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Farsi venire un'idea

ideeCome si fa a farsi venire un’idea? Così, in maniera astratta e non contestualizzata, forse è davvero difficile non solo spiegarlo ma anche riuscirci. In realtà le idee nascono anche un po’ per caso, per un sogno o un desiderio, perché leggiamo una frase che ci appassiona o vediamo qualcosa che ci colpisce.  La famosa lampadina che si accende, insomma, non è sempre pronta a rispondere ai nostri comandi e talvolta, anche se lo vogliamo, le idee non vengono. Per questo motivo negli anni ’40 del secolo scorso, un pubblicitario americano di nome Alex Osborn, aveva inventato un metodo per far nascere le idee: l’ormai conosciuto, diffuso e strausato brainstorming.

Per chi non lo sapesse, il brainstorming (dall’inglese brain/cervello e storm/tempesta) è una tecnica di gruppo che consiste nel dire ciascuno tutto ciò che gli viene in mente rispetto a un argomento o un tema, senza alcun limite e senza la possibilità di essere censurati dagli altri. Quello che si dovrebbe ottenere è il più vasto e differenziato catalogo di idee sul tema dal quale prendere poi le migliori. Questa tecnica però ultimamente è messa in discussione da molti punti di vista. I motivi per cui il brainstorming non funziona sono dettagliati in questo articolo dell’Observer (in inglese; in italiano li trovate sul numero 1105 di Internazionale). Annamaria Testa nel suo blog prova ad approfondire il tema, citando alcuni motivi per cui i presupposti del brainstorming in realtà siano falsi. Il primo presupposto è quello che in gruppo le idee vengono meglio: in realtà “le persone sono più produttive se lavorano da sole. Facendo lavorare contemporaneamente gruppi e singoli individui sul medesimo tema, è facile verificare che i singoli producono più idee, e idee migliori“. Il secondo presupposto dice che la critica è paralizzante ed è per questo che nel brainstorming anulla è vietato. Però “le critiche altrui servono, eccome: aiutano a buttar via rapidamente le idee inefficaci.” Nonostante queste critiche siano delle mine alle fondamenta del brainstorming, questa tecnica continua a essere ampiamente utilizzata.

Ma se ce ne dovessimo liberare come potremmo fare a diventare tutti un po’ più creativi? La ricetta finale, quella sicuramente giusta, non l’abbiamo trovata. Ma leggendo un libretto piuttosto interessante, “Ruba come un artista” di Austin Kleon, abbiamo trovato qualche suggerimento davvero innovativo. Prendendo spunto dal titolo, la tecnica più efficace per essere creativi è davvero quella di “rubare”. Il furto di cui parliamo certamente non è una truffa e non porta danno a nessuno. L’indicazione possiamo spiegarla meglio in altra maniera, facendo un esempio. Pensate a come sono nati e cresciuti gli artisti che oggi conosciamo e riconosciamo come geni (Giotto, Raffaello, Leonardo, ecc.): la maggior parte di loro (la totalità potremmo dire) ha imparato la propria arte seguendo un maestro. Che cosa vuol dire “seguire” un maestro: spesso significava guardare quello che faceva e poi tentare di rifarlo. Questo procedimento, raccontato così, può sembrare molto simile al “Ctrl+C / Ctrl+V” che utilizziamo al computer (copia & incolla per chi è meno pratico della tastiera). In realtà tra il “copia” e l'”incolla” ci stava di mezzo una parola (e un’azione) che faceva la differenza: “rielabora”. Se non fosse così, se non ci fosse stato un processo di rielaborazione sarebbe diventato grande artista chiunque. Il processo di rielaborazione che mettiamo in atto quando prendiamo le mosse da qualcuno che cerchiamo di imitare è qualcosa che assomiglia molto alla creazione di idee.

Copiare quindi non è un peccato o una colpa, a patto di farlo bene. A patto, cioè, che il risultato finale non sia un accozzaglia di elementi posticci rubati qua e là, ma sia una rielaborazione di ciò che abbiamo visto e ci è piaciuto. Austin Kleon nel suo piccolo trattato sulla creatività mette anche un altro suggerimento interessante: circondarsi di talenti. Partecipare a un gruppo in cui non siamo i più bravi, confrontarsi con persone che ne sanno più di noi, ritrovarsi nella stessa stanza con persone che sono più brillanti di noi, frequentare una classe di studenti che hanno migliori risultati dei nostri, avere amici più abili di noi in qualche disciplina non dovrebbe farci sentire sfortunati, depressi o perdenti. In realtà è uno dei modi migliori per imparare facendo, per avere qualcuno da cui prendere le mosse, per trovare il nostro “maestro di bottega”. Perché altrimenti da chi copiamo?

Internet nella nostra vita

internetChi si segue più da vicino il mondo di internet e si appassiona ai dati, forse ha scoperto che sono usciti qualche giorno fa i dati sul mondo nel web per il 2015. Si tratta di una sorta di report che fa vedere come e quanto internet riguarda le nostre vite e di come le nostre vite, forse, sono cambiate con il web. Questo report è redatto dal 1995, per cui è anche abbastanza facile e immediato fare confronti. Che cosa è successo negli ultimi 20 anni? Se qualcuno è stato un utilizzatore “pioniere” del web si ricorda alcune cose che accadevano nella seconda metà degli anni ’90, quando internet è arrivato anche in Italia e ha cominciato a diffondersi. L’accessorio che abbinato al pc permetteva di proiettarci in tutto il mondo era il modem, una scatola rumorosa che collegava il pc alla rete telefonica. Dopo qualche istante di strani suoni, un misto tra un cigolio e un cinguettio, sul video apparivano “cose dell’altro mondo”. Che cosa vedevamo e cercavamo allora e che cosa vediamo e cerchiamo oggi? Vediamo qualche dato che riguarda il 2015 e proviamo a capire come sono cambiate le cose.

Il primo dato interessante è semplice e immediato: la popolazione di utilizzatori del web è passata da circa 35 milioni a quasi 3 miliardi (passando dallo 0,6% al 39%). Un terzo degli utenti di internet risiede in Asia e questo dovrebbe già dare un’idea di dove, probabilmente, sarà il futuro sviluppo della tecnologia in futuro. Nel tempo è cambiato anche il modo con cui utilizziamo il web: se nel 1995 praticamente il pc era l’unico modo con cui potevamo navigare, negli ultimi 20 anni la diffusione di un telefono portatile ha fatto passi da giganti, con una crescita a doppio zero. Nel mondo a oggi ci sono più di cinque miliardi di telefono, di cui il 40% è uno smartphone adatto a navigare su web. Un altro dato interessante su ciò che è avvenuto negli ultimi 20 anni è quello relativo al modo e alle opportunità che ci sono di poter usufruire dei contenuti: negli ultimi 20 anni sono nati il blue-ray e due generazioni di console per videogame, gli smartphone e Youtube, il tablet e lo streaming on demand solo per citare alcuni esempi. In altre parole, in pochi anni, una concentrazione massiccia, un’esplosione di offerta di contenuti che negli anni precedenti mai si era vista. Tutto questo su cosa ha avuto impatto nella nostra vita? Le modifiche maggiori le abbiamo avute come consumatori (chi non guarda almeno il prezzo di un bene su internet?), poi nel mondo business (basta pensare a come e quanto è cambiato il lavoro di chi opera nel turismo); un po’ meno nel settore della saluta e della pubblica amministrazione.

Proviamo a vedere qualcosa che riguarda invece i nostri comportamenti. In questo senso l’accelerazione maggiore l’abbiamo avuta negli ultimi 5/10 anni, con lo sviluppo della tecnologia che ha reso accessibile l’acquisito (a volte anche il solo utilizzo) di un device per navigare (dal pc al telefono). Se nel 2008 un utente “tipico” del web passava in media poco meno di 3 ore su web (di cui l’80% grazie ad un pc), nel 2015 le ore sono diventate quasi 6 (5,6 per la precisione) e oltre la metà avvengono attraverso un dispositivo mobile. C’è anche un’altra cosa interessante, che ha perlopiù delle implicazioni per quello che riguarda la pubblicità ma che può essere interessante anche per il nostro modo di comportarci. Negli ultimi anni (parliamo della forbice che va dal 2010 al 2015) è successo che stiamo cambiando il modo di fruire di immagini e video. Se 5 anni fa la quasi totalità dei video la guardavamo attraverso uno schermo grande e a sviluppo orizzontale (un TV o il monitor di un PC), nel tempo è salita la percentuale di ore spese a guardare video in senso verticale (cioè attraverso lo schermo di un telefono): nel 2010 accadeva al 5% per cento dei naviganti, nel 2015 al 30%.

Molte altre cose sono cambiate negli ultimi anni. Per esempio il modo con cui paghiamo o trasferiamo denaro in genere attraverso strumenti che ci permettono transazioni sicure e immediate, ha modificato il nostro comportamento di acquisto. Oggi, se vediamo una cosa che ci piace dopo una ricerca fatta su Google (o che ci viene segnalata da un amico) possiamo decidere di acquistarla con pochi click immediatamente. Possiamo certificare con la nostra firma i documenti, digitalizzando immediatamente una ricevuta (se avete ricevuto un pacco da un corriere questa esperienza l’avete già fatta). Possiamo inviare messaggi complessi, composti di video, foto e audio ai nostri amici, trasferendo in maniera più completa ed esaustiva quello che vogliamo dire ai nostri amici. Come pensate che tutto questo possa aver cambiato la nostra vita? Siamo cambiati come consumatori, cittadini, amici? Probabilmente sì, ma quello che il report suggerisce è anche che il cambiamento ancora non è completo e che molte novità devono ancora arrivare anche se noi al momento lo crediamo poco possibile o probabile. Come 20 anni fa.

I dati citati in questo articolo fanno parte di un report apparso negli USA, paese a cui si riferiscono. Il report potete trovarlo qui.

 

 

 

Mettici la faccia e fatti i selfie tuoi

selfie tuoiLa scorsa settimana abbiamo parlato in questo blog di come e quanto sia importante sapersi presentare, sia di persona che con una forma scritta che oggi si traduce in molti modi, dalla semplice mail con cv allegato alla stesura di un blog o un sito personale. Le modalità con cui ci “rappresentiamo” sono molteplici e per come funzionano oggi la comunicazione e il sistema di relazioni tra le persone c’è un fattore cruciale. la foto!

Oggi, probabilmente, nessuno di noi si è salvato dalla selfiemania: la moda di fare un autoscatto con il proprio telefono, tenendolo in mano alla massima distanza consentita dalle nostre braccia. Il risultato finale non sempre è eclatante: a volte si vede un pezzo di un braccio, la foto è sfocata, le smorfie son quelle di un cartone animato. Anche quando il selfie è azzeccato la domanda che vi e ci facciamo è: sarebbe quella una foto professionale? La potremmo utilizzare per presentarci in un contesto lavorativo?

La risposta a questa domanda hanno provato a darla anche gli esperti di Linkedin, il social network business, dedicato al mondo del lavoro. Con la realizzazione di una apposita guida per i selfie hanno voluto trasformare, con i giusti accorgimenti, una pratica che si vuole legata solo a svago e divertimento in un modo rapido per aggiornare il proprio avatar lavorativo. Certamente il risultato finale non può essere il medesimo di una foto professionale, ma certamente con qualche consiglio che riportiamo qui di seguito il risultato finale sarà sicuramente migliore di un selfie qualsiasi.

Primo passo: scegliete uno sfondo. Probabilmente non ci facciamo caso ma in una fotografia quello che colpisce la nostra attenzione non è solo la faccia che eventualmente sta in primo piano; per dare un “senso” a tutta la foto i nostri occhi e il nostro cervello catturano particolari importanti. Sono particolari che aiutano poi ad elaborare sia il ricordo che l’associazione di idee connessi alla foto. Per questo è importante per esempio scegliere uno sfondo neutro (bianco per esempio) oppure un qualcosa che sia significativo (lo sfondo in questo senso potrebbe riprendere il luogo in cui lavoriamo oppure strumenti che fanno parte della nostra professione). Secondo passo: la giusta luce. Tutti sappiamo (forse) che una foto controsole è quasi vietata per un risultato buono (il viso sarebbe completamente scuro, quasi invisbile): bisogna fare attenzione anche ad altre fonti di luce e cercare di avere il viso sempre in una buona condizione di illuminazione (per esempio mai spalle ad una finestra, semmai il contrario); attenzione anche al flash, distorce la luminosità del vostro viso per cui la cosa migliore è… aspettare che sia giorno 😉

Terzo passo: il “makeup”. Pensate prima di scattare a come vorresti che risultasse la tua immagine finale, scegli la postura, l’abito e l’espressione che vorresti ottenere. Potete fare alcune prove e tentare di vedere come l’espressione che pensate di aver tenuto, il tipo di risultato e di effetto finale restituisce. Potrebbe accadere che un’espressione che vi sembrava affascinante sia ridicola e quella che reputavate poco professionale sia invece quella più adatta. La nostra fotogenia dipende anche da questi particolari. A ogni modo comunque volto rilassato ed espressione naturale, tendenzialmente sorridente. Pensate a quando ti sei sentito fiero di te o alla voce del capo che ti offre la promozione che hai sempre sognato: vedrete che otterrete lo scatto giusto. Quarto passo: il setting. Posizionate la macchina fotografica (o, meglio, il vostro smartphone) ad una distanza adeguata (le inquadrature dall’alto verso il basso tendono a dare risalto agli occhi e assottigliano ovale del viso e collo; viceversa lo scatto opposto può veicolare l’idea di imponenza ma rischia derive caricaturali per chi ha un naso o un mento pronunciati). Per evitare che oltre al viso la vostra foto comprenda anche una aprte del braccio che regge il telefono studiate un modo di appoggiarlo da qualche parte, non troppo distante per evitare di utilizzare troppo zoom (quelli digitali non offrono nulla di più di una inquadratura normale; l’immagine potete tagliarla successivamente): per esempio se fate la foto seduti ad un tavolo il telefono potete appoggiarlo ad una pila di libri messa a 80/100 centimetri da voi.

Il bello del selfie è che potete scattare e riscattare tutte le volte che volete: se non riuscite a trovare la foto migliore condividete gli scatti con un gruppo ristretto di amici (se volete potete farlo anche con noi, garantiamo massima riservatezza) e fatevi dare qualche consiglio.

Gli errori (di grammatica) da non fare in una presentazione

grammaticaRimaniamo sul tema del post precedente: presentarsi agli altri nel modo migliore. La scorsa volta abbiamo visto quali comportamenti adottare e quali evitare nel momento in cui incontriamo per la prima volta qualcuno. Abbiamo visto che ci sono modi di fare e scelte più o meno consone rispetto al contesto in cui siamo, soprattutto se il contesto è quello professionale e davanti a noi abbiamo una persona avrà una qualche influenza sul nostro futuro. I latini dicevano “verba volant, scripta manent” volendo intendere che la parola scritta ha una forza e una permanenza maggiore rispetto a quelle soltanto dette. Se è vero infatti che le parole dette hanno una potenza immediata nel momento in cui le esprimiamo (forti anche del fatto che sono collegate alla nostra immagine nel suo complesso), quelle scritte spesso rimangono fisse lì, sotto gli occhi del destinatario, per un tempo molto più lungo (a volte per sempre). Questo è ancor più vero oggi che scriviamo su un supporto che non è deteriorabile come la carta: quel che mettiamo in una mail, in un post di Facebook o in un blog posso rimanere per sempre.

Ecco perché diventa fondamentale saper, oltre che parlare, anche scrivere bene. Non tutti siamo scrittori, questo è naturale. Ma è anche vero che una scrittura quantomeno corretta, chiara e incisiva non solo aiuta a far capire meglio quello che vogliamo intendere ma serve anche a persuadere della bontà dei nostri contenuti. Sappiamo tutti scrivere? Teoricamente sì, essendo questa un’abilità che acquisiamo nei primi anni della scuola dell’obbligo. Sappiamo tutti scrivere bene e in maniera convincente? Qui la percentuale si abbassa notevolmente considerato che ci sono ancora errori grammaticali frequenti nella scrittura della maggior parte degli italiani. Vediamo quali sono in modo che, si spera, faremo più attenzione quando toccherà noi.

Gli errori grammaticali più frequenti li segnala in questo post il blog Libreriamo. Al primo posto c’è l’uso (s)corretto dell’apostrofo: “Quando si mette? Semplice, con tutte le parole femminili, quindi: un’amica sì, un amico no. E quindi apostrofo? Si tratta di elisione: non si può dire lo apostrofo, diventa quindi l’apostrofo. Infine c’è anche il troncamento: un po’ vuole l’apostrofo, perché si tratta del troncamento della parola ‘poco’“.  “Qual’è” l’altro errore commesso dagli italiani? Sta proprio all’inizio della frase precedente, perché “qual è” si scrive senza apostrofo. Non può mancare il congiuntivo che sembra non rientrare più tra le abitudini linguistiche degli italiani. Il congiuntivo ha valore esortativo (al posto dell’imperativo, vada via di qua!), concessivo (segnalando un’adesione, anche forzata, a qualcosa; venga pure a spiegarmi le sue ragioni), dubitativo (es. che abbia deciso di non venire?), ottativo (per esprimere un augurio, una speranza, ma anche un timore, es. fosse vero!), esclamativo (es. sapessi quanto mi costa ammetterlo!). Purtroppo nella mente di molte persone è rimasto più chiaro il “venghi Fantozzi, venghi” del personaggio di Paolo Villaggio (che lo utilizzava come ulteriore accento per raccontare la grottesca realtà di certi ambienti). Animati da entusiasmo possono essere solo le persone di sesso femminile? No, ma forse è quello che credono coloro i quali scrivono “entusiasto” anziché entusiasta: questo aggettivo rimane con la “a” finale anche al maschile. Un errore meno grave ma che racconta sicuramente di una cifra stilistica meno precisa è quello che ci fa mettere una “d” nelle congiunzioni che precedono una parola che inizia con una vocale (come, per esempio, “ad entrare” che invece andrebbe scritto “a entrare”). Quella “d” la dobbiamo mettere solo quando la vocale è la stessa (e quindi sarebbe giusto “ed entrare”). Quest’ultimo, ahinoi, potreste trovarlo anche in questo blog.

Ora che avete scoperto, forse, qualche incidente linguistico nel quale siete incappati potete andare a vedere se per caso lo avete riportato in qualche vostra lettera di presentazione o nella mail che stavate per spedire con il vostro cv. Correggerli non sarà forse determinante per il successo del vostro curriculum ma concorrerà sicuramente a farvi fare una figura migliore.

Imparare ad imparare

Boy reading book

Boy reading book

Che siate ancora studenti oppure già immersi nel mondo del lavoro, ci sembra evidente che il detto “nella vita non si finisce mai di imparare” sia quantomai attuale. Oggi non si può smettere di imparare cose nuove, nella vita e nella professione. Per due motivi fondamentali. Il primo è che l’evoluzione che stiamo vivendo in questa epoca ci presenta ogni giorno una novità: nel tempo abbiamo imparato a organizzare viaggi da soli con internet, a comunicare senza telefonare con un telefono (paradossale), a monitorare digitalmente quello che facciamo durante la giornata. Il secondo motivo per non smettere mai di imparare è che il mondo in cui viviamo, che lo vogliamo o meno, è davvero molto competitivo. Significa che se non siamo aggiornati, sempre, rischiamo di rimanere esclusi dalle opportunità che si presentano.

La notizia buona è che esiste un metodo per riuscire ad imparare: alcuni scienziati americani hanno scoperto 10 segreti per imparare. Alcuni faranno particolarmente piacere agli studenti, altri un po’ meno. Vediamo quali sono. Il primo è esistono i tempi giusti per imparare: non tutti i momenti della giornata sono uguali per il nostro sistema cognitivo. Per esempio le persone più adulte (se non addirittura anziane) riescono ad apprendere meglio la mattina; così come gli studi hanno evidenziato che è meglio studiare le lingue il pomeriggio e che andare a dormire subito dopo aver studiato qualcosa aiuta a consolidare l’apprendimento. Studiate e interrogatevi: il nostro cervello quando viene messo alla prova restituisce il meglio di sè (ragazzi, è per questo che a scuola ci sono le interrogazioni!). La cosa funziona anche se ci interroghiamo da soli: per cui una buona tecnica è quella di leggere qualcosa e poi chiedersi che cosa abbiamo letto, sforzandoci di ricordare temi, collegamenti, idee appena apprese. Distrarsi non è un peccato, a patto che la distrazione non coinvolga le stese funzioni cognitive che state utilizzando per imparare. Per esempio gli odori associati ad una lettura renderanno quella lettura indimenticabile ogni qualvolta percepirete lo stesso odore. Chiaramente la cosa non funziona altrettanto bene, anzi è deleteria, se a distrarvi sono WhatsApp, sms o post su Facebook. Esiste anche l’apprendimento passivo: possiamo imparare qualcosa anche mentre stiamo facendo dell’altro; se guardiamo un film in lingua riusciamo a seguire la trama e i suoi protagonisti ma al contempo a immagazzinare vocaboli che non conosciamo (e che ci rimarranno in mente!). Il team facilita l’apprendimento, soprattutto in una fase successiva allo studio da soli. Il gruppo di studio, per essere efficace, deve svolgere due attività: discussione e risoluzione dei problemi.

Bella notizia per i più giovani: i videogiochi sono un toccasana per l’apprendimento! Pare infatti che l’abilità che si sviluppa nella pratica di un videogioco, soprattutto se di azione, accelera la capacità del cervello di formare precisi modelli di coordinazione occhio-mano che aiutano l’efficienza generale della nostra mente nell’apprendere. Spesso ne sentiamo il bisogno, ma a questo punto possiamo dire che un periodo di relax è un dovere se vogliamo che le cose che impariamo possano sedimentarsi nella nostra memoria. Una pausa dedicata al rilassamento può consistere in un pisolino oppure in una partita dello sport che preferiamo: l’importante è che il corpo, oltre la mente, abbia la possibilità di rigenerarsi in qualche modo. Vi siete mai chiesti perché state imparando qualcosa? Bene, da oggi la risposta, vera o falsa che sia, può essere questa: “devo insegnare”. Fingere di essere degli insegnanti che devono riproporre i concetti che hanno studiato è un utile esercizio che migliora le nostre capacità cognitive (badate bene che se andate ancora a scuola la finzione deve necessariamente finire all’ingresso 😉 ). Scegliete bene i tempi: se oggi studio qualcosa non è detto che ripeterlo o ripassarlo immediatamente. Il nostro cervello è programmato per ricordare le cose in tempi che non sono casuali: c’è un nesso temporale preciso tra il momento in cui impariamo qualcosa e quello in cui dovremo utilizzarlo. Se per esempio volete ricordare qualcosa tra un anno, dovete ripassarlo un mese dopo averlo imparato e poi una volta al mese fino alla fine dell’anno. La nostra memoria e la nostra capacità di apprendere si comportano essenzialmente come dei muscoli: più li esercitiamo e più saranno reattivi nella risposta. Per questo è importante non abbandonare lo studio anche quando scarseggiano i risultati: in questo senso sapersi perdonare un fallimento (un corso non andato bene, un brutto voto ad una interrogazione, un esame saltato)a patto che non sia un’abitudine, ci libera da pensieri negativi e rafforza la nostre prestazioni future.

Ora che sapete come fare non vi rimane che imparare! 😉

 

 

Per cosa vorreste essere ricordati?

per cosa vorreste essere ricordatiLa signora Rita era un’insegnante di pianoforte. E anche una riconosciuta musicista che teneva concerti. Era anche una professoressa premiata per la sua attività didattica. Nella vita privata era una attivista per i diritti civili, soprattutto nella zona in cui viveva. Era anche una scrittrice, con tre libri dedicati ad un pianista famoso. Era anche la direttrice di una scuola di musica ed un membro di una giuria di un concorso musicale per una decina di anni. Quando la signora Rita morì se aveste chiesto ad uno dei suoi studenti chi fosse la signora Rita, questi vi avrebbe risposo semplicemente “la mia insegnante di piano”; se lo aveste chiesto ad uno dei lettori dei suoi libri vi avrebbe risposto “l’autrice del libro…”. E infine alla stessa domanda i suoi amici avrebbero risposto “una simpatica amica che suonava il piano”.

Questo aneddoto, tratto da una storia vera riadattata un po’ a questo contesto, in realtà ci sere solo a definire meglio una risposta alla domanda del titolo: per cosa vorreste essere ricordati? Oggigiorno probabilmente noi tutti non facciamo una sola attività e non siamo impegnati soltanto in un settore. Ad esempio qualcuno di voi avrà due biglietti da visita oppure, anche senza, sarà nella situazione di dover scegliere tra due opzioni alla domanda: “che lavoro fai?”. Notate una cosa: quando rispondete con il lavoro A e con il lavoro B, raramente la persona che avete davanti vi chiederà maggiori informazioni (per saperne di più) su entrambe le opzioni. Chi sarà rimasto “colpito” dal lavoro A vi chiederà maggiori informazioni su quello, chi avrà trovato più interessante (per qualunque motivo) il lavoro B chiederà altre cose sul lavoro B. Potremmo scommettere che dopo qualche tempo (a volte una questione di minuti) i due soggetti, dei lavori che fate, si ricorderanno solo quello sul quale vi hanno fatto alte domande, quello a cui erano interessati maggiormente. Dimenticando che avete anche un altro lavoro.

Questo meccanismo funziona anche per quello che siete oltre che per le cose che fate. Per cui facilmente potreste essere ricordati per quelli che protestano sempre, per quelli che non salutano mai, per quelli che sono poco socievoli, per quelli che non sorridono mai. Nessuno di noi vorrebbe essere ricordato per questi aspetti chiaramente. E forse nessuno esaurisce la propria personalità soltanto con uno di questi momenti. Ma la memoria (nostra e altrui) non sempre fa il nostro gioco. Per cui per evitare di lasciare un brutto ricordo sarebbe bene,in generale, evitare di condurre i comportamenti sopra descritti con frequenza.

Allora la domanda “per cosa vorremmo essere ricordati?” dovremmo porcela prima di scegliere di fare una cosa o di non farla. Vale anche per i lavori o le disponibilità che diamo: ad esempio se accettiamo troppo spesso si lavorare con un compenso bassissimo o uguale a zero rischiamo di essere definiti come quelli a cui non c’è bisogno di dare molto denaro. Chiaramente ciascuno vorrebbe essere ricordato per cose che ritiene positive o che fanno piacere. Ecco perché un buon esercizio da fare è quello di analizzare le cose che facciamo chiedendoci: vorrei essere ricordato per questo lavoro? Per questa attività? Per questo comportamento? Ogni volta che la risposta è “no”, significa che quel lavoro, attività, comportamento dovrebbe rientrare tra quelli che non fate più Ogni volta che al risposta è “sì” invece si tratta di lavori, comportamenti e attività che dovreste attivare più spesso. Otterrete due risultati: fare cose piacevoli e essere ricordati con un’immagine che vi appartiene.

Disciplinati e contenti

disciplinati e contentiUna delle cose che fa l’Informagiovani, oramai si è detto un sacco di volte, è orientare le persone. Che cosa vuol dire nello specifico? Tradotto nella pratica vuol dire molte cose. Per esempio significa in un servizio come il nostro se fai una domanda la risposta che ricevi potrebbe non essere solo quella che cercavi, perché cerchiamo di capir se stai cercando davvero quello che fa per te (e per scoprirlo spesso ad una domanda tocca rispondere con un’altra domanda).

Le informazioni che trovi non sono quasi mai a caso e nemmeno le prime scoperte: ogni cosa che viene proposta proviene da un processo di analisi, selezione e verifica delle notizie che riporta (ecco perché difficilmente si trovano titoli a tutta pagina come nelle locandine dei giornali locali). Infine significa che un Informagiovani propone anche informazioni e notizie che non son fatte per avere “successo” (cioè lette, viste e considerate da migliaia di persone); ma stanno lì perché possono essere utili anche se non sono abbastanza affascinanti (e come potrebbe essere affascinante la spiegazione di come si compone una lettera di presentazione?).

Ad ogni modo, per utilizzare un termine che va sempre meno di moda in questi tempi, l’Informagiovani è un servizio che cerca anche di educare. Parola da utilizzare con cautela perché nella migliore delle ipotesi chi la sente potrebbe non gradire non fosse altro per il fatto si sentirsi ricondotto e considerato come un infantile. In realtà la parola educazione ha un’origine tutt’altro che infantile: viene dal latino ed è composta dalla particella “e” che significa “da, di, fuori” e da “ducere” che significa “condurre”. Volendo quindi approssimare una traduzione educare significa condurre fuori, estrapolare qualcosa da qualcuno. Molto diverso da “insegnare” e da “formare” che prevedono la presenza di un soggetto che in qualche modo modifica le nostre conoscenze o le costruisce da zero. Il significato di educazione è più ampio e mirante ad estrapolare e potenziare anche qualità e competenze inespresse che non hanno però bisogno di essere instillate nel soggetto perché quest’ultimo le ha già, solo che non lo sa (come diceva Quelo, il personaggio interpretato da Corrado Guzzanti, “la risposta è dentro di te, e però è sbagliata” 🙂 ).

Un esempio di educazione lo vogliamo riportare anche in questo post (potete utilizzare i post per dirci se lo condividete o meno). Riguarda il nostro comportamento, sono le regole che secondo Tolstoj servono a condurre una vita perfetta (e che abbiamo ritrovato in questo post de Linkiesta). non sappiamo se possono essere davvero utili per tutti gli aspetti della nostra vita, ma magari alcuni possono essere utili per quella professionale (ed è per questo che possiamo considerarle in qualche modo un suggerimento orientativo). Una piccola premessa: nessuno ha mai raggiunto il successo (professionale o meno) passeggiando e fischiettando e quindi un po’ di disciplina può tornareutile (anche se il termine suona militaresco). In questo senso dello scrittore russo Lev Tolstoj pochi conoscono la sua disciplina d’acciaio. La possiamo riassumenre in una serie di regolette (lui le chiamava “regole di vita”) che descrivono il suo inesorabile percorso verso l’ascetismo. Vi potete farne l’uso che volete (compreso quello di far finta di non averle mai lette, se ci riuscirete). ecco quindi in estrema sintesi quello che dovremmo fare:

  1. Svegliati alle cinque
  2. Vai a dormire non più tardi delle dieci
  3. Durante il giorno si può dormire al massimo due ore
  4. Mangia con moderazione
  5. Evita i dolci
  6. Cammina almeno un’ora
  7. Fai una cosa alla volta
  8. Al bordello ci puoi andare al massimo due volte al mese
  9. Smetti di pensare a cosa pensano di te gli altri
  10. Ama le persone cui puoi essere utile
  11. Disprezza ogni opinione diffusa che non sia fondata sulla ragione
  12. Smetti di pensare a cosa pensano di te gli altri
  13. Evita i voli dell’immaginazione, tranne quando non sia necessario
  14. Aiuta chi è meno fortunato

Che ne pensate? A parte la numero 8, che quantomeno andrebbe attualizzata, vi sembra che le altre possano fare al vostro caso? Al di là delle abitudini di sonno e veglia crediamo che possano essere consigli utili e da tenere in mente anche nella vita che ci troviamo a fare anche 100 anni dopo Tolstoj. Noi ne aggiungeremmo soltanto una, la numero 15: seguite le regole precedenti solo se vi rendono felici.

Internet delle cose

internet delle coseInternet delle cose“: questa espressione, un neologismo che nasce in realtà quasi 10 anni fa racconta un po’ il mondo attuale ed un po’ anche il futuro. Innanzitutto che cosa significa? Se qualcuno ancora non se fosse accorto internet non è soltanto un qualcosa che riguarda i computer e il loro modo di scambiare informazioni e portarci a conoscenza di un sacco di cose (come ad esempio dell’ultima offerta per le nostre sneaker preferite). Internet può interagire anche con altri oggetti, dare comandi a distanza, attivare apparecchiature e molto altro. Oggi è davvero possibile accendere il termosifone di casa dall’ufficio anche senza averlo programmato in precedenza; oppure farlo accendere automaticamente quando la temperatura esterna scende sotto ad un certo livello. In maniera più evoluta il frigorifero può ordinare lo yogurt quando si verificano le due condizioni della scorta in esaurimento e del prezzo in offerta al supermercato.

Questi esempi sono legati ad un settore come la domotica, ma l’utilizzo della rete può essere applicato a molti settori. Se solo pensate a quante cose potete fare oggi con uno smartphone, capirete che quella che abbiamo davanti è un’era completamente nuova e diversa rispetto a quelle che abbiamo vissuto. Facciamo questo paragone: se nell’epoca di Gutemberg l’occhio ha superato l’orecchio come organo sensoriale dominante nell’uomo, quale sorpasso dobbiamo aspettarci oggi? Se le nostre scarpe sono collegate a una applicazione in grado di dirci quanti passi facciamo, quante calorie consumiamo e a che ritmo va il nostro cuore, significa che il grado di coinvolgimento e di interazione che abbiamo con le scarpe non è solo legato alla comodità con cui ci camminiamo o corriamo. La trasformazione del nostro rapporto con le cose è la vera rivoluzione prossima ventura. Se volete provare alcune di queste meraviglie applicate anche a piccole cose potete provare Atooma, un’applicazione che connette internet acose ed azioni della vita quotidiana (con qualche sorpresa).

C’è poi un altro aspetto da considerare e riguarda la quantità e qualità di dati che in questo modo vengono acculati su di noi. Chi gestisce l’applicazione collegata a quella scarpa saprà di noi molte più cose di un tempo. la domanda è: come utilizzerà queste informazioni? Nella migliore delle ipotesi cercherà di darci consigli e suggerimenti per migliorare la nostra forma fisica oppure la nostra dieta; in una ipotesi un po’ meno raffinata potrà suggerirci di cambiare le scarpe un po’ prima della loro usura finale. Ma qui non ci sono ipotesi più o meno ottimistiche, ci sono in ballo altri fattori, come la privacy e la riservatezza della nostra vita quotidiana, della nostra intimità Chi entra così tanto nelle nostre vite private? E quali effetti può generare sulla nostra percezione dei confini tra pubblico e privato L’importante, almeno per ora, è esserne consapevoli.


Comunicazione: in occasione del prossimo ponte del primo maggio anche il nostro blog si ferma un po’: i post riprenderanno le loro regolari uscite tra una settimana, il prossimo 6 maggio. A voi tutti i migliori auguri di un buon 1° maggio e, agli anconetani buona festa del patrono e buona Fiera di San Ciriaco!

Fiera San Ciriaco

La voce del popolo (del web)

bufaleC’è un tema sotteso a tutto quello che scorre sul web: il tema delle bufale (e non stiamo parlando dei simpatici animali da cui derivano i famosi latticini). Le bufale sono le notizie parzialmente o totalmente false che vengono spacciate come vere: perché? Ma la domanda vera è: perché ci crediamo? I motivi principali sono due. Il primo è che crediamo a quello che ci fa più piacere o comodo o ci gratifica; oppure ci piace perché è una notizia “bomba” o sensazionale e straordinaria. In questi casi la nostra parte emozionale prende il sopravvento ed in qualche caso ci fa andare avanti per “economia”: è più facile e meno faticoso credere a quello che istintivamente, per ricordi passati, per sensazioni archiviate mi sembra corretto e plausibile, piuttosto che metterlo in discussione, fare una ricerca, verificare se quello che ho sentito o letto proviene da una fonte attendibile.

E arriviamo al secondo  motivo: spesso quando ci arrivano le informazioni, non controlliamo le fonti. E, sempre di più, non ci facciamo domande sulla plausibilità di certe affermazioni o sulla reale possibilità che certi fatti siano accaduti. Complice una realtà sempre più “variegata” e un flusso di notizie così grande e proveniente da tutto il mondo, siamo portati a considerare quello che leggiamo sempre con lo stesso metro di giudizio e sempre con la stessa propensione a pensare che sia vero, autentico, reale. A volte per formulare un giudizio meno aderente e in simbiosi con quel che leggiamo ci servirebbero più informazioni o maggiori competenze altrimenti rischiamo di non capire appieno quello di cui si discute. Altre volte servirebbe e sarebbe sufficiente invece un po’ di logica ed un minimo di buon senso (qualche tempo un ministro dell’università si complimentò con chi aveva costruito un tunnel di centinaia di chilometri per far viaggiare delle particelle atomiche: chissà se in quel caso fu mancanza di informazioni o di buon senso).

C’è infine un altro grande tema legato alla circolazione delle informazioni e più in generale alla possibilità che hanno certe opinioni di circolare. Uno studio recente sulle competenze umane ha portato alla luce un comportamento singolare e al contempo abbastanza mortificante per certi versi. In questo articolo di Wired viene riportata la ricerca fatta sulla credibilità che assegniamo anche a chi non è competente in una certa materia. Succede che “anche per i più razionali di noi, è difficile ignorare l’appassionato parere dei propri contatti su qualunque questione, anche quando siamo perfettamente consapevoli che non possiedono le basi per esprimere un parere specialistico“. Ad esempio in caso di un piccolo malanno o di un infortunio a chi non è capitato di chiedere lumi ad un amico che ha passato la stessa sorte? E chi di noi non ha poi magari seguito le stesse indicazioni terapeutiche? O scelto lo stesso percorso curativo? Quanti di noi, ancora più irrazionalmente, ricercano su Google i sintomi che provano? Sono tutti casi in cui ci affidiamo ad informazioni e “consulenze” evidentemente non competenti.

A questo comportamento i ricercatori hanno dato una spiegazione: “questo difetto cognitivo sarebbe in molte condizioni vantaggioso perché permetterebbe di portare a termine un lavoro di gruppo più in fretta e sviluppando meno stress. La condizione è però che tutti i membri del gruppo, anche se con prestazioni variabili, siano comunque di competenze paragonabili rispetto al compito che devono svolgere insieme. Se invece le competenze sono molto diverse, allora il gruppo può essere trascinato in decisioni che sono in grado di danneggiare tutti“.

Un vecchio adagio recitava: “prima di parlare contafino a 10”. Potremmo trasformarlo in “prima di diffondere, conta fino a 10”.

Ancona crea

Ancona CreaDal 12 al 19 aprile Ancona sarà coinvolta e sorpresa da una “folla” di artisti che arrivano o tornano in città. La settimana dedicata all’arte ad Ancona si chiama Ancona Crea e nasce con l’intento di mettere in mostra un tesoro. Il tesoro sono i giovani artisti che incontriamo ogni giorno in strada, e artisti di Ancona che oggi vivono della loro arte a Londra, Parigi, Milano, Firenze, Bologna, Berlino, Rio e mille altri luoghi del mondo. L’idea è semplice: trasformare la città attraverso l’energia, il colore, il suono, l’intervento creativo; mettere in contatto il quotidiano con l’insolito, il negozio con la scultura, lo spazio urbano con la performance.

Ancona Crea non è una mostra ma un “allestimento” che coinvolgerà tutta la città con esposizioni, performance, incontri, conferenze, laboratori, street art e installazioni urbane nel centro della città. Il programma è ricco e l’intento è quello di trasformare Ancona per una settimana in una sorta di città delle meraviglie in cui ogni angolo racconta una storia in maniera creativa e coinvolgente.

Le iniziative sono divise in quelli che potremmo chiamare temi o percorsi: la sezione urbana e vetrine, con allestimenti che coinvolgeranno spazi della città (anche il nostro Informagiovani) e negozi del centro,  le installazioni e performance live con il titolo GINOLIMMORTALE, la riscoperta di un luogo della città in semi abbandono a cui viene restituita vita grazie all’arte (ImmobilArte alla Galleria Dorica), le esposizioni e i laboratori di GUS dedicati ad una artigianalità creativa ed attiva, la danza dal vivo in piazza di Hexperimenta, la mostra “Nel regno delle piante” un’opera illustrata tessile prodotta in sole 30 copie realizzata interamente a mano, ispirato al tema delle piante e della natura, il gioco letterario tra curiosità e lettura di pagine scelte dell’Associazione Leggio (potete scaricare il pieghevole con tutto il programma e la mappa dei luoghi di Ancona Crea)

Protagonista sarà anche il nostro Informagiovani che da domenica ospiterà la mostra fotografica di Ronnj Medini. La sua fotografia è diretta e fulminante, senza mai cadere nell’immagine facile impatto emotivo. Le luci ed i contrasti, a volte, sono esasperati, uscendo così dagli schemi della foto perfetta. Una sorta di rotture delle convenzioni tra fotografo e soggetto. Le sue prospettive raggiungono l’infinito, come due specchi che si riflettono a vicenda, diventando inafferrabili e irraggiungibili e lasciando a chi guarda la voglia di scoprire cosa si nasconde in quell’immagine.

Ronnj Medini predilige le foto di strada e su questo tema saranno anche le foto esposte all’Informagiovani dal 12 al 19 aprile (domenica 12 aprile alle 17 l’inaugurazione). Siamo felici di ospitare ed abbellire la nostra sala con le foto di Ronnj perché anche noi pensiamo che l’arte non debba essere circoscritta a pochi e relegata in luoghi esclusivi o nascosti; ma è bene che entri in luoghi, spazi e tempi comuni a molti perché tutti (o quasi) possano rimanerne contagiati in qualche modo, anche solo lanciando uno sguardo.

Ancona Crea è una dichiarazione d’amore dell’arte nei confronti della città e della città nei confronti dei tantissimi artisti che le sono cresciuti dentro e che ne rappresentano il tesoro più vivace. Vi aspettiamo!

Comunicare al pubblico: a tutto streaming!

comunicare in pubblicoOggigiorno siamo chiamati ad essere sempre costantemente molto “comunicativi”: un post su Facebook, un tweet di aggiornamento, i gruppi e le chat su WhatsApp sono tutti modi con i quali ci rivolgiamo ad un pubblico, più o meno vasto. Quanto è efficace una comunicazione veloce, istantanea, virale? Dipende chiaramente dall’obiettivo ma il rischio di misunderstanding è piuttosto alto. Così come la possibilità di far circolare false informazioni, comunicazioni errate, notizie vecchie.  Oggi vi proponiamo, per estratti, alcune idee già scritte in un post di questo blog.

Al di là di quello che  può essere un giudizio etico-professionale su chi diffonde false o artefatte informazioni (di cui oggi non parliamo), c’è una questione che riguarda l’efficacia e la tempestività della comunicazione e di come questa possa essere distribuita in maniera veloce anche da chi, più o meno consapevolmente, non fa alcuna verifica delle fonti. O, se lo fa, si basa su fattori che ne determinano la qualità in maniera “originale”. Faccio un esempio. Quando ho fatto notare, nell’ennesima bacheca di Facebook, che la notizia sulle condizioni in cui versa la Grecia non fosse proprio attendibile mi è stato risposto che era stata postata perché apparsa in siti più o meno appariscenti. Ecco mi ha colpito la parola “appariscenti”.

La riflessione che voglio fare qui è quindi su come la visibilità possa condizionare la percezione che abbiamo dei contenuti veicolati. Se come dice l’amico Paolo Manocchi, “l’abito in realtà fa il monaco”, accade anche che la “veste” che viene data ad un certo tipo di comunicazione ne determini non solo il successo (in termini di raggiungimento di pubblico, come evidentemente avviene e deve avvenire nei meccanismi pubblicitari) ma anche l’attendibilità e la conseguente propagazione virale. Questo meccanismo è alla base del marketing sui social media e funziona anche perché trova, spesso, un pubblico facilmente influenzabile con la forma e meno attento ai contenuti. Si tratta di una manifestazione differente di quella che gli americani chiamano teeth-spinach-effect: ad un congresso anche il più bravo e preparato relatore se parla con uno spinacio fra i denti sortirà l’effetto non voluto di essere ricordato, dalla maggior parte dei presenti, per questa simpatica anomalia dentale e non per quello che ha detto.

Il punto è che, soprattutto nella comunicazione web, il teeth-spinach-effect potrebbe anche non essere un inconveniente, un errore, una sbadataggine, un effetto non voluto. La “distrazione” (se così la si vuole chiamare) è tanto più sottile, nascosta, irriconoscibile come tale tanto più la comunicazione è veloce ed immediata. Come tante altre è una tecnica non nuova per i professionisti della comunicazione a cui non bisogna dare una connotazione negativa (dipende essenzialmente con che obiettivi viene utilizzata): come spesso accade spesso la consapevolezza è la migliore delle medicine. L’importante, infatti, è guardarsi allo specchio prima di parlare e decidere: magari può anche capitare di non avere granché da dire ed in quei casi magari una foglia di spinacio può avere più successo di mille parole.”

Chiaro? Quindi, quante cose interessanti da dire abbiamo e quanto invece solleviamo polvere e fuffa per dire pressoché nulla? Qualche giorno fa è apparso all’orizzonte un altro simpatico giochino digitale: si chiama Periscope, si può utilizzare al momento solo su dispositivi IOS (Apple) e praticamente fa diventare ciascuno di noi una piccola emittente televisiva. Qualcuno ha già osservato che forse qualche “trasmissione” possiamo anche risparmiarcela: voi che ne pensate?

Sorpresa! A cosa serve?

Motorcycle DetailsTra qualche ora molti di noi probabilmente, come da tradizione, scarteranno e poi romperanno con una certa bramosia l’uovo pasquale alla ricerca della sorpresa. Qualcosa di nascosto che però sappiamo ci farà piacere trovare all’improvviso. Anche se sarà una stupidaggine o una cosa poco utile: all’inizio il gusto sta solo nel vedere che c’è, nella curiosità. Questa piccola o altre grandi sorprese che funzione hanno nella nostra esperienza? Sono utili, funzionali a qualcosa o semplicemente è un modo per tenere allegro il clima?

In realtà che ci piacciano o meno le sorprese hanno un effetto sulle nostre emozioni, sui nostri comportamenti e sulle nostre reazioni chiaramente. E chi le fa lo sa bene. Le sorprese sono uno dei principali attivatori del nostro interesse. Scrive Annamaria Testa nel suo sempre interessante blog Nuove&Utile:L’interesse che proviamo non solo diversifica la nostra esperienza, ma ci aiuta anche a metterla a fuoco e, poi, a farla nostra. L’interesse è sempre associato a emozioni positive, predispone a prestare attenzione, a pensare in modo più strutturato e approfondito, a lasciarsi coinvolgere“. Sono due le parole chiave in questa frase: la prima è “emozione” e la seconda è “coinvolgere”.

Quello che ci accade è che quando ad una esperienza (visiva, auditiva, olfattiva o tutte queste cose messe insieme) associamo un’emozione, quell’esperienza viene evidenziata dal nostro cervello e messa in un posto privilegiato della nostra memoria. Questo è il trucco che utilizza la pubblicità che ormai da anni non è più fatta secondo lo schema “guarda-il-prodotto|compra-il-prodotto” ma è sempre più concentrata nella ricerca di un’emozione da far provare a chi la guarda in modo che l’emozioni faccia il resto nel nsotro cervello e quando siamo al supermercato saremo, quasi inconsciamente, portati a ricordarci e scegliere il prodotto che ci ha emozionato (per esempio come nella pubblicità di Wind, apparsa solo online).

In quanto a coinvolgimento ci sarebbe da scrivere parecchio. Ma diciamo che il motore del coinvolgimento è la curiosità che segue o va di pari passo con l’emozione che proviamo nel vedere certi contenuti o provare certe esperienze. Come quando apriamo l’uovo, anche quando ciò che abbiamo davanti è inaspettato, nuovo e potenzialmente emozionante siamo portati ad interagire in maniera costante e continua. Come si mantiene l’interesse? Scrive sempre la Testa: “Offrendo feedback positivi e aiutando le persone a diventare intimamente consapevoli del fatto che il loro impegno ha procurato (sta procurando, procurerà) dei risultati. Calibrando in modo progressivo la difficoltà, man mano che crescono competenze e conoscenza. Alimentando la curiosità attraverso la varietà degli stimoli offerti, e aggiungendo una componente di sfida, di imprevisto, di mistero o di sorpresa“. Ecco che ci siamo arrivati a scoprire a cosa servono le sorprese.

Possiamo utilizzare queste leve (emozione, coinvolgimento, sorpresa) anche quando tocca a noi stare dalla parte di chi confeziona l'”uovo pasquale”. Per esempio potremmo trattare come tale anche il nostro cv o una nostra presentazione che, per suscitare l’interesse di chi lo leggerà, dovrà essere in grado di attivare un’attenzione simile a quella che abbiamo quando scartiamo l’uovo alla ricerca delle soprese. Nel frattempo noi vi facciamo gli auguri di una buona Pasqua piena di sorprese!

Informazione di servizio: l’Informagiovani rimane chiuso lunedì 6 aprile, torniamo il 7

Notizie a raffiche (casuali)

notizie a rafficaSarà poi così vero che i giovani e soprattutto i nativi digitali (tra l’altro: siamo sicuri che vogliamo continuare a chiamarli così?) non si informano, quindi non si interessano, ergo non partecipano e non hanno a cuore la vita di una comunità più ampia che non quella fatta da se stessi e dai loro amici su Facebook? Non crediamo che sia poi così vero. In realtà, ce lo dice tra gli altri un report che viene dagli Stati Uniti, i ragazzi e le ragazze sono consumatori di notizie, ma il loro approvvigionamento non avviene più attraverso canali tradizionali e dedicati alle notizie come giornali, televisione, riviste. La maggior parte, se non la totalità delle informazioni su fatti ed avvenimenti i giovani le recuperano dai social network che di conseguenza son diventati un punto di riferimento per questo tipo di conoscenza.

Il report americano dice anche un’altra cosa interessante: il 90% dei ragazzi intervistati afferma che la loro fonte di primaria di informazione è Facebook ma al contempo solo la metà di questi dichiara che il motivo principale per cui accede al social network è l’informazione (la stessa cosa vale per Twitter anche se questa piattaforma è piena di giornalisti e, al contempo, di notizie spazzatura). Questo ci fa supporre che utilizzare Twitter o Facebook, anche se sono contenitori di informazioni, non è come leggere un giornale alla ricerca di una notizia di attualità, politica o sport. Manca proprio l’intenzione di trovare informazioni. Si è quasi portati a dire che le informazioni e le notizie siano accidentali, qualcosa in cui ci si imbatte senza volerlo. Una specie di serendipity dell’informazione.

Per quanto possa essere accidentale trovare informazioni e notizie su Facebook e Twitter, tuttavia si può constatare il fatto che chi non è alla ricerca di notizie ma frequenta con una certa assiduità i social network sviluppa una certa esperienza nella lettura di notizie anche senza frequentare siti di giornali e news. I giovani si imbattono in qualche stralcio di notizia, in un brandello di informazione e se la cosa tocca un tema interessanti vanno alla ricerca di altre fonti per approfondire. Un indicatore ulteriore sulla modalità con cui i giovani affrontano il tema dell’informazione è dato dal fatto che la stragrande maggioranza di loro non è abituata a pagare per avere informazioni. Forse nemmeno a dare fiducia a qualcuno in particolare su questo tema, considerato che solo il 44% degli intervistati ha sottoscritto una qualche forma di iscrizione (gratuita) ad un contenitore ed erogatore di informazioni.

Chiaramente i questionari sui comportamenti di questo genere non sempre sono affidabili. Ci sono però dei dati certi che riguardano anche il nostro contesto nazionale. I giornali in forma cartacea vendono sempre meno, a parte qualche eccezione (legata soprattutto a specializzazioni verticali su temi o target specifici). Gli stessi siti di giornali (anche i più grandi) hanno capito che il numero di click (ancora) è il fattore che può alimentare la vita delle notizie on line (e per questo nelle home page c’è sempre qualche notizia spazzatura, legata al gossip o a qualche altro fenomeno di basso lignaggio). L’ultimo dato, tornando ai comportamenti, è che, giovani o meno, siamo ancora un po’ ingenui circa l’autenticità e la veridicità di quel che leggiamo sui social network: spostiamo troppo spesso la bilancia sulla parte emozionale anziché su quella razionale (come a dire che sospendiamo la nostra capacità critica, quando esiste, nel moemnto in cui quello che leggiamo tocca le corde dei nostri sentimenti, più o meno beceri). Forse il report americano non è lo strumento adatto per capire che cosa sta accadendo al nostro modo di informarci, ma sicuramaente è un input per cominciare a farci delle domande su come veniamo a conoscenza di fatti ed avvenimenti. Che siamo giovani o meno giovani.

Ora che sai tutto di me, dimenticami!

dimenticamiC’è una questione legata al nostro modo di vivere nell’era digitale: la questione si chiama privacy. Senza che ce ne accorgiamo (forse) stiamo mano a mano, con il passare del tempo, regalando pezzetti della nostra vita e importanti informazioni su di noi ad aziende più o meno grandi. La leva con la quale siamo così disponibili a concedere informazioni che ci riguardano sono servizi che noi possiamo utilizzare; solitamente sono servizi gratuiti che un tempo nemmeno ci saremmo immaginati che qualcuno potesse concederci. Nell’era digitale a spiarci o a cercare di fare soldi con le nostre informazioni sono anche le smart TV, o le automobili futuristiche; in futuro ogni dispositivo avrà infatti la capacità di ascoltare le nostre conversazioni e fare ricerca dati in tempo reale. La privacy, che un tempo era un diritto, ora non è più nemmeno una buona condotta.

Ma che cos’è la privacy e a che cosa ci serve? La definizione che riteniamo maggiormente descrittiva è quella che deriva un saggio molto studiato scritto da Warren e Brandeis per la Harvard Law Review nel 1890. Il saggio si concentrava sui difetti dei media di allora (pieni di gossip, pettegolezzi e “fotografie di persone comuni pubblicate senza autorizzazione”) e cercava di porre rimedio a quei problemi definendo la privacy “il diritto ad essere lasciati in pace”. Praticamente l’esatto contrario di una normale condotta odierna: grazie (o a causa) dei social media praticamente oggi (quasi) tutti noi abbiamo una foto che ci ritrae in un momento personale (non necessariamente intimo) e che può essere visibile a persone che nemmeno consociamo (anche se abbiamo settato in maniera restrittiva le nostre impostazioni sulla privacy, appunto). La differenza oggi è che invece di volere essere “lasciati in pace”, oggi vogliamo sentirci parte di una comunità. I nostri dati non vengono utilizzati soltanto e banalmente per conoscere delle cose su di noi e utilizzarle nel momento più opportuno. In maniera più pervasiva, contorta e decisamente complessa il set di informazioni di ciascun individuo che utilizza strumenti digitali è alla base di un intero business, di una grande fetta dell’economia.

Il fatto è che la privacy, come l’ingrediente segreto di una ricetta di successo, è una cosa che va dosata con una certa maestria e nel modo migliore per avere il giusto mix di benefici e rispetto personale. Così come essere molto flessibili e dimenticarsi della privacy può avere effetti eccessivamente invasivi sulla nostra vita, allo stesso modo c’è da considerare che dando eccessiva importanza alla privacy, la società finisce per tendere verso l’estremo della segretezza, cosa che non porta vantaggio a nessuno. E, soprattutto, è un fatto storico che una società poco aperta si sviluppa di meno e peggio. Facciamo un esempio: la raccolta dati relativa al tema della salute può servire a raggiungere grandi risultati in termini di ricerca e possibilità di guarigione e prevenzione. Ora la domanda è: stiamo andando verso un’epoca nella quale la privacy non avrà più alcuna importanza come è accaduto per alcune norme comportamentali del MedioEvo che oggi risultano impraticabili? In un futuro magari non troppo lontano ma nemmeno dietro l’angolo potrebbe essere così.

Ma c’è anche chi sostiene il contrario e si fa sentire. “Una recente decisione della Corte di giustizia dell’Unione europea ha stabilito che alcuni utenti possono chiedere ai motori di ricerca di rimuovere risultati relativi a query che includono il loro nome, qualora tali risultati siano inadeguati, irrilevanti o non più rilevanti, o eccessivi in relazione agli scopi per cui sono stati pubblicati.” Recita così un documento di Google (forse l’azienda che ha il possesso del più alto contenuto di informazioni al mondo) messo on line qualche tempo fa. E da lì le richieste sono partite: un flusso anomalo di istanze, quasi sette al minuto, che ha avuto inizio il giorno in cui Google ha messo in rete il modulo corrispondente. È possibile ipotizzare che molti utenti, per interesse reale o per semplice curiosità, abbiano cominciato a “googlare” il proprio nome alla ricerca di qualsiasi link o contenuto che li riguardasse e che, stando sempre ai numeri diffusi dalla società, qualcuno di loro abbia ritenuto necessario compilare il modulo. Più di qualcuno in effetti, perché soltanto il primo giorno il form è stato compilato da 12mila persone.

Anche se la cosa più facile da dire è che siamo dalla parte della privacy, in realtà poi se il tema non è portato sotto la nostra attenzione siamo più che disponibili a cedere pezzi importanti di informazioni che ci riguardano, senza nemmeno accorgerci (per esempio semplicemente utilizzando in maniera banale e quotidiana uno smartphone). Sarebbe però importante avere sempre la consapevolezza di quello che stiamo facendo e di quanto stiamo pagando (in termini di dati) quello che otteniamo.

Insegnamenti dal passato

insegnamenti dal passatoAvete mai avuto voglia di “perle di saggezza”‘ Qualche volta capita, no? Per esempio quando ci capita qualcosa che non capiamo oppure quando ci siamo sentiti stupidi davanti a qualche situazione. Ecco oggi, grazie anche all’articolo comparso sul blog di Luca Conti, proviamo distribuire qualche consiglio (insegnamento?) che proviene dal passato. Ad essere precisi, da un passato remoto. Si tratta di alcuni passaggi tratti da un libro che racchiude i pensieri di Marco Aurelio, imperatore, filosofo e scrittore romano vissuto attorno al 100 dopo Cristo.

Potrà sembrare paradossale ma leggendo alcuni passi ci sono cose che possono essere utili anche nella nostra quotidianità nonostante siano stati scritti circa 2000 anni fa. Facciamo qualche esempio. Vi capita mai di arrabbiarvi per il comportamento scorretto, seppur prevedibile, di qualcuno? Ebbene Marco Aurelio scriveva: “Pretendere che il malvagio non sbagli è come volere che l’albero del fico non produca lattice nei suoi frutti, che i bambini non piangano, che il cavallo non nitrisca, e così per tutto ciò che è inevitabile. Che altro dovrebbe fare chi è malvagio per sua natura? Se sei bravo, curagli tu questo difetto“.

Avete sempre successo nelle vostre imprese? Quando qualcosa non vi riesce vi arrabbiate e perdete l’autocontrollo? “Quando non riesci a portare a termine qualcosa di buono, invece di arrabbiarti, mettici un po’ più d’impegno. E se pensi che l’impedimento sia più forte di te, non angustiarti, allora, dato che il tuo fallimento non dipende da te. Quando sei turbato per una qualche causa esterna in realtà non è questa che ti affligge, è il giudizio che formuli al riguardo, e il giudizio puoi cancellarlo istantaneamente.” Ed ancora: “Se la cosa dipende da te, perché ti comporti così? E se dipende da altri, con chi pensi di prendertela? Con gli atomi? Con gli dèi? Sarebbe una follia. Non devi prendertela con nessuno. Se puoi, correggi chi ha commesso l’errore, se no, correggi l’errore, se non puoi fare nemmeno questo con chi te la pigli? Ogni nostro atto deve avere un motivo. 

Quanti di voi sono preoccupati per il proprio futuro? Quanti di voi (noi) pensano che avrebbero voluto qualcosa di più e di meglio, quanti hanno rimpianti? Bene, ricordatevi che “la felicità della vita umana dipende da pochissime cose, e se, per esempio, hai perso la speranza di diventare un filosofo o uno scienziato, hai sempre la possibilità di essere una persona libera, modesta, socievole e rispettosa“.

Quando si dice la saggezza antica 🙂

#dilloinitaliano

dilloinitalianoQuesta settimana vi lasciamo con un appello e l’invito a sostenere una causa. Non lo abbiamo mai fatto prima ma ci piace cominciare con questa iniziativa. Qualche giorno fa sul blog di Annamaria Testa (che è spesso una nostra fonte preziosa di suggerimenti ed idee) è comparso un appello per la salvaguardia della nostra lingua.

Il punto è che la stiamo trattando male e, come si sa (o dovrebbe sapere), la lingua è come una pianta: se la tratti male piano piano si indebolisce e rischia anche di morire. Il “veleno” per la lingua italiana potrebbe essere l’utilizzo smoderato, inconsulto e inappropriato (o, meglio, sovrabbondante ed esagerato) di termini stranieri, dell’inglese in particolare. Come dice Annamaria Testa “Molti (spesso oscuri) termini inglesi che oggi inutilmente ricorrono nei discorsi della politica e nei messaggi dell’amministrazione pubblica, negli articoli e nei servizi giornalistici, nella comunicazione delle imprese, hanno efficaci corrispondenti italiani. Perché non scegliere quelli? Perché, per esempio, dire “form” quando si può dire modulo, “jobs act” quando si può dire legge sul lavoro, “market share” quando si può dire quota di mercato? Perché dire “fashion” invece di moda, e “show” invece di spettacolo?“.

Il motivo per cui non lo si fa crediamo sia abbastanza banale e quasi stupido: spesso attribuiamo a queste parole straniere una efficacia e una bellezza (“fa figo”) che invece non hanno, o non hanno nella maniera e nella misura in cui noi crediamo. Lo facciamo per due motivi: il primo è che non conosciamo la lingua inglese ed il secondo che non consociamo la lingua italiana a sufficienza. “Molte parole straniere, da computer a tram, da moquette a festival, da kitsch a strudel, non hanno corrispondenti altrettanto semplici, efficaci e diffusi. Privarci di queste parole per un malinteso desiderio di “purezza della lingua” non avrebbe molto senso. 
Ha invece senso che ci sforziamo di non sprecare il patrimonio di cultura, di storia, di bellezza, di idee e di parole che, nella nostra lingua, c’è già. Ovviamente, ciascuno è libero di usare tutte le parole di qualsiasi lingua come meglio crede, con l’unico limite del rispetto e della decenza. Tuttavia, e non per obbligo ma per consapevolezza, parlando italiano potremmo tutti cominciare a interrogarci sulle parole che usiamo“.

Riprendiamo e facciamo nostro quindi l’appello ad un utilizzo più consapevole e corretto della lingua soprattutto da chi la utilizza pubblicamente (noi compresi). La petizione chiede all’Accademia della Crusca di farsi portavoce di questa istanza, che può aver peso e buon esito solo grazie all’appoggio di tutti noi.
Perché è importante che firmiate? Perché la lingua italiana è un bene comune: ci appartiene, ha un valore grande ed è nostro compito averne cura.
Se siete d’accordo potete firmare su Change.org: vi basta un minuto. E poi parlatene e fate girare il testo in rete. Fatelo subito! L’hashtag è #dilloinitaliano

MI illumino di meno (e ragiono di più)

millumino-logo

Anche quest’anno festeggiamo la giornata del risparmio energetico, promossa dalla trasmissione Caterpillar di RadioDue. Perché lo facciamo? C’è ancora bisogno di parlare di risparmio energetico? Anche adesso che, tutto sommato, molti di noi riescono a risparmiare sulla bolletta? Secondo noi ci sono ancora validi motivi per farlo e non sono di economia personale o domestica. Ci sono motivi che riguardano il contesto in cui siamo, le città in cui viviamo, il mondo che ci immaginiamo. Avremmo potuto dire che riguarda il futuro ma c’è il rischio che questa formula ci fa spesso immaginare qualcosa che non ci appartiene, che riguarda ed interessa qualcun altro che non è qui ora. Ed invece il risparmio energetico riguarda noi, qui, adesso. Oltre che di risparmiare il nostro intento dovrebbe essere quello di provare a ragionare su come utilizziamo l’energia di cui disponiamo. Per esempio, seguendo il decalogo proposto per il risparmio energetico, una delle regole recita “utilizzare l’automobile il meno possibile e se necessario condividerla con chi fa lo stesso tragitto”: farlo non significa soltanto risparmiare il carburante ma anche contribuire a diminuire l’inquinamento atmosferico, avere modo di passare del tempo con altre persone, creare e quindi subire meno traffico per le strade. Un semplice gesto come questo non genera soltanto un beneficio economico. E così avviene per tante altre cose.

A noi sembra una cosa utile da far sapere e, soprattutto, da mantenere “viva”. Il nostro piccolo contributo per la giornata di oggi proviamo a darlo anche noi. Oggi saremo impegnati in un’apertura straordinaria dalle 16.30 alle 19.30 durante la quale divulgheremo materiale informativo sul risparmio energetico. A tutti gli studenti universitari che verranno a farci visita regaleremo una lampada a basso consumo (insieme alla University Card). Intanto ad Ancona, dalle 18 alle 19.30, verrà spenta  l’illuminazione del duomo e del palazzo comunale. Alle 18, ci collegheremo con Caterpillar in diretta su RadioDue e festeggeremo con chi vorrà essere con noi la giornata del risparmio energetico con un brindisi a luci soffuse.

Buona giornata del risparmio energetico a tutti voi!

Spazzatura digitale

spazzatura digitaleNel mondo ci sono più di 7 miliardi di persone che vivendo e consumando generano circa 4 miliardi di tonnellate di rifiuti: una massa enorme che crea un enorme problema ambientale. Nel mondo le persone connesse ad internet sono circa 3 miliardi: quanta spazzatura digitale crea questa popolazione virtuale? Dare una risposta precisa forse è impossibile. Ma farsi questa domanda, così come accade per la spazzatura “tradizionale”, forse ci aiuta a prendere coscienza di quanti sono i detriti digitali che ciascuno di noi produce e di come possano influenzare la nostra vita.

Chi di noi frequenta un social network, gestisce un sito web, aggiorna un blog produce testi, immagini e documenti in quantità più o meno costanti ma considerevoli. Quando diventano “spazzatura” web? Per rendercene conto potremmo fare una prova: scorriamo indietro la nostra timeline di Facebook oppure proviamo a guardare a post pubblicati indietro nel tempo sul nostro blog. Che effetto ci fanno? Ci rappresentano ancora? Raccontano qualcosa di noi? Questo esperimento, per così dire, lo ha fatto il noto blogger Luca Conti e ne racconta i risultati (parziali) in questo post che possiamo riassumere con questa sua frase: “ho accumulato nel tempo, in piattaforme diverse, un sacco di materiale che mi rendo conto oggi essere a) per lo più inutilizzabile, vecchio, superato, b) archiviato, taggato, ma non così facile da recuperare, c) depositato in archivi di servizi (quasi) abbandonati da chi li ha creati o d) non utili nel rapporto tempo dedicato / risultato ottenuto.” Chiaramente la produzione di materiale obsoleto è proporzionale all’intensità della nostra attività sul web. La domanda successiva è: come e quanto influisce questo trash nella nostra vita? Ce ne dobbiamo preoccupare?

“Preoccupazione” forse è una parola esagerata. Quella giusta potrebbe essere “attenzione”. Attenzione a quello che pubblichiamo e a come i contenuti si deteriorano nel tempo. Potrebbero esserci cose che abbiamo condiviso nelle quali non ci riconosciamo più oppure che pensiamo essere superate. O, peggio, contenuti che potrebbero risultare poco apprezzati dagli altri, come ad esempio da chi potrebbe darci un lavoro. Anche se molti ancora ne dubitano, è sempre più frequente, per chi si occupa di ricerca e selezione del personale, utilizzare i social media e il web in generale per “indagare” in cerca di conferme sulle competenze dichiarate dai candidati sul curriculum o sulla lettera di presentazione, ma anche in cerca di eventuali “scheletri nell’armadio”, che potrebbero non rendere il candidato in questione così adatto ad un determinato ruolo o ad una certa azienda. Si tratta di allarmismo? Pratiche illecite? Cattiveria di chi seleziona? Probabilmente, a seconda dei casi, le risposte a queste domande potrebbero essere tutte affermative. Ciò non toglie che ciascuno di noi, singolarmente, può decidere come regolarsi. Un’azienda di selezione ha pubblicato una presentazione con i consigli per eliminare la spazzatura digitale. Tra le varie cose che ci stanno scritte c’è una domanda che potrebbe essere utilizzata come un discrimine, un parametro per scegliere cosa pubblicare o non pubblicare per rendere i nostri profili “employer friendly” (piacevoli e accoglienti per chi potrebbe assumerci): (quello che hai pubblicato) lo diresti ad un colloquio?