Un tuffo e via!

Sono arrivate anche per noi le ferie: ci dedichiamo a qualche giorno di svago, riposo e divertimento non tanto perché ce lo meritiamo. Ma, soprattutto, perché qualche volta fa bene, al di là dei risultati che raggiungiamo. Crediamo che il momento di relax, allentamento della tensione, piacere e pace se lo meritano tutti. Ecco, andare in vacanza, anche solo con il cervello se non si è in condizione di farlo diversamente è davvero una bella occasione che tutti dovremmo regalarci. Anche fosse solo per un tuffo e via!

Noi abbiamo la fortuna di poterlo fare per quasi una settimana intera: così dal 12 al 19 agosto troverete l’Informagiovani chiuso, un messaggio in segreteria telefonica, una risposta automatica alla mail e un po’ di silenzio anche sugli altri nostri canali di comunicazione. Magari c’è anche qualcuno di voi che dirà: alleluja! Ma torneremo e abbiamo già programmato degli appuntamenti speciali per voi: a settembre torneremo a parlare di lavoro (il 16 settembre) con un workshop dedicato alla giusta strategia per la ricerca di un lavoro (in collaborazione con Company Improvement), di lavoro all’estero (il 22 settembre) con un workshop dedicato al colloquio di selezione in inglese (con The Victoria International School) e infine scopriremo le opportunità che ci sono in Australia (il 5 ottobre, in collaborazione con Students World). A tutti gli eventi è già possibile iscriversi e scoprire maggiori dettagli attraverso la nostra apposita pagina.

Non ci resta che augurarvi con tutto il cuore: buone vacanze!

Informagiovani in ferie

Vacanze, parti con la tua TEAM

Agosto, tempo di ferie, viaggi, partenze, e quindi…di preparazione dei bagagli.
Ognuno ha il suo metodo, c’è chi in mezz’ora ha pronto uno zaino completo di tutto il possibile necessario, e chi comincia a prepararsi giorni prima, facendo una lista ordinata e ragionata, da spuntare man mano che si avvicina la partenza.
Qualunque sia il tuo metodo, non dimenticare di portare con te la tua TEAM – Tessera Europea di Assicurazione Malattia, più comunemente conosciuta come Tessera Sanitaria.

In queste settimane molti ne hanno ricevuta una nuova in sostituzione a quella in scadenza, ed è bene sapere che, per poterla usare per i servizi di base (attestazione dell’iscrizione al Servizio Sanitario Nazionale, del codice fiscale e accesso all’assistenza sanitaria in Europa) non è necessaria alcuna attivazione particolare, prevista invece per eventuali altri servizi online forniti dalle pubbliche amministrazioni.

Quando viaggiamo, la carta TEAM, o Carta Regionale dei Servizi, ci permette di poter usufruire, presentandosi presso un medico o una struttura sanitaria pubblica, dell’assistenza medica di base nel paese europeo in cui andiamo in vacanza (o nel quale ci troviamo per un soggiorno breve di studio, lavoro o altro).
Attenzione però, perché ciò non significa che avremo sempre e comunque prestazioni gratuite: avremo diritto allo stesso trattamento che hanno i cittadini del paese in cui siamo, non al trattamento che abbiamo in Italia. Quindi ad esempio se ci troviamo ad avere necessità di una prestazione medica in Francia, dobbiamo sapere che ne pagheremo comunque un 20%, perché così funziona per i francesi.
Come fare a sapere che cosa ci dobbiamo aspettare nel paese dove andremo? Possiamo informarci prima (soluzione adatta ai più previdenti!) consultando il sito del servizio nazionale del paese dove andremo, o usare l’app predisposta dall’UE, così da poter accedere, in caso di bisogno, alle informazioni organizzate per paese.

In ultimo, vi ricordiamo che la tessera TEAM non sostituisce un’assicurazione di viaggio: valutate se stipularne una prima di partire, in base al tipo di vacanza e alla destinazione.

Non ci resta che augurarvi buone vacanze!

Un lavoro felice

Come vi sentite quando state lavorando? Siete contenti, felici ed eccitati oppure tristi, amareggiati e depressi? Alzarsi la mattina per andare a lavorare è uno sforzo sovrumano oppure una eccitante emozione ogni volta? Le due situazioni sono gli estremi comportamenti che forse nessuno di noi ha mai provato realmente. La sensazione che abbiamo quando andiamo a lavorare però non è da sottovalutare: lavorare forse non potrà essere il massimo della felicità ma non può nemmeno essere una tortura quotidiana; come e dove troviamo un giusto equilibrio? Quanto in questo conta una accurata scelta del lavoro che facciamo? Quanto la preparazione e le competenze che coltiviamo possono aiutarci a trovare un lavoro che ci rende felici?

L’equilibrio che stiamo cercando per un lavoro felice si trova lavorando su due aspetti: da una parte le aspettative e dall’altro le offerte e le reali proposte di lavoro. Su entrambi i fronti a essere coinvolti non sono soltanto i dipendenti e collaboratori, ma anche i datori di lavoro e gli imprenditori che vorrebbero avere le persone migliori nella propria azienda. Partiamo con le aspettative: un’analisi fatta negli Stati Uniti ha evidenziato che è in aumento il turnover dei lavoratori in azienda (si tratta del tasso con i dipendenti lasciano un’azienda, ndr), conseguenza dle fatto che oggi i lavoratori si aspettano qualcosa in più di uno stipendio, seppur questo sia il motivo principale per cui lavoriamo. Per esempio una buona parte degli intervistati afferma di non voler lavorare per un’impresa che non ha assunto alcun impegno di carattere sociale o ambientale (e buona parte di questi si dice disposta a lavorare per un salario più basso a fronte di un impegno sociale e ambientale concreto ed evidente dell’azienda).  Un altro aspetto interessante, analizzato dalla società di consulenza Accenture, riguarda i motivi per cui i lavoratori si dicono infelici nel proprio posto di lavoro: mancanza di riconoscimenti, non condivisione alle politiche interne dell’azienda, mancanza di prospettive di sviluppo, problemi con il proprio superiore. Un ultimo dato riguarda chi un lavoro ce lo ha già: per la metà sono persone che mentre lavorano, stanno già cercando una nuovo opportunità. Non è certo l’atteggiamento di chi è felice del posto in cui lavora. Cosa possono fare coloro che si occupano di selezionare il personale per far ein modo che la persona giusta sia nel posto giusto con buona pace e felicità di tutti?

La risposta non è semplice ma abbiamo trovato on line due infografiche (che trovate qui sotto) che raccontano in sintesi quali possono essere le considerazioni da fare da una parte (chi cerca lavoro) e dall’altra (chi lo offre e seleziona il personale) per fare in modo che questi due “opposti” non solo si attirino ma al contempo si piacciano (le infografiche hanno il testo in inglese semplice; le abbiamo trovate qui)

 

 

Un’estate indimenticabile

Finalmente eccola, ci stiamo proprio in mezzo! L’estate che abbiamo tanto atteso e caricato di aspettative è qui, e ha tutti i numeri per diventare una di quelle che ricorderemo per un bel pezzo.

Come fare ad aiutare la nostra buona stella e ritrovarci a settembre belli soddisfatti rispetto ai mesi appena passati e pieni di energie per la prossima stagione?
Ecco alcuni suggerimenti, a costi contenuti e a forte impatto emotivo 🙂

Un campo di volontariato o lavoro.
Si possono fare sia in Italia che all’estero, hanno una durata breve (settimane) e richiedono solo una piccola quota di partecipazione e un po’ di impegno personale, ma solo in qualcosa che ci sta particolarmente a cuore! Si può andare a far parte dello staff di un parco naturale per la protezione dell’ambiente e degli animali, aiutare a costruire una scuola o ristrutturare un edificio particolare (chi altri vi darà l’opportunità di imparare come si fa?), collaborare all’organizzazione di campi estivi o festival artistici, portare il vostro aiuto dove c’è bisogno.
Siete minorenni? Senior? Famiglie? Niente paura, ci sono soluzioni per tutti!
Vitto e alloggio sono forniti dall’organizzazione che vi ospita.
E ricordate: fare del volontariato, dare qualcosa agli altri (tempo, energie, attenzione) fa bene tanto a chi riceve che a chi dà, è scientificamente provato.

Lavoro in cambio di ospitalità.
Si tratta di persone, famiglie o piccole organizzazioni (spesso nel settore agricolo) che offrono ospitalità a viaggiatori in cambio di qualche ora di lavoro: in genere nel periodo estivo c’è più da fare e molti host accolgono volentieri persone da altri paesi in cambio di un po’ d’aiuto e della possibilità di conoscere persone nuove e interessanti. Un’ottima occasione per stare qualche giorno a contatto con la natura, vivere un ambiente diverso e farsi nuovi amici! Il portale Workaway raccoglie tante possibilità di questo tipo, per tutti i gusti.

Zaino in spalla e viaggiare
Quanto tempo è che non uscite dai confini dell’antica Marca? Che non provate a parlare un’altra lingua? Che non sentite il brivido dell’avventura?

Nemmeno ve lo ricordate? Bene, è arrivato il momento di sconfinare, partire alla scoperta di paesaggi nuovi e persone incredibili, mettere da parte per un po’ le solite abitudini e sperimentarne di nuove, andare a curiosare per vedere come si vive qualche centinaio di chilometri più a est, a sud, a nord… per tornare più ricchi e più leggeri, pieni di stupore e sorpresa per quello che avrete scoperto sugli altri, e soprattutto su voi stessi, come ha fatto qualche mese fa Raffaele.
Ecco qualche suggerimento per viaggiare low-cost e godersi al meglio tutto quello che incontrerete.

Ognuna di queste esperienze ci permette di fare una vacanza, divertirci, farci nuovi amici e contatti, imparare qualcosa che potrà servirci presto, anche sul lavoro, ed esercitare un po’ di lingue straniere: tutto quello che si può desiderare da un’estate indimenticabile.
E allora coraggio! Scegliete, organizzatevi, pianificate, e via!

Poi a settembre vi aspettiamo per sentire i racconti e vedere le immagini della vostra avventura, qui all’Informagiovani 🙂

Passione coworking

Quanto è importante condividere? Secondo una canzone che sta tormentando la nostra estate, è più importante che vivere. Ma senza essere così iperbolici, possiamo affermare che anche (o soprattutto?) nel mondo del lavoro di oggi, il successo vero arriva quando si è in grado di formare una rete di contatti, di competenze, di idee in grado di produrre un enorme valore aggiunto a tutto ciò che stiamo creando.

Chi fa coworking lo sa bene, pure se la definizione di questa tipologia di lavoro è, a primo impatto, piuttosto sterile: Wikipedia infatti ci spiega che “Il coworking è uno stile lavorativo che coinvolge la condivisione di un ambiente di lavoro, spesso un ufficio, mantenendo un’attività indipendente. A differenza del tipico ambiente d’ufficio, coloro che fanno coworking non sono in genere impiegati nella stessa organizzazione“.

Il coworking, la cui traduzione letterale è “lavorare insieme”, ha in realtà una duplice funzione: da un lato la fornitura di spazi “chiavi in mano” in cui un professionista o aspirante tale che non può permettersi un ufficio può trovare, in genere a costi piuttosto accessibili, un luogo creato sempre più ad arte e fornito di tutti i comfort (computer, wi-fi, telefono e fax, ma anche aree relax e postazioni open space per tenere riunioni) dall’altro, ed è qui la sua maggiore utilità, è una vera fucina di idee, un luogo in cui l’incontro di menti, esperienze e competenze anche piuttosto diverse tra loro può fiorire e dare il suo meglio.

In barba alla definizione semplicistica di Wikipedia, in non molto tempo le reali potenzialità di questo nuovo stile lavorativo sono saltate agli occhi delle grandi aziende, in primis a quelli delle multinazionali statunitensi, ben disposte ad ospitare in propri spazi debitamente allestiti menti creative e giovani imprenditori, così da “nutrirsi” – nel senso più positivo del termine, ovviamente – delle loro idee e prospettive, praticando il cosiddetto “coworking verticale“, formato da professionisti che operano nello stesso settore (al contrario del “coworking orizzontale“, che si sviluppa invece sul lavoro di persone impiegate in ambiti diversi).

Ma senza scomodare le grandi imprese d’oltreoceano si possono scoprire, con una semplice ricerca Google, numerosi esempi di realtà italiane nate appositamente per favorire il lavoro condiviso: c’è chi cerca di riunire le realtà di coworking sotto uno standard e chi offre consulenza e sostegno per l’allestimento di spazi di coworking all’interno di realtà professionali con ambienti inutilizzati, ma anche chi fonda, sui valori della condivisione del lavoro e delle idee, associazioni no-profit.

Facendo un passo indietro, chi ha “creato” il coworking? É importante premettere che, citando l’intervista all’avvocato Domenico Comito per la Wind Buisness Factory: ” Il coworking spesso è istituito da una cd comunità di coworking, ove vengono condivisi i medesimi obiettivi e/o affini modalità di gestione del lavoro”, a dimostrazione ulteriore del fatto che la condivisione semplicemente fisica di uno spazio di lavoro per “dividere i costi d’affitto” conta poco o nulla.
La prima realtà di coworking nasce negli USA nel 2005, su iniziativa di Brad Neuberg, un programmatore di San Francisco a cui serviva un posto in cui riunirsi con il suo gruppo di lavoro che non fosse l’ormai abusato bar. Poco dopo si fecero strada tentativi più articolati e sempre più diffusi, negli Stati Uniti e altrove, fino a quando anche l’Italia, nel 2008, “si incontra” con il coworking, dapprima nelle principali metropoli e poi in tutto il resto della penisola (Marche comprese! Provate a cercare e resterete sorpresi. Noi nel frattempo vi suggeriamo due realtà nelle nostre vicinanze: Cowo Coworking Ancona e Cowo42). Ad oggi, anche se è piuttosto complicato determinarne con precisione il numero, si conoscono più di 300 realtà di coworking in Italia.

Anche se è passato qualche anno, una buona parte di chi pratica questo stile lavorativo ha ancora lo stesso profilo professionale degli albori: meno di trenta anni e specializzazione nell’ambito dell’informatica, del web design e della comunicazione. La giovane età e una professione che più di altre si presta alla necessità di “fare rete” sono caratteristiche  che hanno favorito questa concezione di lavoro fuori da quella classica di ufficio, anche se sono sempre di più i professionisti di altri settori interessati a prendere il meglio dall’autonomia imprenditoriale e dalla condivisione del lavoro e delle competenze.

Nel mondo odierno, frutto di una società liquida in cui trovare il proprio posto di lavoro (non solo materialmente parlando) è sempre più complesso e meno scontato, in cui crearsi una rete di contatti e collaborazioni è ben più importante che nel passato, la possibilità di costruire la propria identità professionale in luoghi di costante confronto vivo e creativo è un’opportunità da non perdere, soprattutto se si è dei giovani bisognosi di accrescere le proprie competenze ed entusiasti di dare forma a quello che, secondo molti, è il futuro del lavoro.

All’ Informagiovani lo sappiamo bene, per questo vi ricordiamo che i nostri spazi, oltre a poter essere affittati per riunioni e conferenze, si possono utilizzare, mentre siamo aperti, come aula di studio, luogo per incontrarsi e perché no, “cantiere” per far nascere progetti in condivisione e dare vita a collaborazioni di tutti i tipi. Vi aspettiamo nei nostri orari di apertura!

#GUIDAeBASTA

Primo week end di luglio, che si fa? Ci si diverte e soprattutto si va in giro. E per girare l’auto rimane il mezzo più utilizzato da noi italiani: basta vedere le code in autostrada a partire da questo week end. L’auto, grande passione degli italiani. Come lo smartphone al quale dedichiamo sempre più tempo: telefonate, messaggi, post sui social network e quant’altro. Smartphone e automobile possono essere però un’accoppiata micidiale!

Lo dicono quelli che si occupano di traffico e, purtroppo, anche la cronaca. 48.524 sono state le infrazioni contestate nel 2015 per utilizzo di telefono o smartphone alla guida: il +20,9% rispetto all’anno precedente. Tra i principali fattori di distrazione vi è l’uso del cellulare alla guida per telefonare o per inviare/leggere messaggi nonché la maggior parte dei dispositivi di bordo (di navigazione, di intrattenimento ecc.). Diversi studi hanno confermato una generale sottovalutazione della distrazione come fattore di rischio da parte dei conducenti. Peraltro il fenomeno è in crescita parallelamente alla diffusione dell’utilizzo di dispositivi telefonici e di bordo che possono distogliere l’attenzione dalla guida.

La campagna #Guidaebasta, lanciata da ANAS e Polizia di Stato a cui abbiamo deciso di aderire anche noi,  lancia il messaggio forte: è arrivato il momento di dire che essere costantemente connessi non è sempre la cosa più giusta. Che è meglio non sentire i nostri cari per qualche ora, piuttosto che rischiare di non vederli più. Come dice anche LaPina di Radio DeejayNon casca il mondo se non rispondi: non muore nessuno, nel vero senso della parola. Insomma, diciamolo chiaro che quando guidi, devi guidare e basta”.  Con loro anche noi pensiamo che sia giunto il momento di rinfrescare la nostra educazione stradale, informare gli automobilisti sui rischi e sulle conseguenze delle cattive abitudini e del mancato rispetto delle regole.

Scattare un selfie: 14 secondi; consultare un social network: almeno 20. Se lo fate mentre siete alla guida l’effetto può essere fatale. A 100 km orari, si percorrono “al buio” una distanza pari a cinque campi da calcio. Avrai tempo di farlo quando sarete di nuovo fermi. Quando guidi, guida e basta!

Vacanze e studio delle lingue, accoppiata perfetta!

L’estate è arrivata, ormai per davvero, e a parte chi è impegnato proprio in questi giorni negli esami di maturità (in bocca al lupo ragazzi/e!!) o chi svolge lavori stagionali, per molti è cominciato un periodo di tempo libero o comunque di impegni meno intensi.

Quale momento più adatto per dedicare un po’ di energie al miglioramento delle lingue che conosciamo così così, o per imparare l’abc di quella lingua che ci piace tanto ma che non abbiamo mai studiato?

Sono numerose le scuole, associazioni e gli enti che organizzano corsi all’estero di lingue straniere, venendo incontro alle nostre diverse esigenze, unendo attività divertenti allo studio e permettendoci di incontrare persone da tutto il mondo per approfondire la conoscenza della lingua e immergerci nella cultura locale.

I costi per l’iscrizione ai corsi variano molto a seconda del paese, della città di destinazione, della durata del soggiorno e a seconda dell’organizzazione proponente. Per scegliere al meglio, cioè in base a all’obiettivo che abbiamo e al budget che possiamo investire, vi consigliamo di informarvi bene, visitando i siti web delle varie organizzazioni, le loro pagine social (ad esempio Facebook), per confrontare le offerte e leggere impressioni, recensioni, commenti e valutarne l’affidabilità.

Ecco un elenco di siti di scuole, associazioni o enti che organizzano soggiorni vacanze e studio, tratto da Eurodesk.it, per coloro che desiderano seguire un corso di lingue all’estero. Buone vacanze!

 

KAPLAN
Kaplan propone oltre 40 scuole di inglese all’estero negli Stati Uniti, Inghilterra, Canada, Australia, Nuova Zelanda, Irlanda, Scozia e Malta. Tutte le scuole sono situate in posizioni centrali e godono di strutture moderne. Kaplan ti offre un ambiente internazionale, insegnanti competenti e qualificati ed un metodo di studio che ti consente di migliorare le tue abilità linguistiche in tempi molto rapidi.

WEP
La WEP propone una grande varietà di progetti per soggiorni linguistici, educativi, e culturali, offrendo ai giovani a partire dai 14 anni la possibilità di scoprire un altro paese, un’altra cultura, un’altra lingua.

EF-Education First
Organizza, fra le varie attività, programmi di scambio per studenti dai 14 ai 18 anni. I ragazzi si recano in un paese all’estero, vivono presso le famiglie di accoglienza e frequentano una scuola superiore locale. Gli studenti ricevono assistenza e consulenza in loco dai numerosi coordinatori EF.

Mondoinsieme
Organizzazione senza scopo di lucro che organizza scambi culturali e soggiorni linguistici in tutto il mondo.

ESL Soggiorni linguistici
Soggiorni linguistici in decine e decine di destinazioni: corsi di lingua per giovani, scuole di lingue per adulti, stage professionali o corsi business.

Ace English Malta
La ACE English Malta organizza corsi di lingua inglese a Malta per studenti che vogliono raggiungere degli obbiettivi specifici.

Sprachcaffe
Sprachcaffe con oltre 30 anni esperienza nell’organizzazione di vacanze studio per adulti nel mondo, offre corsi di lingua in 7 lingue e in 30 scuole di lingue situate nelle più belle città il mondo. Sprachcaffe organizza anche le vacanze studio all’estero per ragazzi dai 13 ai 21 anni. Il programma prevede oltre al corso di lingua, del tempo libero che permette ai ragazzi di praticare ciò che hanno imparato in classe oltre a calarsi nella cultura e nello stile di vita del paese che li ospita.

MB Scambi culturali
Organizza corsi di lingua per giovani al di sotto dei 18 anni, studenti e neolaureati, professionisti, insegnanti di lingue, famiglie.

Intercultura
l programmi estivi rappresentano delle esperienze più brevi rispetto ai tradizionali programmi di Intercultura (semestre o anno di studio all’estero), e consentono di vivere un’esperienza di scambio interculturale di durata variabile dalle 4 alle 7 settimane. I programmi estivi di norma prevedono il soggiorno in famiglia. Le iscrizioni si aprono in genere tra settembre e novembre per l’estate successiva.

Euro Master Studies
Propone una vasta gamma di soggiorni studio all’estero per giovani e adulti.

IALC Associazione Internazionale di Centri Linguistici
Offre opportunità per studiare la lingua e scoprire la cultura di numerose destinazioni mondiali. I suoi corsi di lingua variano da lezioni generali per tutte le età a corsi altamente specializzati per professionisti, oltre a combinare lo studio della lingua con un’esperienza lavorativa.

Centro Diffusione Lingue
Propone vacanze studio in qualsiasi periodo dell’anno. Sono disponibili soggiorni studio per ogni esigenza, abbinati a: corsi di lingua ad ogni livello per adulti; corsi di aggiornamento per insegnanti; corsi di management aziendale; corsi specifici di preparazione agli esami; vacanze studio specifiche per ragazzi.

Linguland
Con più di 10 anni di esperienza, Linguland organizza vacanze studio per tutte le età in moltissime località del mondo, offrendo la possibilità agli studenti di imparare le lingue in alcune delle più mete più richieste (come Londra, New York, Berlino) ma non solo.

Cactus Language
Cactus è specializzata nell’organizzazione di corsi di lingue per singoli e gruppi sin dal 1998 per clienti in tutto il mondo, e soddisfa diverse esigenze e budget. Ogni anno coinvolge 10.000 persone nell’apprendimento di più di 30 lingue in 200 destinazioni nel mondo.

MLA Vacanze Studio
Tour operator per le vacanze studio per bambini, ragazzi e adulti che desiderano seguire un corso di lingua all’estero a scelta tra numerose destinazioni.

ELgo
Il sito contiene una classifica delle scuole di lingua inglese nel Regno Unito (‘Centres of excellence’ scelte sulla base dei risultati delle ispezioni del British Council) e informazioni quali un prezzo indicativo per ogni istituzione e la sicurezza della destinazione scelta (basata sull’Indice della Pace Globale).

Per quale professione siete pronti?

Il mondo delle professioni non è mai stato così poco definito come oggi. Ci sono tanti professionisti che alla domanda “che lavoro fai?” non sanno realmente rispondere o non sanno farlo con un solo nome della loro professione. Il motivo è che attualmente le professioni è più facile descriverle come un insieme di competenze, piuttosto che come una mansione. Fino a qualche tempo fa la cosa non era così, anche contrattualmente: il mansionario, documento utilizzato all’interno delle organizzazioni lavorative, serviva proprio a definire chi faceva cosa e, di controverso, dire che professioni venivamo impiegate.

Le abilità richieste oggi negli ambienti di lavoro, soprattutto quelli meno classici, sono quelle che raccontano i problemi che sappiamo risolvere, gli obiettivi che sappiamo raggiungere e più in generale la nostra adattabilità e preparazione generica a stare in un luogo di lavoro. Questa terza categoria di abilità non è riservata solo ad alcune professioni ma riguarda un po’ tutti. Potremmo dire che sono le capacità che dicono se siamo realmente pronti per essere assunti. Per esempio: siamo in grado di essere puntuali? Sappiamo organizzare un lavoro semplice? Sappiamo gestire uno spazio di lavoro? Sembrano banali, ed alcune di queste lo sono, ma non tutte sono così scontate (se non ci credete provate a chiedere ad un datore di lavoro qualsiasi).

C’è un test da fare on line che si chiama “Skillage: sei pronto ad essere assunto?” con il quale ognuno può verificare se è realmente pronto per lavorare. Noi lo abbiamo fatto ed è stato pure divertente: vi raccontiamo un po’ che ce n’è parso.  Il test verte su 4 aree di competenze che sono “Idoneità a lavoro”, “Produttività”, “Comunicazione”, “Social Media”, “Gestione dei contenuti e sicurezza”. Prima osservazione: una buona aprte delle domande ha a che fare con le tecnologie e con internet in generale: non è più ammissibile che ci sia qualcuno che sta cercando lavoro e che di queste cose, anche poco, non sappia nulla. C’è una domanda che riguarda la fascia di età e, udite udite, da 16 a 24 anni siamo “cazzuti”, ma da 25 in poi siamo già “anziani” (una bella botta di realismo, anche se ironico). Per il resto le domande spaziano su competenze diverse: come utilizziamo i social network, con quali strumenti organizziamo banche dati e archivi, come gestiamo aspetti cruciali come quello della sicurezza e della riservatezze. Noi vi consigliamo di provarlo e verificare, con il report finale, quanto e cosa ancora dovete imparare.

Un anno all’estero con il Servizio Civile Nazionale

Lo sapevi? Oltre a poter scegliere tra tanti progetti ed enti di accoglienza in Italia, grazie al bando del Servizio Civile Nazionale puoi andare all’estero, in Europa o fuori, a svolgere i 12 mesi di servizio civile.
I requisiti per partecipare sono gli stessi, e i posti previsti sono 708, distribuiti su Portogallo, Tanzania, Myanmar, Australia, Cuba, Tunisia, Brasile, Slovenia, Bosnia, Kenya, Kosovo, Mozambico, Senegal, Libano, Spagna, Bolivia, Madagascar… insomma, praticamente ovunque!

I settori nei quali è possibile svolgere il servizio civile sono assistenza e protezione civile, ma anche ambiente, educazione e promozione culturale, cooperazione internazionale, interventi di ricostruzione post conflitto o a seguito di calamità naturali, sostegno a comunità di italiani all’estero.

Per chi svolge il servizio civile all’estero, oltre all’assegno mensile di 433 euro, è prevista una quota giornaliera che va dai 13 ai 15 euro, a seconda del paese. Al volontario inoltre viene garantito vitto e alloggio, e il viaggio di andata e ritorno per e dal paese di realizzazione del progetto.

Anche per i volontari che vanno all’estero è prevista una prima fase di formazione e preparazione, che dura circa un mese e viene svolta in Italia: la formazione riguarda sia il servizio civile in generale (storia e funzione), che il contesto e le attività che si andranno a svolgere durante il servizio vero e proprio.

Per sapere quali sono i progetti tra cui scegliere, sia in Italia che all’estero, consulta la banca dati ufficiale, oppure approfitta di questa occasione:

Vieni a trovarci all’Informagiovani martedì 21: ci vediamo alle 11 per un incontro informativo dedicato

Potrai chiarire ogni dubbio sul bando del Servizio Civile Nazionale e Regionale, parlare con un esperto che ti darà brevemente le informazioni essenziali per poter partecipare, confrontarti e fare domande ai referenti dei progetti, conoscere l’esperienza di un volontario che è ancora in servizio. Non c’è bisogno di un’iscrizione e la partecipazione è gratuita. Ti aspettiamo!

Perché è importante scrivere bene (in italiano)

Scrivere bene in italiano è una competenza che spesso viene considerata scontata ma che nel tempo trova sempre meno adepti.

La conoscenza della lingua del proprio paese è, in teoria, un requisito fondamentale (l’italiano questo sconosciuto). Non solo per le attività professionali, ma anche per la vita di tutti i giorni. Allo stesso tempo però è altrettanto vero che alcune competenze linguistiche di base si indeboliscono: lo si può notare nella lingua parlata di tutti i giorni, negli articoli di giornale e, soprattutto oggi, nel brulicare di testi che ci sono su internet (compresi i post nei più diversi social network).

Di per sé questo, pur essendo un peccato per certi versi, non è un male in assoluto: le lingue sono vive, cambiamenti e trasformazioni fanno parte integrante del loro sviluppo (nel 2016 non utilizziamo le stese parole ed espressioni che venivano utilizzate nell’ottocento. Ciò che invece è decisamente più allarmante è l’aumento di errori grammaticali, anche per questioni linguistiche molto semplici: la “A” del verbo avere senza “H” che è decisamente grave. Ma ci sono anche altri errori oggi molto comuni : “po’” scritto con l’accento invece che la forma corretta “po’” con l’apostrofo; “qual’è” scritto con l’apostrofo mentre deve essere scritto senza; “davanti la casa” invece del corretto “davanti alla casa”; “fuori la porta” invece del corretto “fuori dalla porta”; le frasi introdotte da “malgrado che”, “a condizione che” prive di congiuntivo; le forme “sò” e “sà” del verbo “sapere” scritte con l’accento, mentre devono essere scritte senza; infine l’immancabile “piuttosto che” utilizzato come alternativa tra più opzioni invece di contrapposizione tra due soltanto (in altre parole è un sinonimo di “anziché” e non di “oppure”). La domanda di chi legge a questo punto potrebbe essere: a chi interessa tutto ciò?

La risposta a questa obiezione la lasciamo a due autori, Valeria Della Valle e Giuseppe Patota, autore di un libro proprio sugli errori grammaticali (Senza neanche un errore, Sperling & Kupfer editore, 2016): “Oggi è più che mai importante esprimersi in un italiano corretto. Al tempo del web qualcuno pensa che ogni trasgressione linguistica sia lecita, in nome della libertà individuale a mettere in rete le proprie opinioni e i propri sfoghi. Ma nelle situazioni diverse dagli incontri nei social network si viene ancora giudicati in base alla lingua che si usa. L’italiano è il primo biglietto da visita di una persona: nelle interviste, nei colloqui di lavoro, nei contatti con chi non conosciamo, appena apriamo bocca o scriviamo una lettera o un curriculum, diamo di noi la rappresentazione più reale. Lo strafalcione, la costruzione sintattica zoppicante, la parola usata a sproposito rivelano immediatamente la mancanza di cultura, l’approssimazione, e perfino il poco rispetto nei confronti dell’interlocutore. Che cosa vuol dire, oggi, esprimersi in buon italiano? Significa, a nostro avviso, saper fare quattro cose: nel parlato, adattare il tono della lingua alla situazione; nello scritto, non trascurare gli aspetti formali; in entrambi, dominare le regole essenziali della grammatica e combinare le parole e le frasi in modo corretto“.

Più in generale dovremmo rifuggire dall’idea che se una espressione scorretta va bene per noi, possa andare bene anche per il pubblico che ci ascolta. Cosa può accadere con un errore grammaticale in una lettera di presentazione allegata ad un cv oppure dentro il cv stesso? Probabilmente ci preclude la possibilità di avere un’opportunità di lavoro. Direte voi: sì, vabbè, la sostanza però non cambia. E invece cambia eccome. Se sbagliate a scrivere in italiano (per ignoranza, sbadataggine, poca cura), che cosa potreste combinare con altre competenze che richiedono, si presume, un’abilità anche maggiore?

Una esperienza all’estero con lo SVE, tempo ben speso!

Tra le attività dedicate ai giovani e finanziate dall’Unione Europea attraverso il programma Erasmus+, la più accessibile, perché non richiede titoli di studio particolari, e la più adattabile alle proprie esigenze è sicuramente il Servizio Volontario Europeo.

Possono partecipare tutti i giovani residenti in Italia tra i 17 e i 30 anni che abbiano intenzione di passare un periodo tra 2 e 12 mesi in uno dei paesi aderenti al programma Erasmus+.

Ecco alcune opportunità già pronte da cogliere al volo, per programmare un’esperienza all’estero per i prossimi mesi!

 

Progetto “MULTI-KULTI 2016” – Polonia – dal 02/07/2016 al 28/08/2016

L’associazione POLITES ospiterà 20 volontari da 5 paesi diversi per l’organizzazione di attività multiculturali dedicate a bambini e ragazzi tra i 9 e i 15 anni; i volontari inoltre parteciperanno alle attività di workshop, ricerca e relazioni con altre associazioni che l’ente ospitante svolge abitualmente, con la possibilità di prendere parte anche a eventi organizzati dal locale centro regionale per il volontariato.

Scadenza per candidarsi: 5 giugno 2016

Progetto “The first step in education, the first step in volunteering!” – Romania – da maggio a novembre 2016
L’Asociatia Pro Democratia Club Braila accoglie volontari da diversi paesi per attività di collaborazione e apprendimento di tecniche di educazione non formale presso il vicino Kindergarden.

Scadenza per le candidature: al più presto

SVE presso Le Centre Méditerranéen d’Etudes Françaises (CMEF) – Francia – dal 10/01/2017 – 20/07/2017
Il Centro Studi offre la possibilità di svolgere uno SVE presso la scuola di lingue, e di essere coinvolti nell’organizzazione dei campi studio per ragazzi e ragazze, assistendo nell’accoglienza, l’accompagnamento e l’animazione dei gruppi stessi.

Scadenza per l’invio delle candidature: 20 giugno 2016

Progetto SVE presso la Fanzinothèque di Poitiers, Francia – dal 05/09/2016 al 31/08/2017
La Fanzinothèque accoglierà un/a volontario/a con forte interesse nelle arti grafiche, nell’editoria e informazione, per attività di produzione materiali grafici, per supportare l’organizzazione di eventi, mostre e workshop promossi dall’ente ospitante. Qui tutti i dettagli.

Scadenza per le candidature: 30 maggio 2016

 

Emozioni in foto

Il prossimo 9 giugno torneremo a parlare di immagini, fotografia e di come queste possono diventare un potente strumento per rappresentare le proprie emozioni. Lo faremo ospitano Emanuele Maggini, fotografo anconetano che ha realizzato un interessante progetto con il carcere. In anteprima sul nostro blog un’intervista che gli abbiamo fatto per capire meglio che cosa è successo.
Il tuo progetto ha portato la fotografia in carcere: ci spieghi meglio di cosa si è trattato?

La mia esigenza in quanto fotografo è sempre stata quella di trasmettere sensazioni ed emozioni,con la fotografia si ha la possibilità di rendere tangibile ciò che abbiamo dentro. Ho sempre desiderato fare qualcosa di buono per gli altri con la mia passione e con il mio lavoro,quindi ho deciso di portare la fotografia in un contesto molto particolare,in un contesto,ovvero il carcere, dove la fotografia è totalmente assente. È stata una sfida anche con me stesso che poi ha portato a risultati eccezionali anche grazie alla presenza costante di mia sorella Alice dottoressa in scende e tecniche psicologiche che ha dato un contributo enorme alla realizzazione di questo progetto. Si è trattato di uno corso settimanale con lezioni di due ore, dove è stata insegnata l’importanza della fotografia come mezzo di comunicazione in tutti i suoi aspetti ( racconto autobiografico, mezzo pubblicitario e come portavoce di contenuti inconsci) il tutto accompagnato da slide con esempi di fotografie tipo. Si è poi proseguito con l’insegnare la tecnica base della fotografia (tempi, diaframma, regola dei terzi, luci). Tutto quello che è stato imparato al corso i detenuti lo hanno messo in pratica, realizzando foto da loro progettate che potessero esprimere i loro contenuti.

Come mai hai pensato alla realtà carceraria? Nella tua percezione che tipo di stimolo,valore poteva avere la fotografia in quel contesto?

La mia esperienza personale e professionale mi ha portato alla consapevolezza di quanto la fotografia possa essere un potente mezzo per poter comunicare molto più di quanto possa essere detto. Ha il potere di poter esprimere contenuti scomodi e dolorosi di chi fotografa con eleganza e meno sofferenza e al tempo stesso la capacità di richiamare emozioni proprie in chi la guarda. Ho così pensato che potesse essere un valido sostegno farla entrare nella realtà carceraria. E che potesse offrire un valido ponte per tirare fuori l emotività di un utenza che ero sicuro avesse molto da comunicare e che poi potesse riavvicinare la comunità libera alla penitenziaria, avvolte questi due mondi sono così distanziati da stereotipi e pregiudizi che creano le vere sbarre della reclusione. Va aggiunto che secondo la costituzione il carcere è un sistema rieducativo e non mi dispiace l’idea che dopo questo corso teorico e pratico al quale ho rilasciato anche un attestato, finita la detenzione, qualcuno decidesse di fare buon uso di questa esperienza, appassionarsi a questa arte, così da farne un lavoro a tutti gli effetti.

Come è stato accolto dai detenuti il tuo arrivo? E la tua proposta?

La prima lezione è stata una di quelle più particolari, si avvertiva l’emozione ambo le parti, da parte mia sebbene avessi già sostenuto corsi importanti entrare nel contesto carcerario mi dava un mix di alte aspettative e paura, i ragazzi dall’altra parte erano incuriositi da questo corso innovativo mai fatto prima non avevano mai affrontato la fotografia in un contesto carcerario,alcuni di loro prima, e non sapevano cosa aspettarsi, abbiamo da subito appreso che il sistema detentivo lascia poco spazio alla comunicazione e che si erano iscritti a questo corso alla ceca senza sapere di cosa so trattasse ne con che modalità, hanno quindi iniziato a riempirci di domande e questo a facilitato il momento della presentazione, da lì in poi abbiamo instaurato immediatamente un bellissimo rapporto insegnantei-alunni che ci ha portato a collaborare in maniera eccezionale e professionale.

La fotografia nel tuo caso è stata un’esperienza artistica più che tecnica: possiamo dire che l’arte riesce a liberare le persone? In questo caso non hai corso il rischio di acuire ancor più il senso di libertà? Se ce stato questo rischio come lo avete superato?

La parte tecnica è stata fondamentale nell’insegnare a loro come poter utilizzare questo mezzo di comunicazione in maniera idonea, poi effettivamente la parte artistica è stata prevalente e molto più stimolante dato che il fine principe del progetto era di tirare fuori emozioni ed imprimerle in uno scatto. Il percorso per creare una foto è: concentrarsi su un pensiero, riflettere a fondo su di esso e imprimerlo. Progettando il corso io ed Alice abbiamo più volte riflettuto sul pericolo effettivamente di acuire il senso di perdita della libertà e abbiamo fatto molta attenzione ad usare immagini e parole che limitassero quanto più possibile questo pericolo. Ma l’arte è sinonimo di libertà di pensiero non fisica, e offrire loro un percorso che potesse restituirgli un po’ della loro individualità persa con l’entrata in carcere e la possibilità di comunicare anche contenuti indicibili è stata una cosa molto apprezzata dai detenuti. Abbiamo da subito compreso che la vera condanna non è la reclusione fisica ma lo smarrimento della propria personalità. Esistono celle di ferro ma anche delle prigioni mentali, l’offrire l opportunità di tirare fuori quello che avevo dentro dentro positivo o negativo, e poterlo raccontare oltre le mura, li ha secondo me per una frazione di secondo resi, veramente liberi.

In questo percorso sei stato coadiuvato da un dottoressa in scienze e tecniche psicologiche: quale è stato il suo contributo e quale, se possibile, la sua analisi dei risultati ottenuti?

Maggini Alice dottoressa in scienze e tecniche psicologiche ha contributo prettamente alla parte emotiva del corso. Il suo ruolo è stato finalizzato alla spiegazione della fotografia come veicolo di contenuti emotivi che in questo particolare contesto può rivelarsi strumento portavoce di sentimenti anche scomodi e dolorosi, ma che sono inevitabilmente presenti, anche se non detti, come anche di elementi positivi che esistono anche se si fatica a vederli in un contesto così duro e restrittivo. Portando poi i detenuti a far emergere questi sentimenti e individuando con il gruppo gli oggetti che potessero rappresentarli. Oggetti che poi sono stati utilizzati nel set e che i detenuti hanno utilizzato per le foto prodotte in still-life.
Alle luce di quanto emerso dalle foto prodotte la Dott.ssa Maggini Alice ritiene che l’ obiettivo del progetto sia stato raggiunto a pieno, considerando l’evolversi delle dinamiche di gruppo nelle varie fasi del progetto. Partito con un utenza che se pur ben disposta e pronta al dialogo è risulta nelle prime fasi palesemente in difficoltà a fermarsi su certi contenuti emotivi e non abituata a lavori che coinvolgono l’ emotività e che alla fine ha prodotto foto che raccontano di temi importanti come il rimorso, la solidarietà, la nostalgia e tanto altro. Particolarmente importante risulta il lavoro sul “tempo che scorre” tematica che come si può ben immaginare ha creato non poco disagio nel gruppo (utenza che nella maggioranza ha 10 e più anni di reclusione da scontare), argomento tanto fastidioso da essere considerato in prima istanza tabu e che alla fine del progetto risulta essere l’elemento principe della maggior parte delle foto.
Hai realizzato un corso di fotografia e quindi avevi un’aula anche se del tutto particolare; come è stato il rapporto umano con questi alunni? Cosa hai notato di diverso dalle altre aule.

Come ti dicevo prima,ho insegnato in molto corsi,con tantissimi partecipanti,non è stato poi cosi diverso a parte la presenza delle telecamere e le regole restrittive in cui ho dovuto giostrarmi. Ho trovato nell’utenza molta educazione e disciplina e soprattutto interessata e collaborativa, il rapporto è stato sempre insegnante-alunno come sempre faccio,in questo caso a maggior ragione ma ovviamente non sono mancate risate e momenti meno impegnativi dove poter scambiare due parole in tranquillità. Non sono mancati anche momenti di tensione soprattutto quando si è andati a toccare le emozioni che solitamente sono tenute al di fuori delle mura carcerarie e che come ci hanno più volte spiegato i detenuti se e quando emergono sono in questo contesto amplificate. Io e Alice ci siamo sempre concessi un momento di restituzione alla fine del corso dove io e lei discutevamo insieme su ciò che era emerso nella lezione, sui contenuti emotivi che ci portavamo via e su quale strategie adottare nella prossima lezione, siamo così riusciti a fronteggiare il tutto al meglio creando un bellissimo rapporto con la classe tanto che a fine corso per i saluti finali ci sono stati momenti toccanti conclusi con un arrivederci. I detenuti hanno pensato di salutarci scrivendoci delle lettere di ringraziamento da come ricordo per quanto abbiamo fatto insieme. È stata una cosa molto emozionante.

Ci puoi dire se questa esperienza ha cambiato il tuo modo di vedere la realtà carceraria e se si in quali termini?

Ho sempre pensato che il carcere debba essere rieducativo e non prettamente punitivo ,per molti di loro come ci hanno detto tramite lettere la punizione più grande è dentro di loro,quella di dover convivere con rimorsi e sensi di colpa. È stata un’esperienza molto intensa che mi ha portato a ragionare a fondo sulle conseguenze delle nostre azioni di tutti i giorni,sia piccole che grandi,sia positive che negative. Mi hanno fatto capire l’importanza della vista ,della libertà,della possibilità di scegliere,l’importanza di una carezza e il peso di uno schiaffo.

In che modo invece pensi possa essere stato utile per i detenuti?

Prima di tutto,la nostra presenza li ha stimolati a conoscersi, confrontarsi,a interagire con noi che venivamo da oltre le mura, hanno inoltre imparato un mestiere,che ovviamente in caso in un futuro lavoro come fotografo andrà rinforzato ma alcuni di loro hanno lasciato questa porta aperta per quando usciranno…e cosa più importante sono riusciti a tirar fuori ciò che avevano dentro con loro sorpresa,sono loro che hanno preso la reflex,calcolato la luce,creato il set e fatto lo scatto….creando delle vere e proprie opere che raccontano di loro. Secondo me sono stati straordinari.

Ci dici quali saranno i prossimi passi e come altre persone posso avvicinarsi a questa esperienza anche solo per conoscerla? E per conoscere i lavori fatti?

Certamente, abbiamo in previsione diverse mostre in tutte le Marche, partendo da Ancona ovviamente per poi fare altre tappe a Senigallia, Jesi ed altre città. Non saranno solamente mostre dove verranno esposte le foto dei detenuti ma faremo anche degli incontri aperti al pubblico dove io e Alice parleremo di questa straordinaria esperienza (l’appuntamento ad Ancona è per il 16 giugno nella sala dell’Informagiovani, in piazza Roma; ndr)

Che obiettivi può avere nel tuo futuro questa esperienza? Possiamo dire che ci sarà un continuo?

Una delle cose che ho capito ancor prima di iniziare il corso è che niente è impossibile,nonostante molti dicevano che non ci sarei riuscito per molte ragioni,quindi continuerò a portare avanti questo programma facendo altri corsi in tutta italia,ci hanno già contattato altri carceri per organizzare mostre,corsi ed incontri. Ho fatto della fotografia la mia disciplina,il mio stile di vita,ne ho ulteriore avuto conferma dell’importanza, quindi poterò sicuramente avanti altri progetti come questo. La cosa straordinaria è che questa esperienza ha formato loro quanto noi e vorrei ricordare che senza la disponibilità del Carcere di Montacuto,senza la determinazione e la voglia di cominciare dei detenuti con le loro stupende foto, tutto questo non sarebbe mai potuto accadere. Quindi ringraziamo tutti loro.

Vorremo infine ringraziarvi per questa bellissima intervista che ci avete fatto, per noi è stato importante il lavoro che abbiamo fatto dentro al carcere quanto riuscire a portarlo all’esterno, grazie ancora.

Lo faccio domani (l’arte poco nobile di rimandare)

Vi è mai capitato di avere un sacco di cose da fare? E di decidere di farle un altro giorno? La frase “lo faccio domani” crediamo sia abbastanza diffusa sia tra chi di noi è meno efficace ed efficiente, sia tra chi ha invece un sacco di cose nella propria lista delle attività da fare. In altre parole rimandare è un vizio piuttosto facile da prendere. Così succede che dovremmo preparare una relazione, controllare un budget, scrivere (magari anche un post come questo) ma prima di iniziare ci concediamo una visita a Facebook, poi clicchiamo sul link che il nostro contatto ha condiviso e da lì partiamo per altri “lidi”. A quel punto la nostra testa non è più concentrata su quel che avremmo dovuto fare e si perde per altri rivoli, senza una meta.

Perché questo accade? Un po’ senz’altro per mancanza di disciplina. Alcuni ricercatori considerano la procrastinazione fondamentalmente come l’incapacità di sapersi organizzare, come succede per altre cattive abitudini legate alla mancanza di autocontrollo, come l’abuso di cibo, i problemi con il gioco d’azzardo o la tendenza a spendere troppo. Per altri, invece, non ha a che fare con la pigrizia o la cattiva gestione del tempo, come possono dimostrare molte persone brillanti che hanno risultati sopra le media e tendono comunque a procrastinare

Per alcuni psicologi rimandare è una sorta di autodifesa: evitiamo un compito perché ci mette ansia senza restituirci una sensazione positiva. Per intenderci non è l’ansia che potremmo avere prima di giocare una partita del nostro sport preferito: quel tipo di ansia la superiamo solitamente con la voglia di giocare, di stare insieme agli altri, di vincere. Si tratta invece dell’ansia che ci fa sentire in colpa e ci fa vergognare perché non siamo all’altezza del compito da svolgere oppure non abbiamo fatto quel che dovevamo.

Il meccanismo con il quale agisce chi rimanda a domani funziona più o meno così: siccome la paura o l’ansia per il compito che ci aspetta sono insopportabili, sostituiamo quel compito difficile con uno più facile, comodo e divertente. Il comportamento è reiterato fino a che l’incombenza è troppo urgente e importante per non essere affrontata; a quel punto però diventa anche di più difficile gestione e soluzione. Esempio: dovremmo fare un certo esercizio di matematica per la lezione che avremo fra 3 giorni; oggi non la affrontiamo perché ci sembra di avere ancora molto tempo; domani ci avviciniamo all’esercizio ma ci distraiamo con altro; il terzo giorno, con sorpresa, abbiamo anche poco tempo per finirlo. Come lo risolveremo secondo voi? Sicuramente non con la nostra migliore performance. Senza contare che per qualcuno è preferibile non presentarsi a scuola piuttosto che affrontare l’esercizio e risolverlo, aggravando così ancora di più la situazione. Ma questo circolo vizioso non è proprio solo della scuola, accade con una certa frequenza anche agli adulti nel posto di lavoro.

Gli psicologi concordano sul fatto che il problema dei procrastinatori è che, invece di rimanere concentrati sui loro obiettivi a lungo termine, sono tentati a cedere alle gratificazioni immediate, che innescano quella forma di sollievo istantaneo che gli psicologi definiscono  “piacere edonico”. Gli obiettivi importanti sono più difficili ma a lungo andare portano una sensazione di benessere e soddisfazione più durevole. Se cadiamo nel tranello di pensare soltanto all’immediato e non vedere un futuro, quello che possiamo fare è cominciare a essere più attenti alla nostra dimensione futura e allo stesso tempo provare a risolvere i nostri compiti un pezzo alla volta. C’è una famosa domanda che si fa nelle sessioni formative in cui si tratta della gestione del tempo e delle risorse: come si mangia un elefante intero? La risposta più banale ma anche più giusta è: un pezzo alla volta. Questo significa che se il compito che abbiamo ci appare troppo grande, possiamo sempre spezzettarlo in compiti più piccoli, in fasi, che possiamo affrontare con maggior tranquillità e più efficacia. Provate a pensare al vostro prossimo compito come ad un puzzle: prima o poi lo finirete, basta mettere insieme un pezzo alla volta.

 

Fermatevi un anno

Sapete che cosa è un “gap year“? Il “gap year” è il modo in cui gli anglosassoni chiamano l’anno in cui decidono di prendersi una pausa. Sì, esatto, un anno di pausa da qualsiasi attività professionale (intendendo con questo anche l’inizio della carriera universitaria). Forse la cosa potrà sembrare strana per la nostra cultura, soprattutto oggi che siamo portati a pensare che ogni minuto passato a non far nulla è tempo sprecato. In alcuni paesi esteri invece il “gap year” è una prassi conosciuta, in certi casi consolidata, qualche volta addirittura consigliata. Quale potrebbe essere il vantaggio di dedicare un anno all’ozio?

Innanzitutto non si tratta di ozio come generalmente viene inteso. Esiste l’ozio creativo, che è quella condizione nella quale lavoriamo (o comunque facciamo qualcosa di produttivo, per noi stessi o gli altri) anche se non ne abbiamo consapevolezza, coscienza e intenzione. Il sociologo che ne ha definito caratteristiche e confini lo ha fatto in un libro che si intitola proprio “L’ozio creativo” (Domenico De Masi, Ediesse 1995). Quindi, una prima questione è che anche quando decidiamo di non fare nulla, in realtà stiamo producendo: ideiamo progetti per il futuro, immaginiamo come potrà svilupparsi la nostra professionalità o la nostra vita, fantastichiamo su dove vorremmo andare o come vorremmo vivere, ci dedichiamo a un hobby, coltiviamo una passione e altre cose del genere. Attenzione: deve essere però una scelta, cioè deve essere intenzionale. Per intenderci, giocherellare e perdersi tra i post di Facebook non è ozio creativo :-).

A ogni modo il “gap year” non è solo ozio, anche se creativo. In realtà è un modo interessante e intelligente per scoprire veramente di che pasta siamo fatti. Per prima cosa il “gap year” è anche e fondamentalmente un anno trascorso a vivere esperienze originali, inconsuete, diverse dalla routine o dalla programmazione che la maggior parte delle persone fa della propria vita. Per prenderci un anno di pausa dobbiamo quindi decidere come utilizzeremo quel tempo e cosa decideremo di fare: dovrà essere un’esperienza che non è dettata dalla funzionalità o da un obiettivo utilitaristico. Molto semplicemente si tratta di scegliere di fare cose ci piacciono e che ci fanno stare bene senza necessariamente che questo ci porti un utile, in qualsiasi senso lo intendiamo.

Se avete modo di ascoltare il racconto di chi ha fatto questa esperienza, vi dirà sicuramente che il “gap year” è stato fondamentale (a questo link http://goo.gl/71WTb5 potete trovare il racconto di una di queste storie; in inglese): l’esperienza può essere il punto di svolta di una vita, aiuta ad aprire gli occhi sul mondo, a respirare aria nuova per fare scelte migliori per il proprio futuro sopratutto per gli studenti. Per esempio, dal racconto di chi lo ha fatto e che potete leggere la link che vi abbiamo segnalato, scopriamo che un anno trascorso a vivere esperienze originali aiuta a comprendere meglio la diversità delle persone e come l’interpretazione del mondo in cui viviamo possa essere molto diversa dalla propria, a migliorare le capacità di adattamento di una persona, a essere maggiormente indipendenti. Se poi un anno di pausa è un anno trascorso all’estero, l’esperienza diventa ancora più interessante perché si aggiungono la conoscenza di una lingua estera, quella di una cultura diversa, la possibilità di avere contatti internazionali. Un anno di pausa può insegnare molte più cose di 10 anni si scuola e formazione.

Il nostro consiglio? Se per esempio siete nell’anno della maturità e state per affrontare la scelta (se non l’avete già fatta) di che cosa fare nella vostra vita, prendete in considerazione il fatto che un “gap year” potrebbe essere per voi la vera svolta.

 

Come prendiamo le nostre decisioni?

Come mai alcune persone decidono di diventare imprenditori e altre no? Perché preferiamo rimandare (decisioni, lavori, impegni) piuttosto che fare quel che occorre? Come reagiscono le persone davanti a una perdita o a un guadagno? Cosa motiva in generale le persone? Come prendiamo le nostre decisioni? A queste domande e ad altre ancora cerca di rispondere una recente disciplina, chiamata neuroeconomia.

Il termine neuroeconomia deriva dall’unione di due discipline che possono sembrare distanti tra loro: la prima indica lo studio del cervello, del sistema nervoso e di come influenza ed è influenzato dall’ambiente che lo circonda. La seconda, invece, studia come due soggetti interagiscono tra loro, attraverso scelte più o meno razionali, utilizzando le risorse che possiedono o sono presenti nel loro ambiente.

L’obiettivo della neuroeconomia è capire come si comporta il cervello durante i processi di decisione. In particolare in quelli di decision making, quando nella scelta sono implicati fgattori economici: dalla semplice spesa in un supermercato, all’acquisto o vendita di un titolo azionario. Modi di agire che in linea di principio sono legati alla sfera economica, ma che effettivamente derivano da comportamenti spcifici del nostro cervello.

Questa disciplina si basa su strumenti, ormai sempre più diffusi, come il PET (Tomografia ad emissione di positroni https://it.wikipedia.org/wiki/Tomografia_a_emissione_di_positroni), la risonanza magnetica e altri strumenti di indagine del nostro cervello che permettono di capire come reagisce agli impulsi esterni.

Per esempio, sono stati realizzati alcuni studi su trader  professionisti e sulle emozioni che si scatenano durante le operazioni di borsa. È stato osservato che nei momenti cruciali delle decisioni si attivano nelle menti degli operatori due dinamiche di pensiero: quella emozionale e quella razionale. Spesso è la prima a predominare sulla seconda. Attraverso questi studi risulta chiaro che l’ansia è maggiore quando le variabili esterne sono impreviste. Prendere decisioni è sempre stata considerata un’attività razionale e consapevole, in cui l’individuo che decide agisce esclusivamente in base alla massimizzazione del proprio interesse. La neuroeconomia attraverso studi e ricerche mette questa convinzione in discussione, fornendo prova che nel momento in cui si prendono delle decisioni hanno molta importanza le esperienze, le emozioni e i processi mentali involontari.

Quante volte siete andati in ansia per una scelta difficile? Quante volte abbiamo pensato di fare la scelta sbagliata? Non preoccupatevi, rilassatevi: la neuroeconomia ci insegna che per quanti sforzi possiamo fare la nostra scelta non sarà mai perfettamente razionale.

(questo articolo è stato scritto da Ilaria Carrasso)

Volontariato, concime per la vita

La bella notizia è che il numero dei giovani che fanno volontariato è in crescita. In risposta a un’indagine Istat del 2010, che rivelava un aumento dei ragazzi cosiddetti “NEET” (inattivi), il CSVNET (Coordinamento Nazionale dei Centri di Servizio per il Volontariato) ha riscontrato successivamente un netto aumento  di giovani volontari sia in Italia che in Europa.

Da ulteriori indagini è stato rilevato che più cresce l’età più ci si avvicina al volontariato: una ulteriore indagine rileva che i volontari in Italia sono più di 800mila ed il 22,1% di loro ha meno di trent’anni. Il dato è estremamente positivo ed incoraggiante, se pensiamo che ci troviamo in una società  caratterizzata da un profondo “individualismo”.

la sua parte forse l’ha fatta anche la politica europea che ha intitolato, per così dire,  il 2011 come l’anno europeo  del volontariato: l’intenzione era quella di promuovere il volontariato come integratore di coesione sociale e motore di sviluppo della  democrazia.

A distanza di cinque anni, sulla scia di quell’esperienza positiva, l’Unione Europea ha rafforzato il messaggio ponendosi altri obbiettivi su come migliorare le condizioni del volontariato: ci sono allo studio misure per  favorire il riconoscimento del lavoro dei volontari, sensibilizzare i cittadini sull’importanza ed il valore del volontariato, insistere sulla promozione partendo dalle scuole e dai centri di aggregazione giovanile.

Come per altre politiche ed azioni europee, il risultato auspicabile è quello di creare una sorta di una “spirale benefica”. L’idea è quella di accendere i riflettori su questo fondamentale concime per la società, attraverso campagne di informazione e promozione, la divulgazione, lo scambio di esperienze, l’organizzazione di eventi, convegni, manifestazioni.

In un momento di forte crisi, non solo materiale ma forse anche personale, di perdita di valori e fiducia in se stessi, il volontariato si presenta come una pietra preziosa su cui fondare la ricostruzione e il rilancio della società: perché favorisce la trasmissione di valori fondamentali, perché offre una risposta concreta ai problemi, perché stimola la crescita degli individui, perché rappresenta un incredibile aiuto per il prossimo.

Se questi temi hanno acceso un po’ del vostro interesse ma soprattutto trovano anche un po’ della vostra passione, all’Informagiovani potete muovere i primi passi: tra le cose che potete trovare nel materiale a vostra disposizione ci sono elenchi di associazioni e organizzazioni locali e internazionali, attività e servizi da svolgere, programmi di volontariato europeo, iniziative pensate appositamente per chi vuole dedicare tempo ed energie per aiutare gli altri. E forse anche se stesso. Che aspettate? Magari scoprite una porta che vi apre un mondo nuovo.

(questo articolo è stato scritto con il contributo di Edy Paccapeli)

Tirocini all’estero per tutti i gusti!

Sia che ci prepariamo a svolgere un tirocinio curricolare che uno post-laurea, dobbiamo ricordare che una esperienza professionale all’estero risulterà sempre determinante per la formazione, anche personale, e per il curriculum vitae lavorativo.

Le opportunità sono tante e diverse, a seconda del livello di studi e dell’area di interesse: molte agenzie internazionali, aziende multinazionali, enti e ONG accolgono tirocinanti in maniera regolare, e propongono un programma ben definito di inserimento per giovani desiderosi di fare esperienza e acquisire conoscenze nel settore specifico.

Vediamo le opportunità di tirocini all’estero per cui è necessario presentare domanda entro la fine di aprile.

Per laureati in giurisprudenza: tirocini presso l’ufficio del Mediatore Europeo (Strasburgo)
Durata: 4 mesi
Mansioni: generalmente essi devono occuparsi di svolgere indagini sulle denunce presentate, e svolgere ricerche pertinenti il lavoro del Mediatore.

Requisiti:
– cittadinanza europea
– diploma di laurea in giurisprudenza
– conoscenza approfondita di una lingua ufficiale dell’UE e la buona conoscenza di una seconda (inglese o francese).

Borse di studio per un periodo di tre mesi sono disponibili per i tirocinanti che non hanno a disposizione altri mezzi di sostegno economico.
Scadenza: 30 Aprile per i tirocini che hanno inizio il 1° Settembre.

 

Per laureati o studenti universitari: tirocini presso il Centro Nord-Sud del Consiglio d’Europa (Lisbona)
Durata: dai 3 ai 5 mesi
Mansioni: ricerca, la preparazione di attività, la redazione di rapporti e minute, l’assistenza nel lavoro quotidiano.

Requisiti:
– residenti di uno degli Stati membri del Consiglio d’Europa o Paesi Orientali con i quali il Centro Nord-Sud collabora
– aver completato un corso di studi superiore o portato a termine almeno tre anni di studi universitari
– ottima conoscenza di una delle lingue ufficiali del Consiglio d’Europa (inglese e francese). E’ gradita la buona conoscenza di un’altra lingua. Si richiede una buona capacità di scrittura.

I tirocini non sono retribuiti. I costi di viaggio e alloggio, nonché le spese vive, sono a carico del tirocinante o del suo istituto sponsor. Il Centro Nord-Sud del Consiglio d’Europa automaticamente garantisce ai suoi tirocinanti l’assistenza sanitaria durante il periodo del tirocinio.
Scadenza: 30 Aprile per i tirocini nel periodo agosto – dicembre 2016.

 

Per neolaureati: tirocini presso il Consiglio d’Europa (Strasburgo)
Durata: da 8 settimane a 5 mesi
Mansioni: i tirocinanti sono impegnati in attività di ricerca, preparazione di bozze e documenti per incontri di esperti e stesura di verbali.

Requisiti:
– appartenere ad uno degli Stati membri del Consiglio d’Europa
– avere una conoscenza approfondita di una delle lingue ufficiali del Consiglio d’Europa (inglese e francese). E’ apprezzata una buona  conoscenza dell’altra lingua.

Generalmente i tirocinanti non sono retribuiti. Le spese di viaggio e alloggio, così come le spese ordinarie, sono a carico del tirocinante.
Scadenza: 29 Aprile per i tirocini nel periodo 5 settembre 2016 al 31 gennaio 2017.
Per laureandi o neolaureati: tirocini presso l’Alto Commissariato per i Diritti Umani delle Nazioni Unite (Ginevra)
Durata: da 3 a 6 mesi
Mansioni: fare ricerca su temi legati ai diritti umani, redigere resoconti dei risultati raggiunti, fornire assistenza tecnica e pratica nell’organizzazione di incontri, prevenire gli eccessivi arretrati di lavoro causati dalle attività tecniche legate all’indagine, alla cooperazione e ad altre operazioni settoriali; sostenere altre attività dell’OHCHR.

Requisiti:
– possedere un diploma di laurea
– avere approfondito alcune discipline legate all’operato delle Nazioni Unite, ad esempio Diritto Internazionale, Scienze Politiche, Storia, Scienze Sociali
– possedere una buona padronanza di almeno due delle sei lingue ufficiali delle Nazioni Unite: inglese, francese, spagnolo, arabo, russo e cinese.

I tirocinanti presso le Nazioni Unite non sono remunerati. Le spese di viaggio e di soggiorno dovranno essere sostenute dai tirocinanti stessi. I partecipanti dovranno essere appoggiati da un’istituzione accademica.
Scadenza: 30 aprile per i tirocini nel periodo luglio – dicembre.

 

Per studenti o neolaureati in giornalismo, comunicazione, studi europei o relazioni internazionali: tirocini presso l’Europol (Aia)
Durata: 6 mesi
Mansioni: attività di prevenzione di crimini informatici, in particolare video editing e preparazione di bollettini, opuscoli, manifesti, volantini e altri prodotti di comunicazione; sostegno alla creazione di contenuti multimediali; preparazione di presentazioni interattive; supporto all’organizzazione per eventi, seminari, conferenze.

Requisiti:
– ottima conoscenza di almeno due lingue dei paesi UE, tra cui l’inglese
– esperienza nel settore multimediale (video editing, graphic design, communication materials)
– ottime competenze informatiche, oltre a saper lavorare in contesti multiculturali, avere forte motivazione e flessibilità.

E’ prevista una retribuzione mensile di 781,00 euro.
Scadenza: 17 aprile.

 

Per studenti o laureati preferibilmente in economia e scienze politiche: tirocini presso il Frontex Liaison Office (Atene)
Durata: 6 mesi
Mansioni: raccolta dati; supporto in ambito tecnico-amministrativo; supporto nella redazione di relazioni periodiche; organizzazione incontri.

Requisiti:
– ottima conoscenza della lingua inglese;
– competenze informatiche.

E’ prevista una retribuzione mensile di 720,00 euro circa.
Scadenza: 15 aprile.

 

E’ tutto per questo mese, in bocca al lupo!

 

Mamma, voglio diventare Youtuber!

Secondo la rivista americana “Variety”, gli Youtuber sono amati dagli adolescenti più delle star di Hollywood. I teen-ager e in generale i nativi digitali costituiscono la fetta maggiore di frequentatori del web. Quindi non è difficile intuire che con Youtube (e altri social) è possibile diventare ricchi e perseguire, spesso in maniera del tutto illusoria per alcuni ingenui, l’obiettivo di “ fare soldi senza fatica ”.
Se si considera che nel 2015 si sono superate le 300 ore di video caricate ogni minuto, perdersi nella massa è quasi la regola, quindi pensare che si possa sfruttare in modo non strategico e ragionato questo mezzo, lasciando che la “barca vada”, è appunto il modo migliore per affondare.

Sara Mormino, l’italiana responsabile mondiale delle partnership di YouTube, durante un’intervista a “La Stampa”, regala dei consigli e rivela che l’unico modo di avere qualche chance nella realtà paritaria (ma forse non meritocratica) del web, è partire sempre da una passione autentica, un qualcosa di assolutamente personale, pur tenendo in considerazione che ci sono temi che funzionano più di altri. I videogiochi su tutti. Infatti, nella classifica fornita da Wikipedia, aggiornata al 7 Febbraio 2016 (dominata quasi completamente da Youtuber americani), ancorato al primo posto c’è PewDiePie, username di un ragazzo svedese il cui canale di recensioni di videogiochi conta 42 milioni di iscritti. Ma come si traduce questo in termini lavorativi e monetari?

Per avere un’idea di quanto sia proficuo “ l’affare video”, vi facciamo presente che YouTube ha fondato una Creator Academy dedicata ai suoi autori, gratuita e aperta a chiunque voglia approfondire i temi legati alla gestione e alla produzione strategica dei propri contenuti su YouTube, con lezioni via Internet, incontri dal vivo, presentazione di casi di successo e lezioni di introduzione sulla monetizzazione con Youtube (ad esempio attraverso il programma “Partner di Youtube”).

Contenuti che interessino, titoli giusti e tag ottimizzati per le keyword cercate maggiormente su Internet, sono alcune delle “regole d’oro” da seguire per fare un buon lavoro. Perché essere uno Youtuber può diventare un lavoro e rappresenta un’occasione soprattutto per i giovani che, oltre ad essere i maggiori utilizzatori di Youtube, sono stati anche tra i primi a “sperimentare con i video”, sempre secondo la testimonianza della Mormino al sito web della Stampa.

In un periodo storico come il nostro, in cui i mantra sembrano essere quello della “flessibilità”, del “crearsi il lavoro” e del “diventare imprenditori di se stessi”, Youtube, che presenta dei costi vivi e dei costi fissi piuttosto contenuti, se usato intelligentemente può diventare la piattaforma ideale per far emergere il proprio talento, guadagnare e, perché no, nutrire il piccolo (o grande) mostro dell’egocentrismo che alberga in tutti noi.

(questo articolo è stato scritto da Viola Ferri)