Questione di opinioni

La tecnologia in generale e quella digitale in particolare ha un difetto (tra gli altri potrebbe dire qualcuno) che è anche un handicap per il suo sviluppo ulteriore (non è mai abbastanza!). Il difetto è questo: essere, tendenzialmente, ripetitiva e ciclica. Mi spiego meglio: le macchine apprendono attraverso un processo matematico, estremamente e rigidamente logico. Uno o zero, positivo o negativo, vero o falso, bianco o nero. E con questo principio poi apprendono tutto il resto (in maniera vertiginosamente veloce).

La questione è che non sempre, per noi umani, una sequenza vero/falso è “educativa”. Per intenderci non è detto che, per esempio, quando sbagliamo, vogliamo la volta successiva cambiare comportamento e viceversa. Faccio un esempio che aiuta anche a capire dove voglio arrivare. Se oggi compro un libro giallo non è detto che vorrò leggere libri gialli per il resto della mia vita solo perché il primo che ho letto mi è piaciuto. Potrei voler cambiare per una serie di motivi (o anche solo uno) che non dipendono dalla verifica logica della precedente esperienza. Anche voi adesso, come me, state pensando a quello che accade con i logaritmi di Amazon? 🙂

Ma la questione è valida anche quando navighiamo senza acquistare nulla, ma semplicemente stiamo leggendo i post sui social network o “googoliamo” alla ricerca di qualcosa che ci interessa. Dall’altra parte una macchina analizza il nostro comportamento cercando poi di prevedere o suggerirci il futuro. Se da una parte questo ci aiuta a trovare più facilmente quello che cerchiamo ed essere vicini agli “amici” che maggiormente apprezziamo, dall’altra limita un po’ troppo il nostro orizzonte. Questa costrizione è stata chiamata bolla: viviamo, cioè, all’interno di un contesto limitato dai logaritmi che studiano il nostro comportamento e che ci costringono sostanzialmente a trovare sempre e soltanto conferma alle nostre opinioni, a rafforzare le nostre convinzioni, inasprire i nostri pregiudizi.

Voi direte che, però, su Facebook è molto presente la polemica, la discussione aspra ed anche il forte contrasto; che, insomma, quella è una specie di piazza in cui ognuno può dire quello che vuole. In realtà però anche il contrasto di opinioni, se mal post, ci fa rimanere nella stessa bolla. “Studi psicologici hanno dimostrato che le persone manifestano un “pregiudizio di conferma”: significa che se hanno un’opinione su una certa tematica, questa loro convinzione sarà rafforzata dalle argomentazioni faziose provenienti da entrambe le parti del dibattitoscrive Tyler Cowen in un interessante articolo riportato da Il Post.

Come facciamo ad uscire da questa bolla? Nello stesso articolo Tyler propone una soluzione: “Bryan Caplan della George Mason University ha elaborato quello che chiama “il test di Turing ideologico”. Il test di Turing originale serve a verificare se le risposte date da un computer sono indistinguibili da quelle di un essere umano. L’obiettivo di un test di Turing ideologico è vedere se siete in grado di scrivere l’argomentazione di un sostenitore di Trump o Clinton, o comunque di un punto di vista contrario al vostro, in un modo che risulti indistinguibile da quello dei loro veri sostenitori.” E voi, sareste in grado si sostenere una posizione a voi contrario per mettere alla prova la vostra capacità critica?

Ci vediamo nel 2017

In questi giorni, fatta la salva la cronaca (ahimè), gli argomenti più gettonati sono le analisi dell’anno che è passato oppure le previsioni su quello che verrà. Non mi piace essere banale, ma qualcosa di simile vorrei farlo anche io nel chiudere, con questo post, un anno di attività dell’Informagiovani.

Il 2016 non è stato per la nostra equipe un anno come gli altri: abbiamo rinnovato il contratto che ci permette di gestire questo servizio per un altro periodo. Come dire, Babbo Natale, che esiste, per noi era arrivato già a giugno (ma gli avevamo scritto una bella lettera e, soprattutto, abbiamo fatto veramente i bravi).

A parte questa nota un po’ più formale, abbiamo cercato durante tutto l’anno di lavorare per proporre cose nuove: i corsi di informatica di base (ABC per il PC), gli eventi e i workshop tematici (circa 20, di cui alcuni in lingua inglese), le iniziative di maggior carattere culturale (come #atuttoschermo e #NOIleggiamo) che non solo ci hanno permesso di proporre contenuti nuovi ma anche di poterlo fare coinvolgendo alcuni di voi (e le porte sono sempre aperte). Certo, non tutto è andato perfettamente e siamo anche consapevoli che alcuni di voi che ci hanno incontrato forse non sono pienamente soddisfatti. Ma quello che ci fa comunque fare una valutazione positiva del 2016 è che abbiamo imparato cose nuove, scoperto persone diverse, trovato idee da sviluppare prossimamente. A volte i risultati non sono il raccolto, ma la semina.

Noi siamo pronti quindi per il 2017: partiamo carichi o perlomeno lo saremo dopo qualche giorno di pausa (a proposito, davvero pochi perché durante il periodo di Natale chiuderemo i giorni festivi e i pomeriggi di lunedì e martedì). Che cosa ci riserverà il 2017? Sono convinto che il digitale (che è anche lo spazio in cui io sto scrivendo e qualcuno leggerà) sarà sempre al centro della nostra quotidianità, continuando a compiere quella trasformazione iniziata da un po’ ma dei cui effetti più profondi facciamo fatica a renderci conto. Intelligenza artificiale, droni, tecnologia indossabile, realtà mista, aziende agricole intelligenti, bot, la paura di essere offline, biointerfacce, reddito di cittadinanza, consolidamento dei media, riconoscimento facciale, fragilità digitale sono alcuni dei temi individuati da Future Today Institute.

Quanto queste “stranezze” ci coinvolgeranno direttamente? Credo in alcuni casi molto più di quanto possiamo immaginare. Il mio augurio è che possiamo farci coinvolgere senza essere travolti. Senza, soprattutto, dimenticarci che siamo persone e, almeno ancora per un po’, abbiamo bisogno di star bene con altre persone.

Il blog si ferma qualche giorno, gli articoli torneranno con il nuovo anno: buone feste!

 

sociale

Biglietto o abbonamento bus a portata di un click

Quante volte vi sarà capitato di non avere a disposizione l’auto e quindi dover prendere l’autobus ad Ancona e dintorni. Ma prima di partire, all’ultimo minuto, vi siete accorti di non aver acquistato il biglietto o aver finito il carnet comprato qualche tempo fa. Il tempo è poco non potete andare in edicola o tabaccheria, magari non avete i soldi in moneta per acquistare il biglietto una volta saliti sul bus.

Il rischio è di perdere l’autobus o viaggiare incorrendo in una salata multa (speriamo non scegliate l’opzione di viaggiare senza biglietto)!

Da qualche mese tutto questo è possibile evitarlo grazie a Conerobus che ha attivato un nuovo servizioInvia un sms e Sali a bordo”. 

Nell’era digitale per usufruire del servizio non è necessario neanche scaricare una App o iscriversi a un sito internet, basta inviare un SMS al numero 4880883 con testo “ATMA”, scritto sia in maiuscolo che in minuscolo. Dopo pochi istanti si riceve un SMS di risposta. Si sale sul bus facendo attenzione a conservare l’SMS che va esibito in fase di controllo. In tal modo si acquista un biglietto urbano al costo di 1,50€, importo scalato dal conto e/o credito telefonico, a cui si aggiunge sempre il costo dell’ SMS che varia a seconda del proprio operatore telefonico. Il biglietto ha validità 100 minuti dalla ricezione dell’SMS.

Se invece state pianificando il vostro tragitto e non vi è comodo andare in rivendita per acquistare il biglietto, potete ricorrere all’app “MyCicero” scaricabile gratuitamente.

È prevista la possibilità di cercare gli orari e le fermate vicine indicando un indirizzo di partenza e di arrivo. Dall’apposita sezione ‘Trasporto’ – ‘Biglietteria’, oppure direttamente dalla soluzione di viaggio scelta acquistate il biglietto.

Si paga contestualmente all’acquisto con Carta di Credito (circuiti Visa e Mastercard), con Bemoov, Satispay oppure utilizzando un borsellino ricaricabile.

Il biglietto acquistato viene scaricato all’interno dell’app nella sezione Trasporto e va obliterato prima di salire a bordo, premendo il bottone ‘Attiva’ nella app oppure inquadrando il Qrcode presente all’ingresso del bus o al suo interno.

Infine anche chi usufruisce dell’abbonamento può risparmiare tempo comprandolo on line. Infatti è possibile acquistare tutti i tipi di abbonamenti, ordinari e studenti, urbano ed extraurbano di durata da 30 giorni a 360 giorni, dal sito Conerobus.

Se sei uno studente nella procedura d’acquisto dovrai obbligatoriamente compilare anche l’autocertificazione on-line, condizione vincolante al buon fine della transazione. Se sei al tuo primo abbonamento puoi caricare i tuoi dati anagrafici e procedere all’acquisto. Riceverai a casa la tessera, alla quale dovrai inserire la tua foto, unitamente all’abbonamento.

L’abbonamento verrà spedito con posta prioritaria all’indirizzo da te indicato nella tessera entro sette gorni. Durante l’attesa è possibile utilizzare la ricevuta di pagamento on-line, spedita immediatamente all’indirizzo e-mail fornito.

Il pagamento avviene, esclusivamente, con carta di credito (VISA o MASTERCARD) e non sono previsti costi aggiuntivi, spese di spedizione sono a carico della Conerobus S.p.A. Per qualsiasi dubbio o disguido è possibile contattare la Conerobus.

Per viaggiare con serenità bastano veramente pochi click prima di avere a portata di mano un biglietto o abbonamento!

Acquisti via smartphone, viaggi aerei compresi!

Se gli acquisti online non sono più una novità per un numero sempre più grande di italiani, la nuova frontiera è l’acquisto di servizi per viaggiare tramite smartphone, con il quale possiamo fare sia piccole spese che acquisti importanti.

Tra i beni o servizi acquistabili, i voli aerei sono senz’altro tra gli articoli più interessanti, soprattutto data la sempre più ampia scelta disponibile, e perché un viaggio aereo può rappresentare una vacanza ma anche l’inizio di una importante esperienza di volontariato o tirocinio all’estero.

Ma come fare a tenere d’occhio costantemente le destinazioni che ci interessano, le occasioni da non perdere dall’aeroporto più vicino, o delle compagnie che usiamo più spesso per i nostri viaggi?
La risposta è semplice e, parlando di smartphone, non può che essere una app!
Al momento ne abbiamo a disposizione diverse in grado di svolgere funzioni ben precise e di rispondere in modo specifico alle esigenze di ogni viaggiatore 2.0.
Friend Compass di Momondo
Questa utile app, grazie alla tecnologia GPS, vi consente di localizzare i vostri amici di Facebook e di conoscere il prezzo del volo più conveniente per raggiungerli. Inoltre l’app vi dirà anche chi di loro abita nelle mete più calde, chi in quelle più fredde e chi si trova a maggiore distanza, per una scelta del prossimo viaggio che tenga in considerazione alche il fattore climatico. Potete anche vedere quali sono gli amici “più economici” da visitare.

Skyscanner
E’ una app di ricerca voli in grado di confrontare in pochi secondi le offerte di centinaia di compagnie aeree in tutto il mondo alla ricerca del volo perfetto per la tua vacanza, permettendo così di risparmiare un sacco di tempo.

Drungli
Drungli non è ancora un’app, ma attraverso questo sito si può scegliere un aeroporto di partenza e indicare il giorno in cui si vuole partire, per avere informazioni su una serie di possibili località di viaggio con relativo costo. Si possono anche abilitare le notifiche via mail per sapere con tempismo quando una destinazione che ci interessa si rende disponibile con un prezzo più conveniente.

Tra le compagnie aeree che hanno una propria app con diverse funzionalità ci sono:
Vueling
Con la app si può prenotare i biglietti quando mentre si è in giro, si può controllare le date delle proprie prenotazioni, tenere sott’occhio le offerte disponibili per i voli low-cost, trovare i numeri del customer service, fare il Check-in on line, e selezionare i posti a sedere all’interno del velivolo.

Easy Jet
L’applicazione EasyJet è utile per cercare, ma anche prenotare e gestire i vostri voli.

Ryan Air
Grazie alla app cercare i voli low-cost, gestire la prenotazione di un volo su uno degli aeromobili dell’azienda irlandese è un’operazione pratica e veloce.

Andare a trovare quell’amica in Erasmus in Danimarca, o l’amico volontario in Brasile non è mai stato così facile!

Crescere in digitale

Crescere in digitale è un Progetto promosso dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali attuato dal Sistema delle Camere di Commercio in partnership con Google, volto a formare giovani NEET (Not Engaged in Education, Employment or Training) che non studiano e non lavorano dai 18 ai 30 anni attraverso training online e sul territorio focalizzati sull’acquisizione di digital skills, e di avviarli a tirocini formativi nelle imprese italiane.

Il progetto si colloca nell’ambito del programma “Garanzia Giovani”; infatti tutti gli iscritti al progetto potranno beneficiare gratuitamente dei corsi di formazione online e tra coloro che supereranno con successo il test di verifica delle competenze saranno individuati coloro che potranno prender parte alle successive fasi del progetto.

Il primo passo da compiere, quindi, è l’iscrizione al portale Garanzia Giovani.

Nello specifico il progetto si articola in quattro fasi:

  1. formazione online attraverso un percorso istruttivo di 50 ore sugli strumenti e le strategie web per le PMI. Il percorso sarà fruibile sulla piattaforma offerta da Google (www.crescereindigitale.it), con contenuti identificati e certificati dal Comitato Scientifico del progetto;
  2. test online sugli argomenti trattati durante i corsi, attraverso un quiz di 100 domande con risposte a scelta multipla;
  3. laboratori di formazione specialistica per avviare i giovani a un tirocinio oppure ad un percorso formativo mirato all’autoimprenditorialità;
  4. tirocinio presso aziende tradizionali da avvicinare al digitale, organizzazioni d’impresa, agenzie web, grandi imprese.

I tirocini, che avranno durata di 6 mesi e saranno indennizzati (500€ al mese) attraverso il finanziamento del programma “Garanzia, mirano a consentire al tirocinante di sperimentare nel contesto operativo del Soggetto ospitante-azienda le nozioni acquisite nel corso “Crescere in digitale” così da applicarle concretamente al contesto aziendale.

Il tirocinante può supportare l’azienda nell’analisi della presenza on line, nell’implementazione e aggiornamento del posizionamento on line, nell’implementazione e aggiornamento della promozione on line, nell’analisi dei risultati e nell’utilizzo dei social media.

Al termine del periodo di tirocinio, l’imprenditore godrà di un incentivo fiscale fino a 6.000 euro per l’assunzione del tirocinante.

Si può aderire al progetto fino al 31/12/2016.

Carta d’identità elettronica, via la carta!

Nella vita quotidiana, molto più spesso del previsto, ci viene richiesta un’attestazione, un riconoscimento della nostra identità, pensiamo alle varie operazioni che ogni giorno svolgiamo: in banca, alle poste, per un acquisto con carta di credito, per viaggiare, ecc…

Il documento d’identità per eccellenza di cui si parla è la carta d’identità, poi esistono documenti di riconoscimento equipollenti come ad esempio: il passaporto e la patente di guida.

Ma che cos’è la carta d’identità? E’ un documento di identità, munito di fotografia, rilasciato dallo Stato tramite i Comuni, su supporto cartaceo, magnetico o informatico, con la finalità di dimostrare l’identità personale del titolare.

Grazie al possesso della carta di identità la persona può circolare liberamente all’interno dello stato italiano e dei paesi membri dell’Unione europea e nei Paesi con cui lo stato italiano ha accordi, motivo per cui ogni persona è tenuta ad avere sempre con sé questo documento.

Dal luglio 2016 il Comune di Ancona ha avviato l’emissione della nuova Carta di Identità Elettronica (CIE) , infatti l’amministrazione è stata selezionata dal Ministero dell’interno, come ente di sperimentazione di questo procedimento.

La carta d’identità elettronica è l’evoluzione della cartacea, ha le dimensioni di una carta di credito, è realizzata in materiale plastico ed è dotata di sofisticati elementi di sicurezza e di un microchip che memorizza i dati del titolare.

La durata varia secondo le fasce d’età di appartenenza: 3 anni per i minori di età inferiore, 5 anni per i minori di età compresa tra i 3 e i 18 anni, 10 anni per i maggiorenni

A seguito della sperimentazione sono cambiate le modalità di emissione, vediamo in che modo.

Il cittadino deve recarsi nel Comune di residenza, all’ufficio Servizio Carta d’identità elettronica, munito di una sola foto-tessera, in formato cartaceo od elettronico, su un supporto USB e fornire i propri dati firmando un modulo di riepilogo degli stessi.

In caso di primo rilascio si deve esibire all’operatore Comunale un altro documento di identità in corso di validità. In caso di rinnovo o deterioramento del vecchio documento quest’ultimo deve essere consegnato all’operatore. Inoltre il cittadino ha la facoltà di fornire il consenso o il diniego o astenersi rispetto alla scelta della donazione degli organi. Ai maggiori di dodici anni vengono acquisite anche le impronte digitali.

Il documento viene spedito a domicilio dall’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, entro sei giorni lavorativi oppure può essere ritirato presso il Comune, ma non viene più rilasciato contestualmente al momento della richiesta.

La nuova CIE costa 22,21 euro, che vanno pagati allo sportello comunale prima di avviare la pratica di rilascio.

Chi è in possesso della carta d’identità cartacea non deve far nulla, i documenti rimangono validi fino alla loro naturale scadenza. Tutte le nuove emissioni sono elettroniche visto che garantiscono standard di sicurezza maggiori rispetto al documento utilizzato fino ad oggi.

Gli ITS: percorsi formativi post diploma

Nell’arco della loro carriera scolastica, i ragazzi sono chiamati a compiere delle scelte importanti per il loro futuro, sia scolastico sia professionale. La prima scelta importante viene richiesta già al terzo anno della scuola secondaria di primo grado, quando i ragazzi devono scegliere a quale scuola secondaria di secondo grado iscriversi. In questo le scuole si sono “attrezzate” prevedendo giornate di visita alle scuole superiori allo scopo di far conoscere ai ragazzi l’offerta del proprio territorio. La seconda scelta importante viene affrontata all’ultimo anno delle scuole secondarie di secondo grado; anche per i ragazzi di questa età le scuole prevedono visite di orientamento alle università locali volte a fornire una panoramica il più possibile completa dell’offerta formativa accademica.

L’università, però, non rappresenta l’unica possibilità formativa per i neo diplomati; infatti il panorama formativo contempla anche gli ITS Istituti Tecnici Superiori – che rappresentano un canale formativo post secondario parallelo ai percorsi accademici.

Gli ITS sono scuole di alta tecnologia che hanno lo scopo di formare tecnici superiori in aree tecnologiche strategiche del sistema economico -produttivo del Paese, quali la mobilità sostenibile, l’efficienza energetica, il made in Italy, le nuove tecnologie per i beni culturali e il turismo, le tecnologie dell’informazione e della comunicazione. Queste scuole sono costituite nella forma di fondazioni formate da scuole, università e imprese per dare vita ad un’autentica integrazione tra istruzione, formazione e lavoro.

I corsi ITS, che sono gratuiti ma prevedono una compartecipazione alle spese didattiche,  hanno una durata biennale per un totale di 1800 ore, suddivise tra ore di attività in aula e in laboratorio e ore di stage in azienda; lo stage è obbligatorio per almeno il 30% del monte ore complessivo ed è prevista la possibilità di effettuare il tirocinio anche all’estero. Il 50% dei docenti proviene dal mondo del lavoro e delle professioni.

Il titolo rilasciato è un Diploma di tecnico superiore con l’indicazione dell’area tecnologica e della figura nazionale di riferimento, corrispondente al V livello del Quadro Europeo delle qualifiche – EQF.

Accedono ai percorsi, previa selezione, i giovani in possesso del diploma di istruzione tecnica (scuola secondaria superiore), coerente con l’area tecnologica di riferimento; è consentito l’accesso ai candidati in possesso di altri tipi di diploma, previa frequenza di moduli di specifica preparazione, finalizzati a “riallineare” le competenze tecniche specifiche mancanti. Requisiti indispensabili sono una buona conoscenza in informatica e dell’inglese.

Se volete sapere quali corsi ITS sono in partenza in ambito regionale, potete l’elenco corsi gratuiti sul sito dell’Informagiovani alla pagina dedicata.

Bonus cultura 18enni

Dal 15 settembre 2016 è attivo il bonus cultura per i 18enni, agevolazione introdotta nella Legge di Stabilità 2016 all’interno del Pacchetto cultura e sicurezza.

Cos’è il bonus cultura 18enni?

Il bonus consiste in una card elettronica sulla quale vengono accreditati 500 euro da spendere in biglietti di ingresso per eventi culturali, come musei, teatro, cinema, mostre, spettacoli dal vivo, ma anche per acquistare libri e testi (non solo scolastici), anche in formato digitale, ebook, pubblicazioni e riviste.

A chi spetta?

Spetta a tutti i giovani che compiranno 18 anni nel corso del 2016, sia italiani che stranieri purché residenti in Italia e in possesso di regolare permesso di soggiorno, ed è utilizzabile fino al 31 dicembre 2017.

Come funziona?

Il bonus può essere utilizzato tramite una specifica applicazione web per smartphone, tablet e pc, realizzata dal Governo, l’App 18 anni.

Prima ancora il diciottenne deve registrarsi in uno dei cinque identity provider (Poste, Aruba, Tim, Infocert e Sielte) per avere lo «Spid» (il Sistema pubblico per la gestione dell’identità digitale) che permette agli utenti di essere riconosciuti dallo Stato e di ricevere le credenziali per accedere a tutti i servizi online della Pubblica Amministrazione ed a molti servizi privati.

A questo punto il giovane deve scaricare da un sito dedicato (www.18app.it oppure www.diciottapp.it) su smatphone, tablet (sia Apple che Android) o computer l’App  «18app»: usando lo Spid l’utente farà il login e entrerà nel sistema: si accrediterà nell’App (fornendo dati personali, residenza, cellulare e e-mail) e automaticamente verrà generato il plafond da 500 euro, attivo dal giorno del compleanno fino allhttp://www.18app.ita fine del 2017, da utilizzare per spese in ambito culturale.

Chi ha già compiuto 18 anni quest’anno dovrà attendere fino a ottobre per fare i primi acquisti.

In questa prima fase sono chiamati a registrarsi nella webapp www.18app.it anche gli esercenti. Tutti gli enti e gli esercizi che si occupano degli ambiti  previsti dal Governo (cinema, concerti, eventi culturali, libri, musei, monumenti, parchi naturali ed aree archeologiche, teatro e danza) possono, infatti, registrarsi e rendere i propri prodotti e servizi o i biglietti di ingresso agli eventi e alle proprie strutture acquistabili con il bonus di 500 euro dai diciottenni.

Mamma, voglio diventare Youtuber!

Secondo la rivista americana “Variety”, gli Youtuber sono amati dagli adolescenti più delle star di Hollywood. I teen-ager e in generale i nativi digitali costituiscono la fetta maggiore di frequentatori del web. Quindi non è difficile intuire che con Youtube (e altri social) è possibile diventare ricchi e perseguire, spesso in maniera del tutto illusoria per alcuni ingenui, l’obiettivo di “ fare soldi senza fatica ”.
Se si considera che nel 2015 si sono superate le 300 ore di video caricate ogni minuto, perdersi nella massa è quasi la regola, quindi pensare che si possa sfruttare in modo non strategico e ragionato questo mezzo, lasciando che la “barca vada”, è appunto il modo migliore per affondare.

Sara Mormino, l’italiana responsabile mondiale delle partnership di YouTube, durante un’intervista a “La Stampa”, regala dei consigli e rivela che l’unico modo di avere qualche chance nella realtà paritaria (ma forse non meritocratica) del web, è partire sempre da una passione autentica, un qualcosa di assolutamente personale, pur tenendo in considerazione che ci sono temi che funzionano più di altri. I videogiochi su tutti. Infatti, nella classifica fornita da Wikipedia, aggiornata al 7 Febbraio 2016 (dominata quasi completamente da Youtuber americani), ancorato al primo posto c’è PewDiePie, username di un ragazzo svedese il cui canale di recensioni di videogiochi conta 42 milioni di iscritti. Ma come si traduce questo in termini lavorativi e monetari?

Per avere un’idea di quanto sia proficuo “ l’affare video”, vi facciamo presente che YouTube ha fondato una Creator Academy dedicata ai suoi autori, gratuita e aperta a chiunque voglia approfondire i temi legati alla gestione e alla produzione strategica dei propri contenuti su YouTube, con lezioni via Internet, incontri dal vivo, presentazione di casi di successo e lezioni di introduzione sulla monetizzazione con Youtube (ad esempio attraverso il programma “Partner di Youtube”).

Contenuti che interessino, titoli giusti e tag ottimizzati per le keyword cercate maggiormente su Internet, sono alcune delle “regole d’oro” da seguire per fare un buon lavoro. Perché essere uno Youtuber può diventare un lavoro e rappresenta un’occasione soprattutto per i giovani che, oltre ad essere i maggiori utilizzatori di Youtube, sono stati anche tra i primi a “sperimentare con i video”, sempre secondo la testimonianza della Mormino al sito web della Stampa.

In un periodo storico come il nostro, in cui i mantra sembrano essere quello della “flessibilità”, del “crearsi il lavoro” e del “diventare imprenditori di se stessi”, Youtube, che presenta dei costi vivi e dei costi fissi piuttosto contenuti, se usato intelligentemente può diventare la piattaforma ideale per far emergere il proprio talento, guadagnare e, perché no, nutrire il piccolo (o grande) mostro dell’egocentrismo che alberga in tutti noi.

(questo articolo è stato scritto da Viola Ferri)

Le competenze informatiche sono essenziali

Solitamente ormai si danno per scontate, ma le abilità nell’utilizzo del pc non sono un patrimonio comune. E, soprattutto, bisogna intendersi su che cosa significhi oggi sapere e potere utilizzare in maniera adeguata un computer. Se leggete questo post, quantomeno avete la padronanza minima della navigazione in internet e siete arrivati in qualche maniera a visualizzare queste righe. In Italia questa capacità non ce l’hanno tutti ed il problema non è tanto e solo di spendibilità nel mercato del lavoro ma anche di accesso alle opportunità. Significa che chi non sa utilizzare un computer non solo ha meno possibilità di trovare un lavoro dignitoso ma già oggi non è nella condizione di poter fare alcun lavoro.

Per dare un’idea un po’ più precisa di quello che accade oggi in Italia, riprendiamo da un articolo del giornale on line Linkiesta alcuni dati relativi alla diffusione di internet nel nostro Paese. Il dibattito italiano, solitamente, si ferma alla poca diffusione della banda larga nelle case degli italiani. Questa mancanza si porta dietro anche una serie di correlazioni e conseguenze, non ultima quella delle poche opportunità che ci sono di progredire in tema di diffusione della cultura informatica nella popolazione. In sostanza il pensiero è che siccome le infrastrutture esistenti sono poco sviluppate, ne consegue che sono poche anche le persone che le sanno utilizzare. Sicuramente questo è un dato veritiero, sostenuto anche da ricerche ed analisi di carattere scientifico. Per farci meglio capire, è come se dicessimo che in un dato luogo non ci va nessuno perché non c’è nessuna strada o collegamento che lo raggiunge.

Per l’informatica vale la pena però prendere in considerazione anche un altro fattore, se non altro per rifuggire da un atteggiamento attendista che è un po’ tipico italiano (della serie: non utilizzo il pc/web fintanto che non c’è una struttura adatta). In questo senso un dato che noi definiamo allarmante è quello che indica che a fronte di un aumento delle connessioni in banda larga di circa quaranta punti percentuali in meno di dieci anni, le abilità informatiche della popolazione italiana sono rimaste sostanzialmente al palo. Se è vero che il web veloce facilita l’accesso e l’utilizzo questo non dovrebbe accadere. Forse potrebbe essere utile un po’ di istruzione? Magari l’utilizzo e l’acquisizione di competenze informatiche cresce anche grazie a processi in cui si cerca di alfabetizzare le persone che dovranno utilizzarlo.

Sempre Linkiesta riporta che “l’implementazione di politiche per la diminuzione dell’analfabetismo informatico potrebbe essere una buona leva per far crescere il mercato delle vendite online, perlomeno in relazione all’Italia. Un Paese, forse vale la pena di ricordarlo, in cui il 39% della popolazione non ha mai navigato su internet. L’esempio da seguire, in quest’ambito, è quello dei paesi scandinavi”. Insomma sarebbe necessario tornare un po’ sui “banchi” o, meglio, sui PC di scuola per imparare ad utilizzare il computer. L’alfabetizzazione digitale, come viene chiamata, aiuterebbe non soltanto a far progredire il singolo, ma anche l’intera comunità in termini di ricchezza di opportunità, sviluppo di nuovi mercati, consapevolezza e cultura generale. Insomma, un vero progresso. Che stiamo aspettando?

 

Nel nostro piccolo, niente! Infatti certi che questa cosa fosse utile abbiamo fatto partire qualche tempo fa il minicorso “ABC per il PC” che in tre moduli insegna a chi proprio non ne sa nulla che cosa fa e a che cosa serve il computer. Ci piace dirlo: è stato un successone! Talmente elevato che abbiamo deciso di riaprire le iscrizioni. Se conoscete qualcuno che non saprebbe raggiungere questo articolo per leggerlo è il momento giusto per fargli un regalo: ditegli di iscriversi ad ABC per il PC, lo aspettiamo!

Farsi assumere da un algoritmo

“Non mi ha scelto perché gli stavo antipatico”. Questa frase, a volte un po’ assolutoria, viene da dirla quasi spontaneamente ogni volta che non superiamo un test di selezione, un esame o una qualunque prova nella quale dobbiamo confrontarci con qualcuno che deve giudicarci. Il rapporto personale, approfondito o superficiale, è un fattore spesso determinante per valutare e poi eventualmente scegliere una persona, Dalla prima impressione fino ad arrivare ad una relazione che dura da tempo, sono molte le sfaccettature con le quali le nostre emozioni interpretano i rapporti con gli altri. Il fenomeno è anche alla base della costruzione dei network, anche quelli che si fondano su relazioni digitali (social media in testa). Ma quanto possono e devono influire queste variabili nella scelta di un collaboratore, di un professionista?

Uno studio americano mette in dubbio, con un metodo scientifico, l’efficacia delle relazioni personali per individuare le figure professionali più adatte nei percorsi di selezione. In un articolo apparso su Internazionale di questa settimana infatti, si spiega come si è arrivati a questa ipotesi. In un percorso di selezione per profili medio/bassi sono stati utilizzati due modalità di scelta diverse: la prima basata sulla somministrazione di test analitici (fondati su un algoritmo di decifrazione), la seconda sulle osservazioni di un gruppo di selezionatori. Il risultato è stato che i candidati assunti tramite test hanno mantenuto il posto più a lungo di quelli assunti tramite un processo di selezione “umana”.

Questo vorrebbe forse dire che affidarsi ad un sistema di selezione totalmente scientifico è la soluzione migliore? E che quindi in futuro dovremmo imparare a farci assumere attraverso un algoritmo) In realtà non è proprio così. La selezione fatta secondo parametri scientifici porta in sostanza a definire gruppi di lavoratori uniformi, con lo stesso livello di competenze, la medesima gamma di interessi e via dicendo. Una omogeneità che, in realtà, non fa bene alle aziende che, per mantenere un posto nel mercato hanno capito che la soluzione è puntare sulla diversificazione, anche interna.

In definitiva le relazioni personali ci aiutano a definire (o a mettere insieme) un sistema complesso in grado di soddisfare esigenze diverse, a volte contrapposte. Non solo: il fattore emotivo è anche il valore aggiunto che entra in gioco in caso di imprevisti escogitando soluzioni originali. Un computer (un test, un algoritmo) sono in grado di individuare il migliore secondo un criterio scientifico e oggettivo: solo che non sempre è la soluzione migliore.

La parola dell’anno non è una parola

Ogni anno l’Oxford Dictionary sceglie una parola simbolo: un termine, un lemma, un’espressione che sintetizzi in qualche modo quel che si è detto e scritto durante i mesi precedenti. Chiaramente le fonti sono giornali, media e, più che mai, il web con tutto il suo contorno. La notizia è che per il 2015 la parola scelta non è una parola. Oxford ha scelto di rappresentare il 2015 con un emoji (emoticon), in particolare con al faccina che ride.

Probabilmente la scelta è dovuta soprattutto all’utilizzo massiccio e alla diffusione capillare di servizi di chat (WhatsApp e simili) che hanno dato il via libera alla messaggistica istantanea e veloce. Così noi utenti abbiamo in qualche maniera approfittato. Quante volte vi è capitato di esprimere con una faccina un pensiero anziché articolarlo con una o più parole? E quante faccine (simboli, pupetti, oggettini più o meno simpatici) ricevete sul vostro smartphone? Probabilmente frequentando le chat, se vi metteste a contarle supererebbero le parole. Forse però esagerare in questo senso non ci fa bene.

Non che sia una malattia, però l’utilizzo delle faccine ci permette di utilizzare una scorciatoia: non ci mettiamo a pensare a quali parole utilizzare, a come potremmo dirlo meglio o in maniera più efficace, a riflettere sulla sensazione che certi vocaboli possono suscitare. La faccina è veloce, sbrigativa, semplificatrice. A volte anche trattabile, che forse è la cosa che qualche volta ce la fa scegliere per evitare complicazioni. Così facendo però corriamo il rischio di non soffermarci sulle discussioni, di tralasciare i particolari, di non approfondire le relazioni. Le faccine non tolgono spazio alle parole ma anche alle nostre emozioni: riassunto in una pallina gialla che ride o che piange, uguale per tutti e in ogni occasione quello che proviamo rimane nel nostro cuore e nel nostro cervello soltanto un istante e non abbiamo tempo per rielaborarlo nè per capirlo. Accade che un po’ tutto ci sfugge. Lo scrive meglio di noi Paolo Iabichino in questo post su Medium: “Non è facile affidare alle parole un’emozione. Scrivere “sono felice”, “mi fai piangere dal ridere”, “mi fai incazzare, sai?”, “sono preoccupato”. Non è la stessa cosa che affidarsi a un comando breve per dirlo con una faccina.

Se vogliamo tralasciare la parte emotiva della faccenda c’è anche un’altra questione: siamo proprio sicuri che il comunicare per emoji sia davvero universalmente comprensibile? Immaginiamo di dover raccontare quello che sappiamo fare o, meglio, la nostra idea sulla professione che svolgiamo o che vogliamo fare attraverso le faccine? Avrebbe lo stesso effetto su chi ci ascolta? Sarebbe davvero un modo affascinante di attirare l’attenzione, magari in un ambito professionale? Anche se qualche volta non ce ne rendiamo conto, diamo forma a ciò che siamo anche attraverso il nostro scrivere. Proviamo a prenderci del tempo per farlo, affinché possiamo recuperare familiarità con l’ascolto di ciò che proviamo.

Creduloni!

La rete (internet) è sicuramente una trovata fantastica per le mille opportunità che è in grado di offrire. Nasconde però anche qualche trappola e qualche inganno a cui bisogna fare attenzione. Forse un aspetto negativo tra i più diffusi è quello legato alla diffusione di notizie false che oggi, grazie ai social media, riescono a raggiungere dimensioni e ampiezza di “contagio” molto ampli. Ne è un esempio il post diventato virale di qualche giorno fa su Facebook secondo il quale la nota casa automobilistica Volkswagen regalava auto: scritto qui così è fin troppo evidente che suona come una vera bufala, ma su Facebook a condividere la notizia (seriamente, senza quindi battute o commenti che facessero intuire ironia) sono stati molti (troppi, a nostro giudizio).

Sarebbe troppo facile liquidare la faccenda con una generica accusa alle nuove tecnologie o, ancor peggio, con il deprecabile adagio “si stava meglio quando si stava peggio”. La realtà è che la questione dell’informazione e dell’informazione corretta, veritiera e affidabile coinvolge diversi aspetti della persona e non solo il suo rapporto con la tecnologia (che comunque rappresenta una leva importante).

C’è per esempio un giornalista del Washington Post che cura una rubrica settimanale nella quale ogni volta smaschera una bufala portando a conoscenza del pubblico, con l’evidenza dei fatti, le bugie raccontate attraverso la rete. In un recente post ha però raccontato la sua delusione: le persone che credono in una notizia flsa non cambiano idea davanti all’evidenza dei fatti.

Lo ha spiegato anche, con un’apposita ricerca, uno studioso di scienze computazionali di Lucca (Walter Quattrociocchi), che spiega”contesti come Facebook permettono alle persone di modellare quello che leggono in base ai loro gusti. Quelle persone sono quindi sempre più esposte a notizie che – scrivono i ricercatori – sono «allineate con quello in cui credono». Quattrociocchi prova anche ad andare alla radice del problema e spiega: “Se si prendono le bufale e si cerca di smontarle, si vede che sono fatte da un misto di errori, analfabetismo funzionale e sfiducia nelle istituzioni: non proprio problemi facilmente risolvibili.”

Quindi per tornare all’inizio la risposta alla domanda “perché crediamo alle bufale?”, la risposta non è da cercare tanto negli strumenti che utilizziamo per informarci ma quanto nella modalità con cui li utilizziamo, nell’educazione che (non) abbiamo ricevuto per utilizzarli e nella capacità critica che (non) abbiamo più sviluppato. La cosa strana è che internet, i social media e tutto il mondo che gira nella rete sono una grande opportunità per colmare questi gap: basterebbe saperli utilizzare meglio.

Il tuo lavoro è sicuro?

Già in altre occasioni abbiamo parlato di come e quanto le tecnologie possono aver modificato la nostra vita lavorativa. Non si tratta solo di avere oggi la possibilità di utilizzare il computer per scrivere e trattare documenti che ci riguardano in maniera più snella e veloce.  L’avvento dell’ICT (information and communication technology) nella nostra vita quotidiana ha cambiato radicalmente e per sempre non solo le nostre abitudini ma anche il nostro modo di pensare. Molto probabilmente, per esempio, molti di noi farebbero fatica a immaginare di vivere senza internet (alcuni, forse, farebbero fatica anche a rimanere senza per un giorno). Non si tratta di un vizio o di una pessima abitudine ma semplicemente di un mondo che è cambiato anche epr cose molto operative e utili: comprare un viaggio, fare un’operazione bancaria, trasmettere un documento di lavoro, informarsi per fare qualche esempio generico.

In alcuni casi, come nel settore del lavoro, internet e l’automazione offerta dai computer ha creato qualche paura. La domanda o, meglio, l’istanza più frequente in tal senso è: l’informatica di ruba o ci toglie il lavoro? Vengono alla mente le catene di montaggio (l’industria automobilistica Tesla non ha operai in catena) oppure le spedizioni delle lettere (mail e posta certificata stanno “mangiando” terreno ai portalettere). E il vostro lavoro, attuale o prossimo,  è sicuro? Oppure siete tra le figure che verranno messe a repentaglio dalle tecnologie?

La domanda corretta però è un’altra: quanto utilizziamo le tecnologie e quanto ne siamo utilizzati? Perché la paura, come sempre accade, è spesso figlia dell’ignoranza e della disinformazione. Così, anche su questo versante, conoscere aiuta a prevenire. Si può partire anche da piccole cose che sono già un segnale di quanto e come siamo nel giusto mood con la tecnologia. Per esempio, tra di voi chi sta cercando lavoro e utilizza i social network per promuovere le proprie competenze? Chi ha un profilo Linkedin aggiornato’ Chi invece non sa nemmeno che cosa sia Linkedin? Quanto conoscete le opportunità offerte dalle nuove tecnologie? Se impariamo ad utilizzare questi semplici strumenti significa che stiamo già facendo un passo nella direzione della scoperta anziché in quella chiusura al cambiamento.

Se volete una risposta alla domanda del titolo “il tuo lavoro è sicuro?” potete anche fare la prova utilizzando questo simpatico strumento messo a disposizione dalla BBC (riferito al mercato inglese). Chiaramente è solo un test anche se corredato da dati e statistiche. Se invece volete curarvi della prevenzione della vostra carriera professionale proviamo a darvi un consiglio: a essere messi in discussione saranno i lavori ripetitivi per i quali il contributo umano è scarso o nullo. Basta quindi dedicarsi a una professione per la quale non è richiesta solo routine e automatismi ma anche un po’ di creatività, intelligenza, spirito di iniziativa. Tutte cose che si possono imparare, studiando 🙂

Coding

Coding (ovvero la logica si impara da piccoli)

Sabato prossimo, il 7 novembre, ospitiamo il terzo appuntamento ad Ancona di Coderdojo, organizzato in collaborazione con l’associazione CoderDojo Ancona. Che cosa è un Coderdojo ve lo abbiamo spiegato già in un post di qualche tempo fa. Oggi vorremmo spiegarvi perché, secondo noi, è così importante. Ed anche così poco legato solo all’informatica.

Occuparsi di programmazione significa avere a che fare con cifre, numeri, matematica: tutti d’accordo? Ok. E poi: chi sa destreggiarsi meglio con le parole e le materie umanistiche è decisamente negato per una materia così scientifica come l’informatica: giusto? Non troppo. La matematica e l’informatica vanno sicuramente a braccetto ma ciò che le lega non è un’approfondita conoscenza di numeri, quanto una assoluta aderenza a un metodo, a un modo di procedere. E questo modo di procedere si chiama logica. La logica non è materia esclusiva di matematici, fisici e quanti altri hanno fatto degli studi algebrici la loro priorità. La logica può appartenere a tutti. lo racconta bene una giornalista americana il cui racconto è stato ripreso qualche tempo fa dalla rivista Internazionale.

Victoria Fine, questo il nome della giornalista, si era convinta che per stare al passo coi tempi era necessario per lei imparare bene l’informatica: per usare la meglio le nuove tecnologie, aprire un sito web, districarsi tra gli strumenti di diffusione on line dei contenuti che produceva (articoli, post, dossier). Ma Victoria era assolutamente spaventata dalla matematica, materia che fin dalla tenera età non riusciva a digerire. Quello che non sapeva era che la matematica non le sarebbe servita più di tanto. Imparate alcune regole fondamentali della programmazione, il resto è stata una questione di metodo che seguiva sostanzialmente due principi. Il primo: vedere quello che facevano altri e tentare di imitarli; non solo altri studenti di un corso a cui era iscritta, ama anche altri programmatori che postavano cose su internet (facilmente reperibili attraverso Google). Il secondo: non era questione di numeri e di parole; l’HTML (un codice di programmazione) è. come dice la parola stessa, un linguaggio di programmazione. Per questo impararlo è più una questione legata alla nostra capacità di imparare una lingua diversa, piuttosto che a quella di avere abilità con i numeri.

Certo, funziona per un livello base ma la cosa bella è anche che quello base può essere il primo di una serie di gradini che piano piano possiamo scalare imparando dagli errori che si fanno nella codificazione informatica. L’informatica è, sostanzialmente, imparare facendo.  Dice Victoria:”imparare a programmare non ha fatto di me una programmatrice, ma ha cambiato il mio atteggiamento quando devo imparare cose nuove“. In questa conclusione della giornalista americana c’è l’essenza del coding e anche del Coderdojo: l’obiettivo non è diventare prigrammatori informatici, ma cominciare ausare la testa, la logica. E magari lo facessimo tutti!

Facce nuove

facce nuoveBenvenuti! O, meglio, bentornati e benritrovati! Finalmente torna ad aggiornarsi il nostro spazio web che, dopo l’estate, ha fatto un po’ di lifting ;-). Come vedete, ha una faccia nuova! Abbiamo una nuova veste grafica ma non solo. Non ci siamo scostati troppo dalla precedente versione soprattutto per non creare troppo scompiglio e confusione (immaginavamo già mail e telefonate alla richiesta di chiarimenti su dove fossero finiti gli elenchi dei corsi o le offerte di lavoro; ah, presto anche queste avranno uno spazio tutto loro).

La novità vera di questo restyling è la possibilità che avremo di aggiungere funzionalità e servizi molto più che in passato: così a breve sarà possibile prenotare il propri posto ad un workshop direttamente da qui o leggere le offerte di lavoro in maniera più lineare (anche se al momento troverete più o meno tutto come prima). Le differenze sostanziali possiamo riassumerle, anche per dare modo di navigare con più facilità nelle pagine. Cambia la nostra home page e adesso, in alto a sinistra, scorrono con titoli brevi gli ultimi nostri post del blog. I nostri articoli che prima ruotavano in prima pagina sono adesso nella sezione “blog“, raggiungibile dal menù in alto appena sotto l’immagine di copertina. Il menù principale è organizzato più o meno come in precedenza (anche se abbiamo tolto un po’ di fronzoli): c’è una pagina dedicata alla sala conferenze perché da adesso il nostro locale lo potete affittare per i vostri eventi, abbiamo migliorato la pagina in cui trovate le nostre foto e una sezione interna (non più esterna) per quello che riguarda le opportunità europee.

La vera novità è anche l’aggiunta di una sezione in cui potete lasciare i vostri dati (bastano nome, cognome e mail) per rimanere aggiornati su quello che facciamo: la pagina newsletter è pensata proprio per questo e speriamo che in molti di voi ne approfitteranno. Come sempre saranno graditi suggerimenti, consigli e idee per continuare a migliorare anche questo spazio web.

Ma le facce nuove dell’Informagiovani non sono solo virtuali. Come vi avevamo preannunciato ci sono 4 nuove facce anche all’interno del nostro servizio. Sono quelle di Edy, Ilaria, Pietro e Viola i volontari del servizio civile che ci aiuteranno nel prossimo anno non solo a fare il lavoro quotidiano ma anche a organizzare eventi, iniziative e servizi nuovi (e presto li vedrete anche qui).

Buona navigazione!

In estate si guarda al futuro

estate futuroChi di voi si rivolge a una maga o un veggente per scoprire che cosa gli accadrà domani? Speriamo nessuno. Così come speriamo che siano pochi anche coloro che fanno troppo affidamento sugli oroscopi, che in realtà sono solo un modo divertente e giocoso per provare a farci delle domande su noi stessi e non per sapere se domani vinceremo la lotteria o troveremo un nuovo lavoro fichissimo.

Ma così come sono poco precise le previsioni di chi si affida alle stelle, ai pianeti e agli astri in genere, altrettanto lo sono, ahinoi, anche quelle economiche, politiche e sociali. Chiaramente in questi casi la base su cui vengono fatte sono un po’ più scientifiche, tecniche, misurabili e comprensibili (oltre che realizzate per fini più nobili). Ma pur sempre si tratta di approssimazioni e non di verità. In questi tempi in cui siamo abituati ad affidarci alla tecnologia, rischiamo a volte di darle più importanza e fiducia di quanta ne meriterebbe. Un esempio? Le previsioni del tempo. A differenza di un tempo, oggi siamo abituati a circolare, smartphone alla mano, con l’ultima previsione del tempo sempre in tasca. e per sapere se tra poco pioverà, anziché alzare gli occhi al cielo, li puntiamo sul display cercando una risposta più precisa, vera, attendibile. Alzi la mano chi non è rimasto deluso almeno una volta dalla sentenza letta sul web. Questo accade perché per tutto ciò che riguarda il futuro, che ci piaccia o no, c’è sempre una parte che non possiamo conoscere.

E quando si tratta del nostro futuro? Come facciamo a capire che cosa ci accadrà? Veramente siamo solo in balia del “destino”? C’è chi dice che “il futuro non è un evento inaspettato, che un giorno arriverà all’improvviso e ci sorprenderà. Il futuro è fatto di tanti segnali che stanno già entrando dentro di noi e ci stanno già trasformando” Ma che vorrà dire? Hanno provato a spiegarlo e a delineare alcune linee che possono tratteggiare il futuro che ci aspetta alcuni “guru”, personalità ed esperti di settori diversi, che si sono incontrati per un evento lo scorso giugno a Milano. Grazie ai loro interventi, in due giorni è stato possibile abbozzare una prima ricognizione dei prossimi anni, cercando appunto di leggere i segnali di lunga portata, quelli che vanno al di là del singolo gadget, tecnologia o tendenza.

Li riprendiamo da questo post e ve li riproponiamo. Vi potranno sembrare forse un po’ evanescenti, a volte un po’ romanzati, altre volte troppo futuristici. A noi sono sembrati simpatici e, soprattutto, più che adatti per una leggera lettura estiva.  Ecco qua alcuni concetti base che, forse, diventeranno familiari da qui a 10 anni:

  • Hyper-reality: la iper-realtà, quella che possiamo ottenere grazie alle proiezioni di dati di un oggetto tecnologico su ciò che guardiamo (realtà aumentata), sarà il prolungamento del nostro sé con altri mezzi. Una estensione che comporta molte perdite, ma anche un potenziamento che mette i brividi.
  • Publi-cy: con questo neologismo nato dalle parole “pubblico” e “privacy” si vuole indicare una dimensione nella quale saremo immersi (o forse già lo siamo) nei prossimi anni; il pubblico e privato si fondono in una nuova dimensione in cui bisognerà rinegoziare di continuo quali informazioni vogliamo condividere e quali no (non lo state già facendo con i post su Facebook?)
  • Data artist: se è vero che i Big Data e l’Internet delle Cose faranno crescere in maniera esponenziale il numero di dati scambiati, avremo bisogno di una nuova figura professionale: il Data Artist. Di cosa si tratta? Qualcuno in grado del significato, della forma, del movimento, della trasformazione dei dati. In altre parole un designer che anziché lavorare sugli aspetti esteriori delle cose che vedremo, lo farà sul loro interno.
  • Inclusione e uguaglianza: forse queste due parole non sono fantascientifiche come le altre che avete letto poco sopra; ma sicuramente sono più comprensibili e forse anche più importanti. Non è una coincidenza se due degli interventi più applauditi dabbiano avuto una conclusione simile, nonostante in uno si parlasse di cultura museale e in un altro di politica. In entrambi i guru hanno lanciato un forte appello affinché il futuro sia anche più inclusivo e uguale: diventerà un campo di battaglia nei prossimi dieci anni (soprattutto nelle forme di protesta e disobbedienza civile).

E voi, che futuro vedete? Anche se non siete (siamo) guru possiamo utilizzare in un mix vincente le nostre conoscenze e le nostre fantasie per dar vita a qualche previsione affascinante. Una sola avvertenza: se l’idea geniale vi verrà dopo una giornata calda passata sotto il sole senza cappello, forse potrebbe trattarsi di qualcosa di diverso da una previsione futuristica 🙂

 

Tre settimane all'IG

alternanza-scuola-lavoroQuesta avventura è nata nel giorno in cui la mia professoressa mi ha comunicato che avrei fatto le mie tre settimane di alternanza scuola-lavoro all’Informagiovani: non conoscevo molto questo servizio, anzi le mie informazioni erano veramente scarse.

Le emozioni prima di iniziare erano numerose e contraddittorie: passavano dal timore per la nuova esperienza alla curiosità di scoprire un mondo a me sconosciuto che mi avrebbe avvicinato al lavoro e messo a contatto con persone nuove con le quali avrei dovuto relazionarmi e collaborare per tre settimane. Il primo di giorno di “lavoro” mi sono presentato all’ingresso e sono stato gentilmente accolto da tutto lo staff che mi ha mostrato il locale dove avrei passato i giorni successivi e illustrato i servizi che l’Informagiovani svolge, liberandomi immediatamente della tensione e innescando ancora di più curiosità e stimoli.

Per cominciare, mi hanno assegnato una scrivania tutta per me dove avrei iniziato il mio primo lavoro. Consisteva nel revisionare e sistemare un raccoglitore che riguardava i finanziamenti per la creazione di nuove imprese; raccogliendo nuove leggi, nuove disposizioni e nuovi bandi. Col passare dei giorni ho iniziato a socializzare con le persone che collaboravano con me e ho trovato un gruppo che mi ha sempre dato la possibilità di lavorare con il tempo e lo spazio dovuto.

Essendo la prima esperienza lavorativa avevo un’idea e delle prospettive che in parte sono state confermate e in parte invece smentite. L’ambiente lavorativo dove mi sono trovato era energico, stimolante e allo stesso tempo accogliente e rassicurante. Questo mi ha permesso di lavorare in tutta tranquillità con gli stimoli giusti. I lavori che ho affrontato non erano basati solo sul consolidamento delle competenze scolastiche ma anche sull’acquisizione di nuove, come il rapporto e l’accoglienza del pubblico. Le prime volte è stato complicato perché avevo bisogno di un sostegno per via delle mie scarse informazioni. Ma con il passare dei giorni però aumentava la mia esperienza e le mie conoscenze che mi permettevano di consigliare gli utenti nel migliore dei modi. Sicuramente la parte del lavoro più gratificante e interessante è stata la creazione di un video su una mostra ospitata all’interno dell’Informagiovani. Questo perché mi ha permesso di imparare l’uso di un editor di foto e video e mi ha regalato la soddisfazione di ricevere i complimenti sia da parte dello staff che dagli organizzatori della mostra.

Pian piano scoprendo e vivendo l’ambiente dell’Informagiovani ho compreso le numerose difficoltà da affrontare ogni giorno per rispettare tutti i servizi disponibili al pubblico nei quali anche io ero coinvolto: spesso cercavo di trovare la soluzione affinché gli utenti potessero avere a disposizione la risposta migliore..

Arrivando alla fine di queste tre settimane posso affermare di essermi integrato perfettamente all’interno del gruppo e consiglio vivamente a qualsiasi ragazzo di provare questa esperienza. Ringrazio tutte le persone che hanno collaborato a rendere questo stage un bagaglio di esperienza che non dimenticherò.

 

(questo articolo è stato scritto da Federico Capobelli, stagista dell’Istituto Savoia-Benincasa)