Coding (ovvero la logica si impara da piccoli)
Sabato prossimo, il 7 novembre, ospitiamo il terzo appuntamento ad Ancona di Coderdojo, organizzato in collaborazione con l’associazione CoderDojo Ancona. Che cosa è un Coderdojo ve lo abbiamo spiegato già in un post di qualche tempo fa. Oggi vorremmo spiegarvi perché, secondo noi, è così importante. Ed anche così poco legato solo all’informatica.
Occuparsi di programmazione significa avere a che fare con cifre, numeri, matematica: tutti d’accordo? Ok. E poi: chi sa destreggiarsi meglio con le parole e le materie umanistiche è decisamente negato per una materia così scientifica come l’informatica: giusto? Non troppo. La matematica e l’informatica vanno sicuramente a braccetto ma ciò che le lega non è un’approfondita conoscenza di numeri, quanto una assoluta aderenza a un metodo, a un modo di procedere. E questo modo di procedere si chiama logica. La logica non è materia esclusiva di matematici, fisici e quanti altri hanno fatto degli studi algebrici la loro priorità. La logica può appartenere a tutti. lo racconta bene una giornalista americana il cui racconto è stato ripreso qualche tempo fa dalla rivista Internazionale.
Victoria Fine, questo il nome della giornalista, si era convinta che per stare al passo coi tempi era necessario per lei imparare bene l’informatica: per usare la meglio le nuove tecnologie, aprire un sito web, districarsi tra gli strumenti di diffusione on line dei contenuti che produceva (articoli, post, dossier). Ma Victoria era assolutamente spaventata dalla matematica, materia che fin dalla tenera età non riusciva a digerire. Quello che non sapeva era che la matematica non le sarebbe servita più di tanto. Imparate alcune regole fondamentali della programmazione, il resto è stata una questione di metodo che seguiva sostanzialmente due principi. Il primo: vedere quello che facevano altri e tentare di imitarli; non solo altri studenti di un corso a cui era iscritta, ama anche altri programmatori che postavano cose su internet (facilmente reperibili attraverso Google). Il secondo: non era questione di numeri e di parole; l’HTML (un codice di programmazione) è. come dice la parola stessa, un linguaggio di programmazione. Per questo impararlo è più una questione legata alla nostra capacità di imparare una lingua diversa, piuttosto che a quella di avere abilità con i numeri.
Certo, funziona per un livello base ma la cosa bella è anche che quello base può essere il primo di una serie di gradini che piano piano possiamo scalare imparando dagli errori che si fanno nella codificazione informatica. L’informatica è, sostanzialmente, imparare facendo. Dice Victoria:”imparare a programmare non ha fatto di me una programmatrice, ma ha cambiato il mio atteggiamento quando devo imparare cose nuove“. In questa conclusione della giornalista americana c’è l’essenza del coding e anche del Coderdojo: l’obiettivo non è diventare prigrammatori informatici, ma cominciare ausare la testa, la logica. E magari lo facessimo tutti!



Benvenuti! O, meglio, bentornati e benritrovati! Finalmente torna ad aggiornarsi il nostro spazio web che, dopo l’estate, ha fatto un po’ di lifting ;-). Come vedete, ha una faccia nuova! Abbiamo una nuova veste grafica ma non solo. Non ci siamo scostati troppo dalla precedente versione soprattutto per non creare troppo scompiglio e confusione (immaginavamo già mail e telefonate alla richiesta di chiarimenti su dove fossero finiti gli elenchi dei corsi o le offerte di lavoro; ah, presto anche queste avranno uno spazio tutto loro).
Chi di voi si rivolge a una maga o un veggente per scoprire che cosa gli accadrà domani? Speriamo nessuno. Così come speriamo che siano pochi anche coloro che fanno troppo affidamento sugli oroscopi, che in realtà sono solo un modo divertente e giocoso per provare a farci delle domande su noi stessi e non per sapere se domani vinceremo la lotteria o troveremo un nuovo lavoro fichissimo.
Questa avventura è nata nel giorno in cui la mia professoressa mi ha comunicato che avrei fatto le mie tre settimane di alternanza scuola-lavoro all’Informagiovani: non conoscevo molto questo servizio, anzi le mie informazioni erano veramente scarse.
Chi si segue più da vicino il mondo di internet e si appassiona ai dati, forse ha scoperto che sono usciti qualche giorno fa 


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Oggigiorno siamo chiamati ad essere sempre costantemente molto “comunicativi”: un post su Facebook, un tweet di aggiornamento, i gruppi e le chat su WhatsApp sono tutti modi con i quali ci rivolgiamo ad un pubblico, più o meno vasto. Quanto è efficace una comunicazione veloce, istantanea, virale? Dipende chiaramente dall’obiettivo ma il rischio di 
Se tra chi legge questo blog c’è qualcuno esperto o amante di storia forse ha già capito dove vogliamo andare a parare. Sicuramente saprà che cosa si intende per 
Sarà poi così vero che i giovani e soprattutto i nativi digitali (tra l’altro: siamo sicuri che vogliamo continuare a chiamarli così?) non si informano, quindi non si interessano, ergo non partecipano e non hanno a cuore la vita di una comunità più ampia che non quella fatta da se stessi e dai loro amici su Facebook? Non crediamo che sia poi così vero. In realtà, ce lo dice tra gli altri un 
Nel mondo ci sono più di 7 miliardi di persone che vivendo e consumando 
Riunioni, convention, workshop ma anche una cena tra amici, un incontro tra conoscenti, la riunione di condominio, la festa di compleanno: qualunque sia il motivo dell’incontro quello che sempre più spesso accade è che ci sia qualcuno in questa posizione: testa chinata, sguardo basso, aria distratta, in mano un cellulare sul quale solitamente il pollice scorre velocemente. Siamo in mezzo ad altre persone ma quello che stiamo facendo è “avere a che fare” con qualcun altro o con qualcos’altro. Questo tipo di atteggiamento che spesso condanniamo salvo poi perpetrarlo noi stessi quando ne sentiamo l’esigenza è sicuramente annoverabile tra i comportamenti frutto di maleducazione. In realtà la nostra tolleranza e comprensione verso questo modo di fare aumenta di giorno in giorno: un po’ perché aumentano frequenza e numero degli accadimenti e un po’ perché siamo disposti ad accettare compromessi. Ad esempio accettiamo che un partecipante ad una riunione sia distratto dal telefono se dall’altra parte c’è un cliente importante oppure tolleriamo lo stesso comportamento da un amico che sta mettendo su Facebook la foto della fantastica serata che stiamo trascorrendo insieme. In tutto questo, a parte la questione di una diversa educazione a cui ci stiamo abituando, c’è anche una questione di abuso tecnologico.
Siamo i primi ad utilizzare internet per recuperare informazioni, notizie ed argomenti che poi riproponiamo o cerchiamo di rendere “fruibili” in maniera differenziata (e speriamo più ampia). Google, i social media, i blog e l’intero universo del web fatto dagli utenti generano una quantità di contenuti potenzialmente infinita. Il bello è che in questo modo abbiamo la possibilità di informarci su tutto e di farlo in maniera veloce ed immediata, senza confini, con la possibilità di scoprire cose nuove di cui non conoscevamo magari l’esistenza. L’aspetto meno confortante invece è che questo insieme di informazioni così vasto rischia di disorientarci, di farci perdere l’obiettivo principale delle nostre ricerche. E qualche volta anche di non trovare quello che cerchiamo. L’esempio che facciamo sempre è questo: provate a mettere su Google le parole “offerte lavoro Ancona”. Nel momento in cui scriviamo il motore di ricerca restituisce 822mila risultati: tanti, forse troppi per trovare quello che ci interessa veramente.
L’epoca che stiamo vivendo, da un punto di vista professionale, richiede un continuo aggiornamento delle nostre capacità e delle nostre competenze. Non si tratta solo di frequentare corsi di formazione in continuo (che, diciamolo, a volte sono anche ridondanti). Piuttosto sempre più spesso viene richiesto un grado di adattabilità, di mutazione, di “improvvisazione” o prontezza a situazioni nuove e diverse: alcuni la chiamano flessibilità, ma così facendo il termine viene troppo spesso confuso con precarietà. Forse quello che potremmo intendere per flessibilità è la nostra capacità di adattare le nostre conoscenze a contesti diversi, la possibilità che abbiamo di apprendere non soltanto conoscenze tecniche ed operative ma anche saperi funzionali. Qualcosa che possiamo poi adattare a situazioni e contesti variegati. Una volta avrebbero detto “le basi”. Oggi, certamente, queste “basi” non son più quelle di una volta (come le stagioni 😉 ) e dobbiamo forse aggiornarci e registrare la nostra formazione su altri parametri.