perché è stato un percorso troppo breve. Mi sarebbe piaciuto comunicare con i utenti, ma li avrei potuti informare solo dell’orario di apertura e di chiusura della struttura, perciò mi sono limitata a controllare i quaderni per l’archiviazione e l’aggiornamento dei fascicoli che vi erano all’interno.  Ho svolto questo lavoro con grande piacere e cura in quanto sapevo che le informazioni che avrei trovato potevano servire al prossimo e il mio sogno è stato sempre quello di poter aiutare le persone perché mi rende felice. Ritengo di essere stata molto fortunata e consiglierei a chiunque di trascorrere un periodi di formazione simile al mio, perché per me non è stato solamente un luogo di lavoro, ma anche un posto dove ho trovato persone fantastiche che non si sono solamente limitate a essere mie colleghe, ma che si sono presentate come amiche pronte ad aiutarmi in qualsiasi evenienza.

Prima di arrivare come stagista all’Informagiovani, avevo una concezione del posto di lavoro positiva perché comunque ti dà la possibilità di portare a casa lo stipendio per mantenere la famiglia, ma allo stesso tempo negativa perché immaginavo che tutti coloro che operano in una determinata struttura siano in una continua competizione fra di loro, come succede molto spesso a scuola, perciò in questo caso è preferibile continuare a fare il proprio dovere senza parlarne con gli altri. Invece, frequentando l’Informagiovani ho corretto la mia deduzione e ora penso che non sempre sia così, perché ancora esistono persone che hanno voglia di lavorare aiutandosi reciprocamente senza che ci sia in palio niente.

Devo dire che prima di affrontare questo stage la mia mente era una tabula rasa che come dice il filosofo Locke si colma con l’esperienza. Quest’ultima farà sempre parte non solo nella mia memoria, ma anche nel mio cuore, perché mi ha fatto crescere e avere una visione del mondo lavorativo completamente diverso.

(questo articolo è stato scritto da Sara Serrani, in stage all’Informagiovani durante questa settimana)

Trovare lavoro: cosa bisogna saper fare

OLYMPUS DIGITAL CAMERATrovare lavoro e, soprattutto, trovarlo adatto alle nostre competenze e in sintonia con le nostre aspirazioni non è una cosa facile. Sembrerebbe anzi che in Italia, al momento, sia una cosa impossibile. Spesso ragazzi e ragazze vengono nel nostro servizio e chiedono “un lavoro qualsiasi”: ci spiace dover dire che questo lavoro, di fatto, non esiste. Sembra un paradosso perché se qualcuno immagina che un lavoro qualsiasi significhi essere disposti a fare tutto, pare impossibile che nessuno offra niente. Come a dire: “possibile che non ci sia un compito od una mansione, anche elementare e semplice, che posso svolgere”? Ed il problema è proprio questo. Data la competitività in tutti i settori ed a tutti i livelli, presentarsi disposti a fare tutto si traduce in un molto più povero “non so fare niente”. Oggi quel che conta è poter dare l’idea di sapere fare bene qualcosa: avere un’idea precisa delle proprie competenze e delle proprie abilità. E venderle al meglio.

Cosa bisogna saper fare allora? La risposta è duplice. La prima riguarda le nostre competenze nella ricerca. Quando cerchiamo lavoro dobbiamo sapere ricercare le informazioni giuste e riuscire ad utilizzarle al meglio (quanti di noi si sono informati, ad esempio, sul nome del referente del personale o sui progetti in corso dell’azienda alla quale stiamo per spedire il cv?). L’altra cosa che dobbiamo saper fare è “comunicare”! Comunicare significa sapersi presentare con una lettera di presentazione ed un cv fatti a regola d’arte, conoscere le giuste parole da utilizzare ad un primo incontro, sapere le cose da dire e quelle da non dire ad un colloquio, saper controllare il proprio linguaggio (anche quello non verbale) ed essere affascinanti e interessanti nelle cose che raccontiamo. Infine tra le cose che bisogna saper fare quando si cerca lavoro c’è “riuscire a definire un obiettivo” ed avere la costanza di perseguirlo: essere focalizzati su di un punto specifico (il tipo di lavoro, la mansione, il settore, l’azienda che abbiamo nei nostri desideri) può sembrare una vana speranza ma in realtà risulta, alla fine, l’unica strada per avere qualche possibilità. La generalizzazione (un lavoro qualsiasi) è sempre più spesso perdente.

Abbiamo scritto che la risposta è duplice perché poi ci sono le cose che bisogna saper fare per essere scelti. Ovvero quello che le aziende cercano, in termini di competenze, tra i lavoratori che vogliono assumere. In questo senso il blog “Italians in fuga” ha pubblicato qualche tempo una analisi di Linkedin, il social media dedicato al business, nella quale compaiono le competenze professionali più richieste nel mercato del lavoro. Il dato è su di un livello globale, quindi non parametrato alla sola Italia; leggerlo però può essere di aiuto per avere un quadro più preciso di che cosa accade nel mondo del lavoro.

La maggior parte delle competenze richieste appartiene a scienza, tecnologia, ingegneria e matematica (conosciute con l’acronimo STEM in inglese). La gestione di informazioni è richiesta dappertutto per fare fronte alla sua sempre maggiore disponibilità (per esempio capacità di analisi dei dati e statistica sono richiestissime). La conoscenza di una seconda lingua è molto richiesta da parte di aziende che operano a livello globale e devono gestire i rapporti con clienti di tutto il mondo. Nei due elenchi pubblicati ci sono sia le maggiori competenze a livello globale che quelle suddivise per Paesi (purtroppo nulla rispetto all’Italia). Per il mercato interno potremmo rifarci a dati quali quelli di Unioncamere sul fabbisogno di lavoro interno (sistema Excelsior): qui le cose cambiano abbastanza (e lo vedremo in un prossimo post) anche perché, purtroppo, molti passaggi di quella che è stata definita da più parti come la rivoluzione digitale il nostro Paese li ha saltati o sta ancora aspettando di farli. Riusciremo a recuperare? Ce lo auguriamo ma nel frattempo per tenerci al passo con i tempi ed essere sempre più aggiornati possibile prestiamo attenzione a quello che accade nel resto del mondo: prima o poi lo vedremo anche qui.

Jobs act per donne (e non solo)

jobs act per donneLungi dal compiersi delle pari opportunità effettive, nel nostro Paese qualcosa si muove anche per quello che riguarda il mondo del lavoro e le donne. I problemi sono diversi e rilevanti: l’accessibilità alla carriera, il riconoscimento delle competenze, la valutazione effettiva dei risultati, la discriminazione di fatto in alcuni settori. Ma anche quando il lavoro è una opportunità effettiva i problemi non mancano. Come abbiamo letto qui il dato tutto italiano è l’abbandono del lavoro delle mamme alla nascita del primo figlio: lo fa quasi un terzo delle donne occupate, secondo i dati diffusi dall’Istat e dall’Isfol. Se infatti prima della nascita dei figli lavorano 59 donne su 100, dopo la maternità ne continuano a lavorare solo 43“. Dunque un nodo cruciale è senz’altro (e ancora!) la maternità.

Qualcosa forse potrà cambiare nei prossimi mesi, perlomeno a livello giuridico. Infatti una delle deleghe previste dal jobs act riguarda la tutela della genitorialità (i figli non sono una questione riservata alle donne che li partoriscono). Come ormai avrete imparato il famigerato jobs act è una sorta di cornice di riferimento per una serie di azioni che riguardano il lavoro; cornice dalla quale poi nasceranno normative specifiche per regolare i singoli settori di intervento. E così, anche in questo caso, ci sono le linee guida che poi i successivi interventi normativi dovranno seguire. Ecco quelle che riguardano il lavoro e le donne: rafforzamento nella tutela dei diritti; misure fiscali per favorire la partecipazione del secondo percettore di reddito; potenziamento dell’offerta di servizi; flessibilità. Che cosa potrebbero significare nel concreto?

L’articolo di Casarico e Del Boca su Lavoce.info lo spiegano in questo modo. Un primo passo importante sarà in primo luogo l’estensione del diritto al congedo di maternità a tutte le categorie di donne lavoratrici. Un secondo passaggio sarà quello del credito di imposta: un credito per le donne lavoratrici, anche autonome, con figli minori o disabili non autosufficienti e che si trovino al di sotto di una determinata soglia di reddito individuale. L’obiettivo in questo secondo caso è anche quello di costituire un importante incentivo all’offerta di lavoro. Rimane però il nodo dei contratti a progetto: il jobs act non li abolisce, nemmeno per le donne o per certe situazioni contingenti, come la maternità, che potrebbero far scattare una riserva di tutela aggiuntiva.  “Ciò può avere effetti più pesanti per le donne, che già ora più numerose nei contratti a termine (14,2 per cento contro il 12,6 per cento per gli uomini nel 2013): i datori di lavoro avrebbero infatti possibilità di fare alle donne contratti brevi e di non rinnovarli alla scadenza in caso di gravidanza, aggirando i vincoli alle dimissioni in bianco.

Dal punto di vista dell’assistenza il jobs act propone anche una profonda integrazione pubblico-privato dell’offerta di servizi per l’infanzia. Quello a cui dovremmo assistere dovrebbe essere l’estensione di una buona pratica adottata in alcune regioni come l’Emilia Romagna in cui anche in tempo di crisi gli asili non sono diminuiti, anzi in certi casi aumentati. Dovrebbero così aumentare in numero ed in qualità servizi come l’asilo aziendale, quello condominiale e più in generale un’offerta di assistenza all’infanzia e alla genitorialità più varia. Infine per quello che riguarda la flessibilità (quella buona) dovrebbero riguardare prevalentemente le donne misure come il telelavoro, la flessibilità di orario di lavoro e la possibilità di cessione dei giorni di ferie tra lavoratori per attività di cura di figli minori.

Fin qui sembra tutto ok. C’è un “ma”. Queste misure sono subordinate alla condizione che non comportino ulteriori spese a carico dello Stato. E su questo punto ci sembra di poter condividere e sottoscrivere la considerazione finale delle due redattrici dell’articolo: “il rischio è che per quanto significative o condivisibili possano essere le politiche, la loro realizzazione dipenderà dall’effettivo reperimento di risorse economiche. E finora il nostro paese non è riuscito a considerare queste misure come prioritarie per lo sviluppo, e quindi in cima all’agenda politica. Un cambio di passo è quanto mai necessario“. Chiaramente, ci auguriamo anche noi un cambio di passo: non solo per le donne, ma per tutti noi.

Le dosi giuste di una settimana

dosi giuste settimanaNon so se vi capita mai di contare quanto tempo manca a… qualcosa che attendete. La sensazione che proviamo solitamente arrivati alla fine è quella che potremmo sintetizzare nell’espressione “di già?!”. Questo accade perché il nostro rapporto con il tempo non è “oggettivo” (anche se razionalmente dovrebbe esserlo, le giornate son tutte da 24 ore): risentiamo delle emozioni provate in certi momenti e delle frustrazioni di altri che ci fanno di volta in volta “allungare” o “stringere” il tempo (anche se magari son sempre gli stessi 5 minuti).

Potrebbe esserci però un modo per poter quantomeno avere una concezione più precisa del tempo che passa. Se non altro per capire quando ci avvengono le cose e come possiamo fare per essere (anche emotivamente) le persone giuste nel momento giusto. L’esempio è quello proposto da questo post del blog “Wait but why” in cui viene rappresentata la vita media di una persona attraverso le settimane (anzichè gli anni o i mesi). Frazionare in settimane un periodo lungo come una vita aiuta il nostro cervello ad averne una percezione meno lontana, a comprenderla meglio. Per esempio, sperando di non essere troppo cinici, nell’immagine qui sotto ci sono alcune morti famose localizzate in un quadro che divide una vita di 90 anni in settimane.

Settimane in cui sono morti personaggi famosi (clicca per ingrandire o scaricare l'immagine)

Settimane in cui sono morti personaggi famosi (clicca per ingrandire o scaricare l’immagine)

A cosa può servire una cosa del genere? Probabilmente potrebbe aiutarci ad utilizzare lo stesso schema per decidere delle cose che riguardano la nostra vita (chiaramente non la nostra morte). Nel post si fa un altro esempio: immaginiamo che ogni settimana sia un diamante, piccolo e prezioso: i diamanti che compongono la nostra vita entrerebbero facilmente in un cucchiaio. Riusciamo a visualizzare questo cucchiaio di diamanti? Bene. Immaginiamo allora che ciascuna delle nostre settimane debba essere preziosa quanto un diamante. Abbiamo solo due modi per utilizzre i diamanti: amare i diamanti oppure fare qualcosa che ci renda i diamanti apprezzabili, piacevoli. Lo stesso vale per le nostre settimane, abbiamo due soli modi per renderle preziose: amarle per quello che sono o fare qualcosa che ce le renda amabili.

Qualche volta capita che nessuna delle due cose accada: abbiamo settimane che non ci piacciono e non riusciamo a fare nulla, all’apparenza, che possa cambiarle. Come dire, ci sono giornate storte, così come ci possono essere settimane storte. Capita a tutti ed a volte anzi è salutare: è grazie ad una settimana storta che spesso riusciamo a trovare la motivazione per dare la giusta forza ad una fase di cambiamento che avremmo voluto. Evitare del tutto le settimane storte forse non è possibile. Ma, ad esempio, potremmo provare ad utilizzare un calendario settimanale della nostra vita per capire come possiamo aggiustarle. Il modo per utilizzarlo è duplice: da una parte (per le settimane della vita già passate) possiamo evidenziare gli obiettivi raggiunti e i momenti che ci fa piacere ricordare. Dall’altra, per le settimane a venire, possiamo identificare obiettivi o cose che ci piacerebbe fare. Nel post che vi abbiamo segnalato, per chi mastica un minimo di inglese, c’è una spiegazione migliore per l’utilizzo di un calendario della vita a settimane. Potrebbe essere una cosa divertente e più che altro potrebbe aiutarci ad essere consci e consapevoli di quali siano le dosi giuste per ciascuna settimana della nostra vita, comprendendo che è sicuramente preziosa quanto se non più di un cucchiaio di diamanti.