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I giovani non esistono

giovani non esistonoPerchè i ragazzi non si fanno vedere
Sono sfuggenti come le pantere
E quando li cattura una definizione
Il mondo è pronto a una nuova generazione

Questo verso di “Non m’annoio”, canzone di Jovanotti del 1992 (Lorenzo 1992 il titolo dell’album) dovrebbero metterla a memoria tutti coloro che si interessano, in qualche maniera, di giovani. In queste quattro righe c’è tutto il senso, profondo, di un’età della vita che ciascuno di noi affronta con un carico emotivo che poche altre volte poi ricapita nel corso degli anni. I giovani sono da sempre, almeno a parole, al centro dell’attenzione: oggetto spesso di contraddizioni e critiche vengono spesso etichettati con definizioni prese a prestito da storia, letteratura, moda o altro. Quasi sempre poco precise, affatto descrittive, più utili per chi le pronuncia che non per definire una generazione.

Che poi i giovani, forse, nemmeno esistono. Sicuramente non sempre sono esistiti. Per certi versi sono una invenzione: non è stata la mente di uno scienziato o il colpo di qualche genio ad inventare i giovani. A creare questa categoria (la possiamo chiamare davvero così?) è stata l’evoluzione della società e della cultura. Lo racconta bene un libro da cui è stato tratto un film che prende il titolo dalla definizione inglese di giovani o, meglio, da come il mondo anglosassone definisce i giovani: teenage (per chi fosse completamente digiuno di inglese, la parola è composta da teen, il suffisso delle età dai 13 ai 19 anni e da age, che significa età; per cui il termine include tutti coloro che hanno dai 13 ai 19 anni). Il film racconta, come spiega bene questo articolo, la cronistoria della gioventù: “dalla sua comparsa fino agli anni Cinquanta, alla sua accettazione definitiva come categoria sociale. Si inizia dunque spiegando come a inizio Novecento il concetto di “adolescenza” non esistesse, di  come si passasse dall’infanzia direttamente all’età adulta”[…] i teenagers sono diventati una categoria vera e propria a causa delle trasformazioni della società. Non solo: i “giovani” hanno cominciato ad essere presi in considerazione per le loro proteste causate dal loro ingresso nel mondo del lavoro o dal fatto che sono stati mandati a morire al fronte”.

Ce la potremmo immaginare oggi una società senza giovani? Probabilmente no. Per due motivi. Il primo è che poi abbiamo scoperto che gran parte del nostro spirito di innovazione e della nostra possibilità di evolvere in senso innovativo fanno parte della giovinezza (Einstein era giovane quando rivoluzionò la fisica ed i Beatles erano giovani quando rivoluzionarono la musica, tanto per fare degli esempi in settori all’estremo uno dall’altro). Il secondo è che la giovinezza ci è piaciuta così tanto che abbiamo deciso, ultimamente, di allungarla fino ad età che fanno parte, tendenzialmente, della seconda parte della vita. Siamo spesso “diversamente giovani”, cioè ci sentiamo o vogliamo sentire giovani mano a mano sempre più in là con gli anni.

Già 10 anni fa molti indicatori segnalavano i 29 anni come termine dell’età giovanile; oggi i 35 anni (+ 6 anni) sembrano in molti casi essere stretti; ed a 40 anni si può senza troppe incertezze definirsi ancora giovani. In realtà sono età che non possiamo con sincerità, forse, definire “giovani” ma nemmeno “vecchie”: il passaggio da “giovane” a “vecchio” non avviene in maniera repentina da un giorno all’altro, da un compleanno al successivo. Esiste un periodo della vita, che sembra essere scomparso, chiamato dell’età adulta: rappresenta a dirla tutta gran parte della nostra esistenza. La moda, la cultura, forse anche la tecnologia ci hanno spinto a definire cose e persone giovani o vecchie, senza una alternativa e sana via di mezzo: ma l’idea di una sconfinata giovinezza forse è un po’ illusoria, perché quei giovani non esistono.

Spegni quel telefono!

spegni telefonoRiunioni, convention, workshop ma anche una cena tra amici, un incontro tra conoscenti, la riunione di condominio, la festa di compleanno: qualunque sia il motivo dell’incontro quello che sempre più spesso accade è che ci sia qualcuno in questa posizione: testa chinata, sguardo basso, aria distratta, in mano un cellulare sul quale solitamente il pollice scorre velocemente. Siamo in mezzo ad altre persone ma quello che stiamo facendo è “avere a che fare” con qualcun altro o con qualcos’altro. Questo tipo di atteggiamento che spesso condanniamo salvo poi perpetrarlo noi stessi quando ne sentiamo l’esigenza è sicuramente annoverabile tra i comportamenti frutto di maleducazione. In realtà la nostra tolleranza e comprensione verso questo modo di fare aumenta di giorno in giorno: un po’ perché aumentano frequenza e numero degli accadimenti e un po’ perché siamo disposti ad accettare compromessi. Ad esempio accettiamo che un partecipante ad una riunione sia distratto dal telefono se dall’altra parte c’è un cliente importante oppure tolleriamo lo stesso comportamento da un amico che sta mettendo su Facebook la foto della fantastica serata che stiamo trascorrendo insieme. In tutto questo, a parte la questione di una diversa educazione a cui ci stiamo abituando, c’è anche una questione di abuso tecnologico.

Come tutti gli abusi anche questo prevede le sue dipendenze. Non è solo una questione di essere abituati ad utilizzare un dispositivo, ma anche di che cosa ci fa fare e di che mondo sta dietro uno schermo touch, piccolo o grande che sia. La nostra attrazione è per quel mondo e dobbiamo cercare di capire quanta parte del nostro tempo dedichiamo a quel mondo. Ed infine, quanto quel mondo ci restituisce in termini di benessere. Quello che facciamo è leggere post, guardare video, soffermarci su recensioni, commenti, analisi: insomma una marea di informazioni. Come le gestiamo? Quante ne assumiamo? Per questo motivo si comincia a parlare di dieta informativa: della quantità e qualità di nozioni ed informazioni che entrano a far parte delle nostre conoscenze. Su questo molti di noi abusano, alcuni di noi forse sono dipendenti: non riescono cioè a smettere anche se volessero farlo. Negli Stati Uniti è uscito un libro dal titolo “L’inverno della nostra disconnessione” la cui autrice, Susan Maushart, dice: “se non ve la sentite di staccare per una settimana o imporre bruscamente ai vostri figli di farlo, provate prima con una manciata di minuti, poi aumentate progressivamente“. La dieta informativa è dettata soprattutto dalla permanenza con la quale siamo connessi (always on, come si dice in gergo) e forse c’è qualcosa da imparare per regolare meglio questa attività.

Come tutte le diete anche per quella informativa non esiste forse una soluzione unica: dipende da dove partiamo e dove vogliamo arrivare e, soprattutto, come vogliamo arrivarci. Ad ascoltare gli esperti (i pareri di alcuni li trovate in questo articolo di Repubblica di qualche giorno fa) le soluzioni possono essere diverse e legate anche ala tipologia di persone. Per esempio la dieta informativa di un adolescente sarà diversa da quella di un adulto: il primo potrà fare a meno di un po’ di connessione un po’ alla volta, il secondo potrebbe sottoporsi anche a qualche “shock” e decidere di smettere di essere connesso drasticamente per un giorno o una settimana interi. Il nostro amico Luca Conti sostiene che “occorre rendersi conto che è sbagliato essere “always on”. Condivido quanto scrive Douglas Rushkoff nel suo recente “Program or be programmed”. L’uomo non è fatto per il real time, che fa calare l’attenzione e la produttività e danneggia le relazioni personali“. La proposta di Luca è basica e molto italiana: niente computer né telefono a tavola, al cinema e a letto. Ora, non sappiamo se chi sta leggendo questo post lo fa da un pc, uno smartphone o un tablet nè da quanto tempo è connesso ad internet per navigare passando per siti, piattaforme, applicazioni. Quello che sappiamo è che però arrivato a questo punto dovrebbe acquisire una consapevolezza: il tempo dedicato a queste cose dobbiamo gestirlo noi ed evitare che avvenga il contrario.

A tutta immagine

a tutta immagineUn paio di domande per chi non ha ancora superato i 30 anni: quante foto scattate ogni giorno? E che cosa fotografate? La risposta alla prima domanda il numero può essere molto variabile ma se avete uno smartphone non saranno sicuramente meno di 4/5 foto al giorno (significherebbe che sono quasi duemila foto all’anno). L’avere a disposizione uno strumento facile e veloce sicuramente aiuta questo ritmo frenetico di scatti, ma forse non è l’unico motivo. Ed infatti sul motivo per cui lo si fa le risposte possono essere varie e proviamo ad elencarne alcune che secondo la nostra opinione sono tra le più comuni: al primo posto sicuramente in questo periodo ci sono i selfie; al secondo posto c’è il cibo che mangiamo, vediamo o cuciniamo; al terzo posto i luoghi in cui siamo e ai quali siamo affezionati (viaggi, ma anche locali, spiagge o semplici luoghi in cui sostiamo con frequenza); infine tra le cose fotografate ci saranno probabilmente i prodotti che vogliamo (o vorremmo; la foto certe volte serve poi per cercare su internet la stessa cosa che abbiamo visto in negozio).

Perché facciamo tutte queste foto? Questa epoca è senz’altro dominata dalle immagini. E da una certa cultura “pop“delle stesse. Questo secondo noi è il trend che impera nella comunicazione e nella nostra vita relazionale e che per questo ci condiziona per molte scelte ed aspetti della vita. A nostro modo di vedere tutto è partito da Andy Warhol: la sua frase “nel futuro ognuno sarà famoso al mondo per 15 minuti” ha segnato più di un’epoca. Però c’è un’altra sua citazione, meno famosa, ma che nel nostro caso rende molto bene l’idea che vorremmo spiegarvi: “la mia mente è come un registratore con un solo tasto: – Cancella –“. Se le immagini oggi abbondano, i ricordi decisamente meno: scattare foto in continuazione (passateci l’esagerazione) non è forse anche un modo per fissare dei ricordi? O, meglio, non è forse un modo per affidarli a qualcosa che può registrarli per utilizzarli in un secondo momento? L’idea è questa: utilizziamo la nostra mente per raccogliere quanti più stimoli possibili e lasciamo che tempo ed energie per stabilizzarli, fissarli ce li metta qualcun altro. E questo qualcun altro è un dispositivo digitale che si collega ad un social network che, potenzialmente, rende il tutto imperituro. Ecco perché le immagini ci piacciono tanto. E ancor di più se siamo giovani.

In questo articolo de Il Post viene riportata la testimonianza di un 19enne americano, Andrew Watts, che spiega il motivo per cui gli adolescenti sono amanti soprattutto di Instagram, il social network delle immagini. I motivi per cui gli adolescenti preferiscono questo social network sono vari, noi ne segnaliamo alcuni: il flusso di immagini è più coerente con i propri gusti e questo incentiva a tornarci spesso, c’è una probabilità più alta di trovare immagini interessanti; la qualità dei contenuti su Instagram è mediamente più alta di quella su altri social network; Instagram, nel complesso, è molto più concentrata sui contenuti e su un solo tipo di questi (le foto): per chi la utilizza è molto meno dispersiva rispetto ad altri social network e dà l’idea di essere meno commerciale e di conseguenza più piacevole da usare e in un certo senso amichevole. Tutto questo con un sistema che principalmente fa una cosa: permette di modificare le foto che facciamo con dei filtri. Non è troppo lontano da quello che Warhol faceva con la pittura nel secolo scorso.

Le dosi giuste di una settimana

dosi giuste settimanaNon so se vi capita mai di contare quanto tempo manca a… qualcosa che attendete. La sensazione che proviamo solitamente arrivati alla fine è quella che potremmo sintetizzare nell’espressione “di già?!”. Questo accade perché il nostro rapporto con il tempo non è “oggettivo” (anche se razionalmente dovrebbe esserlo, le giornate son tutte da 24 ore): risentiamo delle emozioni provate in certi momenti e delle frustrazioni di altri che ci fanno di volta in volta “allungare” o “stringere” il tempo (anche se magari son sempre gli stessi 5 minuti).

Potrebbe esserci però un modo per poter quantomeno avere una concezione più precisa del tempo che passa. Se non altro per capire quando ci avvengono le cose e come possiamo fare per essere (anche emotivamente) le persone giuste nel momento giusto. L’esempio è quello proposto da questo post del blog “Wait but why” in cui viene rappresentata la vita media di una persona attraverso le settimane (anzichè gli anni o i mesi). Frazionare in settimane un periodo lungo come una vita aiuta il nostro cervello ad averne una percezione meno lontana, a comprenderla meglio. Per esempio, sperando di non essere troppo cinici, nell’immagine qui sotto ci sono alcune morti famose localizzate in un quadro che divide una vita di 90 anni in settimane.

Settimane in cui sono morti personaggi famosi (clicca per ingrandire o scaricare l'immagine)

Settimane in cui sono morti personaggi famosi (clicca per ingrandire o scaricare l’immagine)

A cosa può servire una cosa del genere? Probabilmente potrebbe aiutarci ad utilizzare lo stesso schema per decidere delle cose che riguardano la nostra vita (chiaramente non la nostra morte). Nel post si fa un altro esempio: immaginiamo che ogni settimana sia un diamante, piccolo e prezioso: i diamanti che compongono la nostra vita entrerebbero facilmente in un cucchiaio. Riusciamo a visualizzare questo cucchiaio di diamanti? Bene. Immaginiamo allora che ciascuna delle nostre settimane debba essere preziosa quanto un diamante. Abbiamo solo due modi per utilizzre i diamanti: amare i diamanti oppure fare qualcosa che ci renda i diamanti apprezzabili, piacevoli. Lo stesso vale per le nostre settimane, abbiamo due soli modi per renderle preziose: amarle per quello che sono o fare qualcosa che ce le renda amabili.

Qualche volta capita che nessuna delle due cose accada: abbiamo settimane che non ci piacciono e non riusciamo a fare nulla, all’apparenza, che possa cambiarle. Come dire, ci sono giornate storte, così come ci possono essere settimane storte. Capita a tutti ed a volte anzi è salutare: è grazie ad una settimana storta che spesso riusciamo a trovare la motivazione per dare la giusta forza ad una fase di cambiamento che avremmo voluto. Evitare del tutto le settimane storte forse non è possibile. Ma, ad esempio, potremmo provare ad utilizzare un calendario settimanale della nostra vita per capire come possiamo aggiustarle. Il modo per utilizzarlo è duplice: da una parte (per le settimane della vita già passate) possiamo evidenziare gli obiettivi raggiunti e i momenti che ci fa piacere ricordare. Dall’altra, per le settimane a venire, possiamo identificare obiettivi o cose che ci piacerebbe fare. Nel post che vi abbiamo segnalato, per chi mastica un minimo di inglese, c’è una spiegazione migliore per l’utilizzo di un calendario della vita a settimane. Potrebbe essere una cosa divertente e più che altro potrebbe aiutarci ad essere consci e consapevoli di quali siano le dosi giuste per ciascuna settimana della nostra vita, comprendendo che è sicuramente preziosa quanto se non più di un cucchiaio di diamanti.