Lavorare nella ricerca al JRC!

La laurea è un traguardo che richiede impegno e dedizione, ma ancora prima di arrivare al giorno della discussione della tesi è inevitabile chiedersi: e poi? che farò?

A volte può sembrare quasi impossibile trovare un’occasione professionale entusiasmante e di alto livello, e si finisce con proporsi per un lavoro che ha poco a che fare con il percorso che avevamo deciso di intraprendere. Oppure ci si allontana dal settore specialistico di cui eravamo appassionati, per mancanza di occasioni di approfondimento e carriera.

Per molti neolaureati o studenti magistrali, l’occasione potrebbe arrivare dal JRC – Joint Research Centre o Centro Comune di Ricerca della Commissione europea! Il Centro ha sei sedi in Europa, tra cui una in Italia, a Ispra (Varese), che è il terzo sito europeo per grandezza e impiega più di 2000 persone in settori diversi. Le altre sedi si trovano a Siviglia (ES), Petten (NL), Karlsruhe (DE), Geel e Bruxelles (BE).

Il JRC è il servizio scientifico della Commissione europea che svolge attività di ricerca in tutti i settori di interesse dell’Unione e fornisce consulenze scientifiche indipendenti per la definizione delle politiche comunitarie future e per il controllo di quelle in atto. Al suo interno lavorano ricercatori nei campi più disparati, in un contesto internazionale e multiculturale.

Per dimostrare a tutti i giovani laureati che aspirare a un lavoro nella ricerca è possibile, abbiamo organizzato un evento con chi ce l’ha fatta, partendo proprio da Ancona! Il prossimo 11 marzo sarà con noi Elisabetta Canuti, ingegnere nata e cresciuta ad Ancona, a raccontarci il suo percorso da un liceo anconetano fino all’incarico al Centro Comune di Ricerca della Commissione europea di Ispra (VA). Insieme a lei conosceremo quali sono le attività del JRC e le opportunità che ci sono per laureati nei settori scientifico, tecnico, informatico, economico e amministrativo.

Vuoi sapere anche tu come riuscire ad arrivare fin là? Qual’è il percorso, le difficoltà, le competenze necessarie, le possibilità di carriera e le condizioni di lavoro? Partecipa all’incontro di lunedì 11 marzo, l’ingresso è gratuito!

Qui trovi le slide dell’intervento dell’ing. Elisabetta Canuti, complete dei link e dei buoni consigli: buona fortuna!

Piccoli suggerimenti per orientarsi

In questi giorni stiamo lavorando alla pubblicazione dedicata alle smart skill esplorate durante i nostri appuntamenti Be Smart. Scrivere un libro (o un manuale) è un lavoro faticoso e a volte stressante (lo sa bene Luca che lo sta seguendo più da vicino e con intensità). In questo caso però è anche una piccola operazione amarcord, nonostante il tempo passato non sia così tanto (l’ultimo evento è stato lo scorso 26 ottobre).

Ripercorrendo le cose dette dai relatori dell’edizione dello scorso anno abbiamo trovato un sacco di cose che continuano a convincerci del fatto che per guardare un po’ meglio al futuro il segreto non è quello di indovinare la mossa giusta ma muoversi nel modo giusto. Tutti i relatori ci hanno parlato metodo, progetto, di attitudine e quasi mai di scelte, perlomeno di scelte pratiche. Qualcuno ha esortato a fare le scelte, ma nessuno ci ha detto cosa scegliere nello specifico. Studiare matematica o approfondire italiano, scegliere giurisprudenza piuttosto che medicina (ma anche non fare alcuna scelta universitaria), partire per l’estero o avviare un’attività sono tutti passaggi che riguardano ciascuno di noi in maniera troppo individuale perché si possa lasciare a qualcun altro il dovere (e il diritto) di farlo al posto nostro.

Nel libro che presenteremo probabilmente il prossimo mese di marzo ci sono invece un sacco di suggerimenti (ed esperienze) su come muoversi, adattarsi, darsi degli obiettivi, riuscire a raggiungerli. E anche su qual è la strategia migliore per essere soddisfatti, entusiasti e felici. Trovo veramente che sarà un documento prezioso per tutti quelli che stanno cercando una strada che si fa fatica a vedere con chiarezza e di questo devo ringraziare in particolare i 12 relatori che hanno dato il loro meglio.

Mentre stavo scrivendo mi è tornato alla mente un episodio di qualche giorno fa. Padre e figlio seduti davanti a me: il più grande, malcelando apprensione con una forzata serenità, chiedeva indicazioni e suggerimenti per la scelta professionale futura del figlio. Il più piccolo, mostrando una sincera e apprezzata noia mista a insofferenza, si interrogava sull’utilità di quell’incontro. E aveva ragione. Nonostante tutte le precauzionali indicazioni sul fatto che io non fossi un oracolo, il padre voleva da me la scelta che il figlio non stava facendo. Il figlio invece aveva capito (o magari solo intuito senza consapevolezza) che nel contesto in cui si trova non avrà una sorte chiara, predefinita e soprattutto certa. Dovrà informarsi un po’, sperimentare qualcosa, stare sempre all’erta: muoversi seguendo un flusso i cui contorni non sono così definiti. Diventerà qualcosa (e così il padre sarà contento, forse) ma soprattutto sarà qualcuno. Ecco, il libro su cui stiamo lavorando e che presenteremo a marzo, non serve a diventare qualcosa ma, mi auguro e in qualche caso ne sono certo, a essere qualcuno.

Professionisti delle vacanze 2019: la fiera del lavoro stagionale

Ebbene sì, torna anche quest’anno l’evento Professionisti delle vacanze, l’ormai tradizionale appuntamento dell’Informagiovani di Ancona dedicato alle opportunità lavorative nel settore del turismo e delle vacanze organizzate.

L’edizione 2019, però, si presenta con un look completamente rinnovato. Sarà come una fiera di settore, visitabile liberamente dalla mattina fino al tardo pomeriggio. Nell’arco della giornata si potrà entrare nei locali dell’Informagiovani, partecipare agli workshop tematici tenuti dalle agenzie di animazione, parlare con i referenti delle agenzie stesse, sostenere i colloqui di selezione o soltanto dare un occhio alle presentazioni che scorreranno più volte in video.

Per l’intera giornata si alterneranno sessioni plenarie e incontri individuali con le agenzie durante i quali le stesse effettueranno le selezioni per la prossima stagione estiva o invernale.

Tra le varie proposte lavorative e formative, l’ambito del turismo e delle vacanze organizzate apre la strada a importanti opportunità.

I ragazzi avranno la possibilità (la prima per molti) di mettersi alla prova affrontando un vero colloquio di selezione con dei potenziali datori di lavoro. Questo comporta che i ragazzi partecipanti dovranno prepararsi per presentarsi al meglio alle agenzie; quindi arrivare con un curriculum vitae aggiornato e curato. Per arrivare preparati a questo momento potete fare affidamento sui sevizi, gratuiti, dell’Informagiovani, dove troverete operatori in grado di aiutarvi nella supervisione e revisione del c.v. e con consigli utili per prepararsi al colloquio di lavoro.

Lavorare in strutture turistiche offre anche la possibilità di mettersi alla prova con un lavoro retribuito e in grado di far sviluppare delle caratteristiche e competenze, utili alla propria crescita professionale e personale. Oltre ai requisiti specifici dei vari profili professionali ricercati, chi aspira a diventare animatore dovrò possedere una notevole facilità di comunicazione, un temperamento allegro, spontaneità, creatività, fantasia, capacità di resistenza, autocontrollo, flessibilità, dinamismo e capacità organizzative. L’unico requisito comune a tutti i profili è la maggiore età entro giugno 2019.

Saranno le agenzie stesse a spiegare, durante gli workshop, quali sono i trucchi del mestiere e le tecniche principali utilizzate durante l’animazione: un modo divertente e interattivo per vedere realmente quello che può fare un animatore.

Le agenzie avranno quindi la possibilità di incontrare ragazzi e ragazze potenzialmente interessati ed effettuare le selezioni nella zona di Ancona e dintorni.

Professionisti delle vacanze si terrà giovedì 21 febbraio ore 10.30 – 18.30 nei locali dell’Informagiovani di Ancona, in piazza Roma.

La partecipazione è gratuita ma è necessaria l’iscrizione a questo link: informagiovaniancona/professionistivacanze

Potete scegliere a quale parte della giornata volete partecipare, se il mattino o il pomeriggio o giornata intera.

Se siete interessati a cercare un lavoro per la stagione estiva non perdete questa occasione!

L’Informagiovani non è il centro per l’impiego

Ogni giorno l’Informagiovani di Ancona viene contattato da utenti che vi si rivolgono pensando di parlare con il Centro per l’Impiego. Probabilmente agli occhi dei non addetti ai lavori questi servizi sembrano uguali ma nella pratica così non è.

Cerchiamo allora di fare un po’ di chiarezza.

Sia i Centri per l’impiego sia gli Informagiovani sono servizi per il lavoro ma differenti sono sia l’origine di questi servizi sia le modalità con le quali operano.

I Centri per l’Impiego sono uffici pubblici, attualmente gestiti dalle Regioni, che offrono servizi ai cittadini e alle imprese. Sono stati istituiti con il D.Lgs 469/97 che ha abolito gli Uffici di collocamento e ha assegnato ai Centri per l’impiego una serie di funzioni e attività: informazione e orientamento, incrocio domanda e offerta di lavoro, supporto per la gestione di pratiche burocratiche.

Attualmente, però, i centri per l’impiego svolgono soprattutto attività amministrativa: gestiscono l’elenco anagrafico dei lavoratori, nel quale viene registrata la storia lavorativa (compresi i periodi di disoccupazione) di ogni persona che ha domicilio nel territorio di competenza del Centro per l’impiego; si occupano dell’ iscrizione alle liste di mobilità e dell’iscrizione agli elenchi e graduatorie delle categorie protette; registrano le assunzioni, trasformazioni e cessazioni dei rapporti di lavoro presso aziende private e Enti pubblici.

Iscriversi al Centro per l’impiego oggi è diventato una questione più che altro burocratica, nel senso che è necessario iscriversi per sottoscrivere la dichiarazione di immediata disponibilità al lavoro (DID), con la quale si ottiene lo stato di disoccupazione, ossia il riconoscimento formale del proprio stato di disoccupato. Questo è un documento amministrativo che vi consentirà di richiedere l’esenzione dal ticket sanitario, l’indennità di disoccupazione (Naspi) se ricorrono i presupposti di legge, di godere delle agevolazioni per le assunzioni di disoccupati e giovani inoccupati, e di partecipare a bandi della Pubblica Amministrazione che richiedono il requisito dello stato di disoccupazione (corsi FSE, iscrizione a Garanzia Giovani, borse lavoro, ecc…). L’ottenimento dello stato di disoccupazione comporta la necessità periodica (ora diventata annuale) di confermare tale stato e la disponibilità al lavoro.

Non basta però essere iscritti al Centro per l’impiego per trovare lavoro; occorre attivarsi nella ricerca, quindi cercare offerte di lavoro attinenti al proprio profilo professionale. I Centri per l’impiego pubblicano sui loro siti le offerte che passano tramite il loro canale ma come potete immaginare queste non sono tutte. Quelle relative ai CIOF delle Marche le troverete a questo link.

Altre offerte di lavoro si possono trovare rivolgendosi ad altri servizi per il lavoro tra i quali gli Informagiovani. Questi sono servizi pubblici, in genere comunali, nati con l’obiettivo di fornire informazioni ai giovani ma allo stato attuale la fascia d’età degli utenti si è notevolmente spostata in avanti.

Questo in linea generale, perché poi ogni ufficio Informagiovani si connota in maniera specifica per alcuni servizi rispetto ad altri.

L’Informagiovani di Ancona nel corso degli anni ha sviluppato una serie di servizi che vanno oltre la semplice informazione, offrendo infatti consulenza e orientamento su vari settori: lavoro, formazione, estero, casa, sociale e tempo libero.

In questa sede mi preme evidenziare le attività e i servizi che l’Informagiovani di Ancona offre nel settore lavoro: dalla messa a disposizione delle offerte di lavoro sia in forma cartacea che on line alla pagina dedicata, al servizio di revisione e consulenza del curriculum vitae, ai servizi di orientamento nella ricerca attiva del lavoro, al servizio di banca dati lavoro, un servizio di incrocio domanda – offerta di lavoro di cui possono usufruire sia le persone in cerca di lavoro sia le aziende in cerca di lavoratori.

Tutti possono accedere e usufruire in maniera gratuita dei servizi dell’Informagiovani che vengono erogati con lo scopo prioritario di rendere gli utenti AUTONOMI nella ricerca del loro percorso professionale, formativo, personale.

Gli operatori dell’Informagiovani “non trovano il lavoro” ma danno le basi per muoversi in maniera autonoma nella ricerca dello stesso. Nessuno può cercare e trovare al tuo posto il lavoro a te più adatto, solo tu puoi farlo partendo sicuramente da un buon orientamento.

Se volete saperne di più potete venire a trovarci nei nostri orari di apertura; troverete operatori pronti a consigliarvi varie strade e opportunità.

international experience canada 2019

IEC International Experience Canada – Working Holiday 2019

Il Canada è un paese immenso, relativamente poco popolato (rispetto all’Europa) e caratterizzato da un marcato  multiculturalismo, e ad oggi si conferma come uno dei paesi più accoglienti e aperti a persone provenienti da altre parti del mondo.
Questo non significa naturalmente che l’ingresso in Canada avvenga senza regole, ma ci sono possibilità offerte a chi è interessato a questo paese come destinazione per una esperienza di viaggio e lavoro, attraverso i programmi dell’IEC International Experience Canada.

Per i giovani tra i 18 e i 35 anni che vogliono trascorrere fino a un anno in Canada per esplorare il paese e lavorare per mantenersi c’è il programma di vacanza lavoro IEC – International Experience Canada, che anche quest’anno mette a disposizione 1000 visti vacanza lavoro per gli italiani.

Il programma è cambiato dal 2016, in particolare nella modalità di domanda di visto.

Per il 2019 il procedimento è lo stesso: una volta verificata la propria idoneità a partecipare (in base alla nazionalità, età, condizione familiare, formazione) compilando un semplice questionario online, si procede a creare un proprio profilo sul portale ufficiale e si viene inseriti in un bacino (pool) di potenziali destinatari del visto.
Solo quando si riceve l’invito si può effettivamente fare domanda per il visto vero e proprio: a quel punto ci sono 10 giorni per accettare l’invito, e 20 giorni dopo aver accettato per fare domanda di visto, sempre attraverso il portale.

Questo è il momento di pagare il fee, la quota richiesta (intorno a 150 dollari canadesi) e inserire i documenti per dimostrare ciò che abbiamo dichiarato quando abbiamo creato il profilo.
Durante l’anno ci sono più tornate di inviti, le rounds of invitations: è possibile rifiutare l’invito e rimanere iscritti nella pool per tutta la durata della sua validità (circa un anno) per poter essere invitati di nuovo in una tornata successiva.

Che cosa fare mentre aspettate l’invito?
passaporto: è opportuno farlo al più presto se non lo avete già, o se la scadenza del passaporto non copre tutta la durata della vostra possibile permanenza in Canada
– preparate il cv, o resume, per cercare contatti e inviare candidature di lavoro (per la ricerca partite da qui)

Fate attenzione a non acquistare biglietti aerei e assicurazioni sanitarie prima di aver ricevuto l’approvazione della domanda di visto, e a non impegnarvi ancora con un possibile datore di lavoro o affittuario. Non lasciate impieghi o corsi di studio già intrapresi prima di avere la certezza di partire, non è ancora il momento!
La possibilità di iscriversi al programma per il 2019 è stata aperta il 4 dicembre, se vi interessa il Canada è il momento di candidarsi!

BeSmart! Perchè lo abbiamo fatto

Anche qualche giorno fa confrontandomi con due persone che si occupano di selezione e formazione del personale è uscita questa cosa: “il problema non è che i ragazzi non sono preparati, la questione è che non sembrano essere in grado di inserirsi in un contesto diverso da quello scolastico”. C’è un libro, l’ultimo di Baricco, di cui ho letto soltanto una parte riportata da Luca Sofri su ilPost in cui, ahimè, si afferma che “la scuola così com’è appartiene a un’altra era“. Potrei aggiungere che forse anche il mondo accademico, così com’è, appartiene a un’altra epoca.

Non voglio qui fare una critica alla scuola e all’università, soprattutto se la critica fosse letta poi come la volontà di disfarsi e liberarsi di queste istituzioni. In realtà credo che, al contrario, come dimostrano anche alcuni dati, nel nostro Paese è urgente un investimento nella formazione e nello sviluppo della cultura (qui un infervorato articolo sulla questione). Però è anche vero che molti dei ragazzi e delle ragazze che incontriamo, anche quando si vede o dimostrano di essere molto preparati su competenze tecniche, hanno evidenti difficoltà in ambiti che non siano quello che hanno studiato. Come si comunica in pubblico, come si gestisce una relazione con gli altri, come si rimane concentrati su di un obiettivo, come si gestiscono crisi e cose che non vanno come previsto: su queste ed altre abilità, tendenzialmente, molti sono impreparati. Il nostro sistema formativo non ha spazi, al momento, di approfondimento di questi aspetti se non in maniera in formale o, come spesso accade, rimandata alla buona volontà del singolo docente (e magari ce ne fossero di più!).

Tutto ciò che non si impara a scuola è rimandato alla famiglia (che non può però essere onnisciente) o all’autonomia del singolo. Per cui magari qualche elemento di team building lo apprendi se pratichi uno sport di squadra, qualche elemento di comunicazione se sei appassionato di teatro, alcuni flash di problem solving se partecipi alle attività scout della tua città. Chiaramente puoi evitare tutte queste situazioni e provare a cavartela con la scuola della strada: può andare bene oppure no. Credo però che nel 2018 potremmo avere altre opportunità o, meglio, sarebbe auspicabile che il sistema formativo affrontasse anche questi aspetti, quelle che in gergo si chiamano soft skill: per fare un esempio, le buoni doti comunicative non dovrebbero essere in capo solo al tizio che sembra più svelto, ma ad un certo livello di base dovrebbero essere un’abilità diffusa.

Chiaramente quando abbiamo ideato BeSmart! non avevamo intenzione di sostituirci all’attuale sistema formativo, ma essere una sorta di pionieri nell’affrontare questo tema. E siccome non siamo nemmeno maestri in molte delle smart skill che proponiamo (così le abbiamo chiamate, competenze intelligenti potrei azzardare in una delle possibili traduzioni) abbiamo chiamato dei testimonial per ognuna delle competenze che ci è venuta in mente: venerdì prossimo (26 ottobre) sentirete parlare Laura sull’importanza di conoscere le lingue, Cristiana su quella di saper comunicare (non solo attraverso la lingua), Antonella sulla determinazione e la perseveranza, Laura (un’altra) sulla costruzione delle relazioni. Ci saranno anche due ospiti a sorpresa (e proprio per non rovinarvela non vi dico chi saranno, ma porteranno altri due temi altrettanto interessanti). Personalmente mi sono persuaso che questo tipo di occasioni siano molto formative, si esce con qualcosa in più in testa e qualche volta nel cuore.

PS: se c’è ancora posto potete prenotare il vostro posto qui

Cosa fa la differenza

In questo periodo stiamo proponendo con una certa frequenza temi e attività che riguardano le competenze trasversali (chi ci segue sa che anche gli ultimi eventi che hanno avuto come tema questo): con un termine abusato si chiamano soft skill e sono quelle cose che ognuno di noi sa fare anche se non ha frequentato un corso o una scuola per impararle.

Le competenze trasversali, nella considerazione comune, vivono di una doppia fama. Da una parte c’è chi le considera soltanto un orpello utile a chi deve chiacchierare di competenze e mercato del lavoro, perché nel mondo del lavoro quello “vero” è importante imparare un mestiere, saper fare una cosa (meglio se pratica) in maniera corretta senza badare a tante altre cose. Questa teoria, a mio modo di vedere, ha un fondo di verità (è vero, quando ti pagano per un lavoro la prima cosa è saperlo fare in maniera corretta) ma anche un certo livello di approssimazione (per esempio: tutti sappiamo portare un piatto al tavolo, ma non tutti siamo bravi camerieri). Più in generale mi pare che il problema più serio di questa teoria sia un certo anacronismo: questo approccio, secondo me, andava bene 20 o 30 anni fa quando il mercato del lavoro era più semplice per certi versi.

Poi c’è invece chi, senza esagerare, considera le soft skill un elemento abbastanza importante per definire la propria professionalità. Quando mi capita di parlare in qualche scuola faccio sempre questo esempio. Nell’anno in cui vi diplomerete, insieme a voi lo faranno qualche altra decina di persone. E stiamo parlando dello stesso istituto, perché se allarghiamo l’orizzonte a un territorio più ampio o all’intera nazione i numeri si moltiplicano notevolmente. ora la domanda è: è ragionevole pensare che tutti i diplomati di una stessa scuola siano uguali in senso professionale? Detto in altro modo: se ciascuno di quei diplomati (ma vale anche per la laurea) compila un curriculum e lo porta ad un dato datore di lavoro, per questo non fa nessuna differenza il candidato che si presenta? Chiaramente la risposta è no. Per il datore di lavoro (ma per chiunque debba avere a che fare con noi, in senso professionale e non solo) non è indifferente la persona che ha davanti, anche se ha la stessa formazione, sa fare le stesse cose, ha acquisito le stesse conoscenze. Alla domanda “che cosa fa la differenza?” la mia risposta è che è il bagaglio delle competenze trasversali. Non intendo, se per caso fosse passato questo messaggio, la personalità di ciascuno.

Le competenze trasversali (saper comunicare, sapersi organizzare, saper costruire e mantenere relazioni, saper lavorare in gruppo e via discorrendo) sono abilità che arricchiscono le nostre competenze più tecniche. Per certi versi io credo che ci facciano, per esempio, essere migliori ingegneri, commercialisti, idraulici, professori, impiegati eccetera. Le competenze trasversali ci aiutano a marcare una differenza con gli altri. Si tratta di una differenza, sulla quale, se siamo bravi, possiamo costruire la nostra carriera. Mi piace poter dire una cosa: il nostro obiettivo, nel mondo del lavoro, dovrebbe essere sempre quello di scegliere di essere diversi.

ATTENZIONE, forse cerchiamo anche te! 😉

Se pensi di avere una competenza che fa la differenza partecipa al prossimo appuntamento di BeSmart e vieni a raccontarcela! Clicca qui e scopri come!

Conquistare i clienti

Venditore, consulente commerciale, rappresentante, sales manager, account, key account: lo potete chiamare come volete ma questo lavoro è uno di quelli che non vuole fare quasi nessuno. Perché? Da questa domanda siamo partiti quando abbiamo immaginato un percorso dedicato alle figure commerciali in azienda con Filotea.

La risposta che ci siamo dati riguarda soprattutto l’idea generale, l’opinione comune del venditore (utilizziamo questo termine per adesso, poi ci torneremo) che si è maturata nel tempo di questa professione: un lavoro senza uno stipendio certo e fisso, con un sacco di grane, in condizioni di precarietà e improvvisazione molto lontane dalla professionalità. Questa è una rappresentazione parziale della realtà: anche se è vero che ci sono offerte di lavoro come venditore “drammatiche” nella loro proposta, ne esistono anche molte altre che possono davvero essere delle ottime occasioni di lavoro e carriera. In buona sostanza esiste un problema di brand del venditore ed è anche per questo che nell’immaginare un titolo per un evento dedicato a questa professione abbiamo scelto “Diventare bravi a conquistare clienti“.

Diventare bravi a conquistare clienti” è un format di tre appuntamenti per la formazione di figure professionali nel settore commerciale, della comunicazione, del marketing che abbiamo immaginato, progettato e realizzato con Filotea, un’azienda artigiana del nostro territorio. Saranno tre giornate formative che gestiremo con Filotea e con il contributo di Synergie, agenzia di lavoro che opera da anni nel territorio. Avranno come obiettivo quello di formare persone che vogliono avventurarsi nel mondo del lavoro mettendosi in prima linea nella conquista e nella gestione dei clienti. L’intento è quello di sviluppare professionalità che siano in grado di acquisire, gestire e trattare i clienti in modi diversi: attraverso il web, la gestione delle relazioni, l’incontro commerciale, la costruzione di un network. Il percorso verrà presentato il prossimo 11 settembre alle ore 17 nello store di Filotea, in via 1° maggio ad Ancona

Il percorso non è fine a se stesso: al termine, Filotea sceglierà una persona da inserire all’interno del proprio organico, inizialmente con un tirocinio di tre mesi al quale potrà seguire un’assunzione nell’area commerciale che comprende non solo la vendita pura e semplice ma più in generale l’acquisizione e la gestione dei clienti anche attraverso tecniche e strategie digitali. A questo evento abbiamo invitato anche altre aziende che potranno, se lo vogliono, conoscere il profilo dei partecipanti al percorso e contattarli per le proprie esigenze. In sintesi si tratta di un’occasione vera per mettere in contatto chi cera e chi offre lavoro in una dinamica che non è solo quella del mercato (“cosa mi offri?” contro “cosa sai fare?”), ma di maggiore conoscenza reciproca e di incontro fondato sulla condivisione di competenze, visioni e aspettative.

Tutte le informazioni per partecipare al percorso (l’evento dell’11 settembre è libero, gratuito e senza prenotazione) le trovate in questa nostra pagina dedicata, ma il consiglio è quello di venire martedì 11 settembre da Filotea (scopri dov’èper avere la possibilità di chiarire tutti gli aspetti del percorso, le modalità di partecipazione, i temi della formazione e fare tutte le domande che volete per chiarire ogni dubbio. 

 

Che lingua stiamo parlando?

Il nostro rapporto con la lingua è quantomai controverso, soprattutto da qualche tempo a questa parte. Riduciamo da qualche anno la numerosità di vocaboli, sbagliamo sempre più spesso l’utilizzo di alcune proposizioni (accidenti al “piuttosto che” utilizzato come disgiuntivo), incespichiamo sempre più spesso nella scelta dei tempi verbali (congiuntivo o condizionale?).

Insomma, come direbbe Paolo Villaggio interpretando il personaggio di Fantozzi (che peraltro con l’uso distorto dell’italiano ha giocato parecchio), pare siamo immersi in dubbi atroci ogni volta che parliamo, scriviamo o comunque ci esprimiamo in italiano. A questo bisogna aggiungere che ci facciamo troppo spesso condizionare (non so se sia il termine giusto) dall’inglese o, meglio, dal suo utilizzo mescolato ed errato con l’italiano come spiega Annamaria Testa nello speech (ops, ci sono cascato anche io!) che potete vedere anche in fondo a questo articolo.

Qual è il problema di noi italiani con la lingua? Che lingua stiamo parlando? e come, per quello che ci interessa, questa cosa influenza e determina anche le nostre scelte professionali? La risposta a queste domande non è facile. Anche perché, la faccenda si potrebbe affrontare anche da un altro lato come fa Anna Momigliano in questo articolo comparso su Rivista Studio ad aprile scorso: noi italiani, in genere e nella media, conosciamo poco la lingua inglese che preferiamo imparare e praticare con pressapochismo, poca scioltezza e molta improvvisazione (che, a volte, è davvero l’arma vincente). Però capita che molti bandi di lavoro, anche pubblici, richiedano la conoscenza di questa lingua ma capita anche che la scuola dell’obbligo non lo insegni quanto serve. Il fatto che in alcune conferenze, relatori con titoli altisonanti non facciano altro che innondare i propri discorsi con parole come trust, score, shift, book, reputation, dis-trust (solo per citare alcuni termini che ho sentito con le mie orecchie) è dovuto proprio alla mancata conoscenza della lingua. e direi pure della lingua italiana prima ancora di quella inglese.

Come dovremmo comportarci? Scrivo la mia, con la forte convinzione che è solo un’opinione e non una regola o un insegnamento. Non utilizzare le giuste congiunzioni o sbagliare i congiuntivi (oppure sostituirli con tempi verbali più semplici) non ci fa fare una bella figura anche se non ce ne accorgiamo e, ahimè, anche se non sempre se ne accorge chi ci ascolta. Usare l’inglese per sembrare belli e importanti non fa “figo” (chissà, è un neologismo o una bruttura questo termine?) ma solo sciatti, impreparati e, se mi passate il termine, un po’ coatti. Quando ci proponiamo nel mondo del lavoro e dobbiamo o vogliamo raccontare le nostre competenze sarebbe bene che lo facessimo nella lingua più consona a chi ci ascolta o a chi indirizziamo i nostri scritti (che siano mail, lettere motivazionali, relazioni, ecc.): l’italiano con gli italiani, l’inglese con i gli anglosassoni e via discorrendo. Se non siamo sicuri di quel che scriviamo (e, lasciatemelo dire, fatevi venire più dubbi del normale, è conveniente!) possiamo sempre farci aiutare (per esempio, all’Informagiovani, una mano ve la possiamo dare in un paio di lingue almeno).

Il tema poi è ampio e diversificato tanto che ci torneremo anche con la nostra iniziativa BeSmart, nel suo secondo appuntamento del prossimo 26 ottobre (e questa notizia è un’anteprima assoluta!): uno dei temi che affronteremo sarà proprio quello della lingua, perché ci sembra che questa rappresenti una di quelle competenze da curare e valorizzare. La lingua che parliamo (nel senso più ampio di questo termine) non racconta soltanto quello che vogliamo dire quando la utilizziamo, ma parla anche di noi, della nostra storia, della nostra cultura: abbiamone cura!

PS: l’immagine di questo post non ha nulla a che fare (credo) con la lingua, ma ci serve per segnalarvi che questo blog va in vacanza fino alla fine di agosto, buona estate!

Offerta di lavoro congrua

L’offerta di lavoro congrua è quella che viene fatta ai percettori dell’Assegno di Ricollocazione all’interno del progetto personalizzato per il reinserimento nel mondo del lavoro e che non può essere rifiutata dal lavoratore, pena la perdita dello stato di disoccupazione e dell’eventuale indennità che percepisce (come la NASPI).

Quando un’offerta di lavoro si può considerare congrua?

A questa domanda ha risposto il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, attraverso il Decreto 10 aprile 2018 che stabilisce i parametri di congruità, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale Serie generale n. 162 del 14 luglio 2018, in ottemperanza a quanto previsto dagli articoli 3 e 25 del Decreto legislativo 14 settembre 2015, n. 150, che contiene le “Disposizioni per il riordino della normativa in materia di servizi per il lavoro e di politiche attive’.

Il punto di partenza della normativa è lo stato di disoccupazione: “sono considerati disoccupati i soggetti privi di impiego che dichiarano, in forma telematica, al sistema informativo unitario delle politiche del lavoro di cui all’articolo 13, la propria immediata disponibilità allo svolgimento di attività lavorativa e alla partecipazione alle misure di politica attiva del lavoro concordate con il centro per l’impiego”.

Lo stato di disoccupazione, e la contestuale iscrizione al Centro per l’impiego (CIOF), del lavoratore licenziato, dimesso o inoccupato, serve ai fini del riconoscimento dello stato di disoccupazione NASPI, DIS coll, ASDI o per l’assegno di ricollocazione.

L’iscrizione al Centro per l’impiego è quindi determinante per ottenere i trattamenti economici di disoccupazione. Al Centro per l’Impiego si può iscrivere chiunque abbia compiuto 16 anni (o 15 se ha terminato le scuole dell’obbligo) e se è in stato di disoccupazione o inoccupazione purché si sia residenti o domiciliati in una provincia italiana.

Per accedere alle prestazioni a sostegno della disoccupazione, finalizzate principalmente a favorire il reinserimento lavorativo dei soggetti interessati, i disoccupati devono sottoscrivere un patto di servizio personalizzato presso il Centro per l’Impiego di riferimento. Questo contratto contiene una serie di condizioni che il disoccupato deve rispettare per mantenere lo stato di disoccupazione e le prestazioni a suo favore, che comprendono la responsabilità di accettare congrue offerte di lavoro che dovessero presentarsi durante il periodo di disoccupazione.

I principi utilizzati per definire un’offerta di lavoro congrua sono:

  • la coerenza tra l’offerta di lavoro e le esperienze e competenze maturate;
  • la distanza del luogo di lavoro dal domicilio e tempi di trasferimento mediante mezzi di trasporto pubblico;
  • la durata dello stato di disoccupazione.

Tenete quindi presenti questi parametri quando vi propongono un’offerta di lavoro.

Tutta questione di pubbliche relazioni

Come si trova lavoro? Risposta facile: grazie alle conoscenze. E poi, come ripetiamo senza mai stancarci, rircordiamo sempre che questo non vuol dire farsi raccomandare, bensì avere una rete di contatti attraverso i quali possiamo scoprire opportunità e occasioni che vanno oltre gli annunci di lavoro. Eh sì, ci sono anche le raccomandazioni, ma su quelle non possiamo fare niente se non dire che il più delle volte danno vita a posti di lavoro discutibili e sperare che con il tempo scompaiano del tutto.

A questo punto la domanda diventa: come si costruisce una rete? Ci sono due strade da percorrere (con molte cose in comune). La prima e forse oggi più facile riguarda i social network. Le piattaforme che ci permettono di metterci in contatto con altre persone, anche lontane hanno un duplice vantaggio: il primo, appunto, è quello di tenere rapporti con persone che altrimenti sarebbero pressoché irraggiungibili (magari anche solo perché non avremmo tempo di affrontare la distanza che ci separa da loro). Il secondo riguarda la costanza o il mantenimento della relazione (anche se spesso è un legame debole): l’abitudine di scrollare con il dito la timeline di un social network con una certa frequenza (ossessiva a volte) ci garantisce un costante aggiornamento su quello che fanno gli altri, le loro attività, i loro pensieri, le eventuali discussioni in comune. Utilizzare i social network (meglio se quelli dedicati alla vita professionale, come Linkedin) ci permette di mantenere attiva una rete di contatti che potrebbero esserci utili nello sviluppo della nostra vita professionale.

C’è anche una seconda strada da percorrere dicevo poco sopra. Quella dei contatti personali e diretti, fisici che possiamo (e dovremmo) mantenere vivi partecipando a eventi, mostre, fiere, congressi e qualsivoglia altra forma di aggregazione di persone per motivi professionali. A volte, a dir la verità, vale anche l’aperitivo; che peraltro è il modo con cui diverse organizzazioni che si occupano di networking utilizzano per far incontrare persone che poi discutono di affari (nel senso più lato del termine). Questi appuntamenti spesso sono importanti perché, anche nell’era dei social media e della relazione digitale, una stretta di mano unita ad un sorriso marcano in maniera molto più evidente una conoscenza, un rapporto, una relazione a cui potremmo dare l’etichetta di “business”.

Le due strade che ho indicato per la costruzione di un network (quella digitale e quella fisica) hanno entrambe un comune denominatore: hanno bisogno di una buona attività di pubbliche relazioni. Un’attività che è sempre stata decisiva ma che lo è ancora di più quando i mercati e i contesti sono più competitivi (leggi: quando, per esempio, i soggetti che cercano un lavoro sono in aumento). Fare le PR (pi-àr, come pronunciano quelli che, stoltamente, scadono in un appariscente quanto inutile inglesismo), significa avere la capacità di intrattenere buoni rapporti con gli altri; riuscire a portare avanti (qualche volta ad iniziare) una buona conversazione su un tema comune ai partecipanti; saper parlare in pubblico in maniera decorosa se non elegante; conoscere modi e maniere per chiedere un numero di telefono, fissare un appuntamento, distribuire biglietti da visita, contattare senza disturbare, farsi conoscere senza essere invadenti, farsi ricordare ma nel modo giusto. Sembra quasi un manuale di bon ton (buono tono) e di fatto lo è. Prendo a prestito una definizione che trovato in questo post per spiegare un ultimo punto: “Le pubbliche relazioni consistono nell’attività comunicativa non commerciale dell’azienda verso il pubblico e verso soggetti influenti con finalità di miglioramento della reputazione aziendale”. Qui si parla di aziende (le PR le fanno anche loro!) ma credo che, mutatis mutandis (anche se c’è davvero poco da cambiare), sia una definizione che contiene un giusto suggerimento anche per chi si sta muovendo nel mercato del lavoro. Quando fate pubbliche relazioni, sui social o fisicamente, non vi state vendendo. Ma costruite, un poco alla volta, la vostra reputazione. E quella sì, che vi servirà per venedervi.

Alla scoperta delle smart skill con “Be Smart!”

L’8 giugno è una data importante, perché impareremo insieme come prepararci ai lavori del futuro: all’Informagiovani di Ancona ci aspetta infatti “Be Smart!”, un viaggio alla scoperta delle nuove smart skill, le competenze “intelligenti” che ci aiutano a diventare più competitivi nella vita e nel lavoro.
Cosa sono le smart skill? Abbiamo ribattezzato così le cosiddette competenze trasversali: non quelle che apprendiamo attraverso lo studio specialistico o focalizzandoci su una materia specifica, ma quelle che ci appartengono in quanto persone. Saper parlare in pubblico, possedere un metodo di lavoro, sapersi organizzare, sono tutti esempi di competenze trasversali. Anche se in parte si tratta di caratteristiche legate alla nostra personalità, non significa che non possiamo coltivarle e migliorarle costantemente, perché esistono strumenti e tecniche per farlo.

Il primo motivo per cui veniamo presi in considerazione per un posto di lavoro è che possediamo le competenze specifiche richieste: sono le cose che conosciamo e che sappiamo fare che ci rendono candidabili per un determinato lavoro. Poi c’è il motivo per cui veniamo scelti, e qui entrano in gioco le competenze trasversali: per tutti i lavori che ci troveremo a svolgere, verosimilmente verremo scelti non solo per quello che sappiamo fare, ma anche per quella particolare caratteristica che ci distingue, perché su quella qualità peculiare il nostro futuro datore di lavoro potrà riporre la sua fiducia.
Le competenze trasversali servono per adattarci ai nuovi contesti, a renderci più competitivi, a intuire quali sono i cambiamenti in atto in un mondo del lavoro sempre più mutevole ed esigente.

Non esiste una lista codificata di soft skill: nel selezionare le competenze “intelligenti” da approfondire a “Be Smart!” abbiamo effettuato una scelta, una selezione ragionata di quelle che riteniamo oggi più strategiche e utili da approfondire. L’altro criterio che ci ha guidato nella progettazione di questo evento è stata la scelta dei relatori: non volevamo accontentarci di professionisti che sapessero descrivere una competenza trasversale, volevamo innanzitutto dei testimonial di quella competenza. I sette professionisti che interverranno l’8 giugno ci racconteranno quindi non solo in cosa consiste quella competenza, ma anche come essa ha avuto un impatto sulla loro vita personale e professionale.

A oggi i posti per Be Smart! sono esauriti, ma vi invitiamo a tenere d’occhio la pagina dedicata all’evento nel caso in cui nei prossimi giorni qualcuno rinunciasse al proprio biglietto d’ingresso gratuito. Ci teniamo comunque a dire che “Be Smart!” è un progetto che non si esaurirà con l’incontro dell’8 giugno, ma avrà diverse declinazioni e un respiro più ampio: diventerà innanzitutto un prodotto editoriale, dove cercheremo di documentare l’incontro, integrando gli interventi con interviste ai testimonial, schede tematiche e approfondimenti specifici.
A chi non fosse riuscito a riservare il proprio posto: tranquilli, stiamo già pensando di riproporlo in un prossimo futuro, magari con una formula diversa. Non possiamo anticipare ancora nulla, ma lo faremo non appena avremo qualche coordinata in più a riguardo.
Una cosa è certa: per noi “Be smart!” non è un appuntamento isolato, ma l’inizio di un percorso, dove cercheremo di proporre delle occasioni nuove e uniche per andare “alla scoperta delle competenze per i lavori del futuro”.

smart soft skill

Soft skill intelligenti

Quest’anno volevamo tornare a scuola (ahimè non più da alunni) a parlare con i ragazzi e le ragazze di lavoro, professioni, carriera, opportunità e futuro. L’occasione ce l’hanno data alcune insegnanti dell’Istituto Savoia Benincasa di Ancona quando ci hanno chiesto: ci venite a spiegare quali saranno i lavori del futuro? A dir la verità la nostra risposta è stata “NO”. Ma abbiamo dato anche una motivazione che spiego anche qui brevemente. Il fatto è che per dire a giovani di 15/17 anni che lavoro faranno tra dieci anni dovremmo essere non solo molto bravi ma anche molto fortunati: il mondo cambia così velocemente che chi fa previsioni, anche sulla base di conoscenze e competenze fondate, rischia davvero di prendere grandi abbagli e dire sostanzialmente delle cose che assomigliano più all’astrologia che non ad un’analisi oggettiva. Per cosa poi? Se scoprissimo che servono un tot di bioingegneri ci butteremmo tutti a fare quello? I ragazzi si iscriverebbero in massa alla facoltà giusta? Secondo me, no.

Ecco perché abbiamo fatto un ragionamento diverso. Ma invece che tentare di indovinare che lavoro troveremo, perché non diciamo che competenze ci serviranno per il mondo che troveremo? La vera risposta e la proposta che abbiamo fatto alla scuola è stata quella di un workshop (laboratorio) per scoprire quali sono e come utilizziamo le nostre soft skill (competenze trasversali). Abbiamo così ideato il format Smart Soft Skill, che possiamo ripetere anche in altre scuole. Che cosa sono e perché secondo noi sono importanti le soft skill? Diversamente dalle hard skill (nemmeno a dirlo) che sono le competenze tecniche specifiche (per fare un esempio cose come sapere come si costruisce una casa, redige un bilancio, traduce un libro, ecc.), le soft skill sono quelle che utilizziamo per dare uno “stile” alle cose che facciamo, raccontano come affrontiamo i problemi e come ci relazioniamo con gli altri, adattandoci alle situazioni e ambientandoci in luoghi diversi. Le soft skill sono le competenze che ci aiutano a comunicare, gestire il tempo, avre idee, trovare soluzioni. Perché sono importanti?

Le soft skill sono importanti perché ci aiutano a trovare lavoro? Sì, anche se da sole non servono a nulla. Chiarisco. Le hard skill, che tutto sommato sono le competenze che acquisiamo prevalentemente nell’ambiente formativo (scuola e università) rappresentano, oggi, la base per la quale veniamo presi in considerazione: senza queste, non abbiamo la possibilità di scrivere un cv che abbia qualche chance di finire sul tavolo di qualcuno che può assumerci. Ecco, le hard skill, ci danno quella possibilità. Le soft skill invece, spesso, sono quelle che ci fanno scegliere, quelle che fanno sì che tra tutti i cv che finiscono su quello stesso tavolo, il nostro sia associato alla faccia di quella persona sveglia, attenta, perspicace, determinata e volitiva. Ambientarsi facilmente, non resistere al cambiamento, riuscire a parlare con tutti, organizzare cose e persone sono tutte abilità molto apprezzate da chi deve assumere qualcuno. Se consociamo queste competenze e cominciamo a utilizzarle nel modo giusto diventiamo smart, come dicono nel mondo anglosassone: un mix di intelligenza, perspicacia, un po’ di furbizia e anche un po’ di metodo. Inomma, personcine di una certa qualità 🙂

Personalmente sono persuaso che le smart soft skill (come il nome che abbiamo dato al nostro laboratorio) siano in grado di farci ottener un altro risultato: intuire in anticipo, vedere e costruire il futuro in maniera più attenta e curata di tante previsioni che possono raccontarci gli altri. Per un semplice motivo: non c’è un futuro del lavoro, ma c’è il futuro del nostro lavoro, quello di ciascuno di noi. Il prossimo 8 giugno ce lo spiegheranno bene i 7 testimonial che abbiamo scelto per raccontare come essere smart: c’è un appuntamento che non si può perdere e che si chiama Besmart!, vi aspettiamo!

 

Un lavoro ben fatto

La prossima settimana si festeggia, come ogni anno, il lavoro. Il primo maggio, per una nazione come la nostra la cui Costituzione recita che è una Repubblica fondata sul lavoro, è una festa che non si può mancare. Sulle origini di questa festa ci sono diverse teorie, anche se in ogni caso la festa è in onore di persone che si sono sacrificate per ottenere diritti universali nel contesto lavorativo. Ma, al di là delle origini, che tipo di lavoro festeggiamo?

Questo, lo abbiamo detto più volte, è un tempo di grandi trasformazioni e di una specie di rivoluzione (che tutti ci auguriamo sia poi un’evoluzione). Ma, per quel che ne riusciamo a capire adesso, sembra proprio che molte delle certezze che avevamo non esisteranno più nel futuro: uno dei primi ad andarsene è stato il posto fisso, poi qualche carriera sicura (vogliamo parlare dei bancari?), le garanzie di un reddito in costante crescita, la stabilità di qualche grande azienda. Ma se sono andate, o se ne stanno andando, anche la scarsità delle opportunità, la mancanza di informazioni, alcuni privilegi ingiustificati. Ma la domanda è: che cosa rimane? Che cosa vorremmo che rimanesse del lavoro?

Personalmente una risposta l’ho trovata nel Manifesto del Lavoro Ben Fatto, pubblicato da Vincenzo Moretti un paio di anni fa. Questo elenco di argomenti ha l’intenzione di stabilire quali sono le caratteristiche che distinguono un lavoro fatto con cura, indipendentemente dalle mode, dai tempi e dalle rivoluzioni (o evoluzioni). Leggetelo, perché è un modo non solo di tornare ad apprezzare il lavoro come espressione delle proprie potenzialità, ma penso che possa essere una buona guida per analizzare il proprio lavoro oppure per cercare quello che vorremmo.

Mi piace qui riportare tre delle “regole” del manifesto che mi sono piaciute di più. La prima dice che “qualsiasi lavoro, se lo fai bene, ha senso”; la seconda che “nel lavoro tutto è facile e niente è facile, è questione di applicazione, dove tieni la mano devi tenere la testa, dove tieni la testa devi tenere il cuore”; la terza (della mia personale classifica, settima nel manifesto) dice che “il lavoro ben fatto non può fare a meno dell’amore per quello che si fa e del piacere di farlo”. Tutte le altre, sono 52 in tutto, le potete leggere nel link che ho postato qui sopra.

Non mi rimane che augurarvi buon primo maggio e buona festa del lavoro ben fatto!

Informagiovani, non solo informazioni

Che cosa fa il servizio Informagiovani? La risposta che siamo soliti è dare è molto semplice: facciamo informazione e orientamento; informazione significa che distribuiamo notizie e orientamento che tra quelle notizie vi aiutiamo a scegliere quelle che vi servono. Questa definizione ci sta un po’ stretta però. So benissimo che ci sono ancora persone a cui dobbiamo spiegare che l’Informagiovani NON è un’associazione di volontariato, ma un servizio pubblico (gestito da un privato) fatto da professionisti; che l’Informagiovani NON è un club a cui ci si può iscrivere per avere vantaggi esclusivi, ma che è aperto a tutti in maniera libera e gratuita; che l’Informagiovani NON è un’agenzia di lavoro che colloca o, come qualcuno spesso ci chiede, “trova un posto di lavoro”.

L’Informagiovani di Ancona, nome che peraltro inganna sulla tipologia di persone che lo frequentano, è un punto di riferimento per molti nella città: persone e turisti di passaggio, giovani in cerca di lavoro e opportunità per la loro crescita, uomini e donne di altre nazioni in cerca di informazioni e supporto, una serie di accaniti “lettori” di giornali e via dicendo. L’Informagiovani è un luogo, non solo fisico, dove vorremmo le persone si incontrassero, confrontassero, conoscessero qualcosa di nuovo. Per questo motivo, oltre a continuare a dare informazioni, creiamo continuamente occasioni di incontro, che chiamiamo eventi (forse sull’onda lessicale feisbookiana).

Le prossime settimane saranno intense da questo punto di vista. Appena dopo il week end, il prossimo 24 aprile il tema sarà il lavoro con un evento dedicato ai servizi delle agenzie di lavoro (e realizzato con una di loro, Synergie). Il tempo di un giorno di pausa e parleremo ancora di multiculturalità e contaminazione con un appuntamento, il 26 aprile, dedicato alle possibilità di ospitare uno studente straniero. Per chi sogna di andare lontano, il 22 maggio “atterreremo” in Australia, con un evento dedicato alle possibilità di trasferirsi nel Paese che sta ai nostri antipodi. E poi ci sono gli appuntamenti di NOIleggiamo, il nostro format dedicato alla presentazione dei libri: il primo appuntamento è per il 12 maggio con la “Spiegazione di George Silverman” di Dickens (chiaramente non ci sarà lui, ma la traduttrice di questo racconto, che è una marchigiana piena di passione per la lingua e la letteratura).

Ma non ci sono solo gli eventi che facciamo “in casa”, ma anche quelli che portiamo nella scuola: a maggio saremo ospiti dell’Istituto Savoia Benincasa con un format tutto dedicato alle competenze trasversali: sarà un workshop a tutti gli effetti per imparare perché nel mondo non è importante solo quello che sai fare ma anche come lo sai fare. E infine, l’8 giugno proveremo a dire qualcosa di originale sui temi dell’orientamento professionale con un appuntamento che ha un titolo che tutto un programma: Be Smart! Insomma, con la primavera arrivano un sacco di cose belle, sarete dei nostri?

Il mondo del lavoro sta cambiando

Forse è finito il tempo della flessibilità? Siamo pronti ad una nuova era e a un nuovo paradigma? Qualcosa nel mondo del lavoro sta cambiando e lo sta facendo lentamente come qualche volta accade con i cambiamenti che diventano rivoluzioni. Che le cose non siano più come una volta ce ne siamo accorti da un po’, ma forse fatichiamo un po’ di più a immaginare e capire come saranno nel futuro. Forse mi sbaglio ma mi sembra di poter dire che sta finendo il tempo dell’incertezza, dell’insicurezza e dello smarrimento e stiamo entrando in un tempo di maggiore consapevolezza della trasformazione che c’è stata negli ultimi anni. Provo a spiegarmi meglio con qualche esempio.

La scorsa settimana a Bologna durante il Festival del Lavoro Nobilita, ho ascoltato un dibattito sul lavoro da freelance: la cosa che ho notato, al di là della retorica della libertà (spesso finta) di questo tipo di lavoro, è che ci sono scelte di autonomia e instabilità (professionale, anzi contrattuale) che si fanno per scelta convinta e con una visione che va oltre la necessità di trovare un posto di lavoro. Anzi, in molti casi il posto nemmeno c’è perché quella dei freelance può essere anche una scelta di mercato, di visione, di opportunità da cogliere. Poi chiaramente ci sono le finte “partite IVA”, le scelte obbligate dettate solo dalla contingenza; ma c’è la possibilità anche di vedere e andare oltre, partendo con poco. A me pare che questo sia un modo intelligente, e coraggioso, di rimettere al centro la persona con la sua professionalità: a farlo non è più, come un tempo, la sicurezza del posto fisso, ma la visione del mondo dell’individuo e la sua capacità di vedere e sfruttare i cambiamenti.

Ci sono esempi anche sul versante delle imprese. Aziende come Toyota, pur essendo molto concentrate sulla tecnologia, hanno capito che a dare valore ai loro prodotti sono le persone. Il Presidente di Toyota ogni anno premia il miglior saldatore tra tutti quelli che lavorano nel mondo nei suoi stabilimenti. Nell’epoca in cui le macchine si guideranno da sole grazie allo sviluppo tecnologico, questa impresa premia il più artigianale dei lavori che ha al suo interno? Forse non crede nello sviluppo tecnico? Nostalgia del passato? Il motivo è al tempo stesso meno romantico e più profondo: anche quelli di Toyota hanno capito che al centro devono tornare le persone. Ci sono imprese poi che stanno sperimentando metodi organizzativi non gerarchici, come la olocrazia, un metodo secondo il quale a prendere decisioni non sono più i capi di una struttura gerarchica ma i membri della stessa struttura organizzati in maniera diversa. E se è vero che questa cosa non semrpe funziona al meglio, come nel caso dell’azienda americana Medium, è al tempo stesso innegabile che sono comunque tentativi di spostare il baricentro dell’attenzione, degli interessi e della governance (per utilizzare un termine alla moda) sulle singole persone.

Il messaggio che a me pare di poter cogliere da tutti questi movimenti è che le persone torneranno al centro nel mondo del lavoro come lo erano una volta per intensità ma con modalità molto diverse. Rimangono il fattore produttivo (che brutta parola!) determinante. Per esserlo non basta più, ahimè, avere la fortuna di occupare un posto, ma è necessario sviluppare delle competenze. Di questo tema torneremo a parlare presto perché stiamo giusto organizzando in questi giorni un evento di prossima realizzazione dedicato alle competenze che ci serviranno per fare i lavori dle futuro: noi le abbiamo chiamate smart skill e ve le presenteremo con alcuni testimonial d’eccezione. Come si dice in questi casi, stay tuned!

Un incentivo alla creazione di impresa

Sempre più spesso i giovani, e non solo, prendono in considerazione la possibilità di aprire un’attività in proprio per i motivi più disparati: la difficoltà a trovare lavoro la perdita del lavoro, la possibilità di usufruire di agevolazioni/finanziamenti.

Certamente il percorso che porta alla creazione di una nuova attività imprenditoriale è lungo e difficile ma di fronte ad un mercato del lavoro sempre più difficile molti accettano di sfidare la sorte.

In effetti chi decide di mettersi in proprio non sa a priori come andranno le cose ma sicuramente si può seguire un iter utile a raggiungere l’obiettivo.

Generalmente l’iter prevede 5 fasi: valutazione delle attitudini imprenditoriali, definizione dell’idea imprenditoriale, analisi del mercato e del prodotto, organizzazione dell’azienda e redazione del piano d’impresa.

Come sempre il punto di partenza sono le nostre passioni e le nostre attitudini ma questo non è sufficiente se slegate dal contesto in cui vogliamo operare.

Occorre, infatti, osservare la realtà economica locale e nazionale, l’arena competitiva, il mondo del lavoro e le sue richieste per rendersi conto dell’effettivo potenziale di mercato del prodotto o servizio da lanciare.

È quindi di fondamentale importanza produrre in base alle esigenze del consumatore e non produrre qualunque cosa – anche se di qualità – e poi cercare di venderla al consumatore.

Fondamentale poi è la valutazione dei costi che il proprio progetto imprenditoriale comporta. Per questo motivo spesso le regioni emettono bandi pubblici che concedono finanziamenti e/o agevolazioni per l’avvio di nuove imprese.

In questo senso va l’avviso pubblico emesso dalla Regione Marche che concede incentivi alla creazione di studi Professionali, singoli e/o associati e dei liberi professionisti, aventi sede legale e/o sede operativa nel territorio regionale.

L’avviso pubblico è rivolto ai soggetti con un’età minima di 18 anni, residenti e/o domiciliati (da almeno 3 mesi) nella regione Marche, iscritti come disoccupati, ai sensi del D.lgs 150/2015, presso i Centri per l’Impiego, l’Orientamento e la Formazione (CIOF).

I contributi sono concessi per un importo massimo fino a 30.000,00 euro.

Le domande di richiesta contributo vanno presentate entro il 12 aprile 2018.

professioni sanitarie irlanda UK 2018

Informazioni e recruitment per le professioni sanitarie

Tra le professionalità più ricercate in paesi verso cui molti giovani vorrebbero emigrare, come UK e Germania, ci sono tutte quelle legate al settore sanitario e assistenziale.

Il generale innalzamento dell’età media e l’aspettativa di vita sempre più lunga che interessano soprattutto i paesi occidentali comportano una crescente necessità di personale dedicato all’assistenza di persone anziane con varie patologie. Questo significa che per chi sta studiando nel settore sanitario o ha già una preparazione professionale ha buone opportunità di lavoro in vari paesi.

I servizi per il lavoro del Regno Unito, ad esempio, segnalano nella shortage occupation list ufficiale (cioè un elenco di professioni per le quali nel paese non si trovano lavoratori) proprio le professioni sanitarie, cioè i medici con varie specialità, gli addetti all’assistenza alla persona a tutto tondo e gli infermieri. Diversamente dall’Italia, sia le strutture pubbliche che quelle private assumono personale prevalentemente rivolgendosi ad agenzie specializzate nella selezione di personale sanitario.

Gli studenti e i laureati delle università italiane, in questo ed altri settori, sono molto apprezzati per la loro preparazione, e ogni anno diverse agenzie da vari paesi europei girano le città universitarie e partecipano a fiere ed eventi specifici per conoscere potenziali candidati da assumere.

Ed è proprio con questo scopo che abbiamo organizzato, per venerdì 23 marzo, un evento di informazione e reclutamento dedicato agli studenti, ai laureandi e ai neolaureati delle Facoltà sanitarie dell’Università Politecnica di Ancona, in collaborazione con l’agenzia Jark Recruitment Belfast.

Le posizioni offerte sono in Irlanda del Nord e UK e riguardano infermieri, fisioterapisti, ostetriche e altre specializzazioni mediche, ma anche OSS e addetti all’assistenza alla persona.

L’agenzia offre anche la possibilità agli studenti di svolgere un tirocinio estivo retribuito come care assistant, della durata di due mesi, un’ottima opportunità per migliorare il livello di conoscenza dell’inglese, sperimentare un contesto lavorativo nuovo, fare un’esperienza professionale e umana formativa.

L’evento si terrà qui all’Informagiovani di Ancona, la partecipazione è gratuita e qui c’è il form per iscriversi e assicurarsi un posto in sala, a presto!