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Il lavoro non è un posto in cui stare

man asleep deskGià ora ed ancora di più nei prossimi anni, ciò che maggiormente conterà non saranno qualifiche e titoli per “stare” in un certo posto di lavoro. Ma, più realisticamente, capacità e competenze espresse durante il lavoro. Le due cose non sono uguali e non ho nemmeno scontato che la seconda sia diretta conseguenza della prima. Vista da un altro punto di vista potremmo dire che l’epoca del posto che dura tutta la vita è finita, ma la nostra impiegabilità ha ancora qualche chance. Che cos’è l’impiegabilità? Non è un concetto nuovo e nemmeno troppo sconosciuto, solo che rappresenta un concetto che fa fatica ad entrare nella nostra cultura e nel nostro modo di vedere e valutare il lavoro.

L’impiegabilità (od occupabilità) la potremmo definire come quell’insieme di competenze e capacità di un lavoratore che che ne fanno un soggetto in grado di soddisfare bisogni ed esigenze di un potenziale datore di lavoro, che lo rendono appetibile, se non addirittura necessario. Questo vuol dire che quell’insieme di capacità e competenze hanno alcune caratteristiche: sono adeguate al mercato, sono utili per risolvere problemi reali delle imprese e delle organizzazioni del mercato, sono aggiornate. E, per finire, non è detto che questo insieme sia fatto sempre dagli stessi elementi (quindi capacità e competenze cambiano con il tempo ed il cambiare del mercato).

Ora capite che in un sistema come quello italiano in cui il lavoro è un posto che si conquista e poi si mantiene per tutta la vita a prescindere, questo concetto di mutevolezza e aggiornamento non sempre suona bene: cambiare ed aggiornarsi significa mettersi in discussione, imparare cose nuove, sviluppare un certo percorso ma anche fare più fatica, impegnarsi maggiormente, superare esami, risolvere problemi, superare difficoltà. Un abella sfida ma forse, per qualcuno, anche una bella scocciatura. Unito a questi aspetti ce ne è anche un altro: in futuro saranno apprezzati non soltanto coloro che avranno nozioni consistenti, ma anche chi saprà mettere a frutto in campo professionale doti come la perspicacia, la creatività, l’empatia. Carl Benedikt Frey che ad Oxford lavora come ricercatore sul tema dell’impatto della tecnologia sul lavoro, afferma che “i lavori che vedranno una crescita costante sono quelli che si basano  in gran parte sull’intelligenza sociale e creativa”. Questa è una buona notizia per due motivi.

Il primo motivo è che queste doti le possiamo acquisire tutti a prescindere dal tipo di studio, percorso formativo che abbiamo intrapreso o dalle esperienze che hanno segnato la nostra professionalità. Il secondo motivo è che il suddetto ricercatore oxfordiano ha anche individuato quelli che ha definito “colli di bottiglia”, ovvero aree e competenze nelle quali la tecnologia fa fatica a raggiungere e stare al passo con il lavoro umano. I colli di bottiglia sono tre: l’intelligenza personale, la creatività e la manipolazione di precisione che le macchine ancora non sanno fare bene. I lavori che richiedono un alto livello di competenze sociali e di creatività sono difficilmente automatizzabili. Per fare un esempio pratico ci spostiamo nel campo della medicina. L’elaborazione di algoritmi sempre più complessi col tempo riesce a diminuire drasticamente il lavoro di diagnosi di un dottore, ma intensifica sempre di più il suo ruolo di dispensatore empatico di cure. Per trovare lavoro, quindi, la strategia non deve essere più quella di cercare e conquistare un posto in cui “sedersi”, ma quella di sviluppare una serie di competenze da distribuire.

Qualche consiglio non fa mai male

arbre/mainsQuanti di voi dopo l’invio di un curriculum aspettano una risposta che non arriva mai? Nemmeno a dirlo questa è un’esperienza che è toccata a tutti e che, regolarmente, continua a capitare a molti. Per questa cosa essenzialmente ci sono due ordini di spiegazioni: potrebbe essere che la maggior parte delle aziende e dei loro responsabili siano maleducati ed in generale non rispondo a nessuno; oppure potrebbe essere che alcuni nostri curriculum non siano esattamente adeguati o forse non sono nemmeno troppo efficaci. Entrambe le spiegazioni hanno un riscontro nella realtà: in effetti ci sono aziende che ritengono una buona reputazione nei confronti di potenziali candidati un surplus di cui poter fare tranquillamente a meno. Ma ci sono anche casi in cui abbiamo spedito un curriculum senza rileggerlo, con errori grammaticali, importanti omissioni e quant’altro. Con l’aiuto di un simpatico post di scritto da Osvaldo Danzi su Wired proviamo a vedere insieme quali sono gli errori più comuni da evitare.

Innanzitutto i dati anagrafici: controlliamo sempre che siano completi (sì, anche l’età perché nasconderla è un trucco che usano quelli più “grandi” ed ormai tutti lo sanno)) ed evidenziamo quelli essenziali per farci trovare (avete messo i recapiti bene in vista o bisogna cercarli con la lente?). Poi: che lavoro vogliamo fare? Senza tanti giri di parole scriviamo esattamente e per parole chiave limitate e stringenti quello che vogliamo fare, la nostra mansione e il tipo di attività e compiti che siamo in grado di svolgere. In questo vale sempre e su tutto il principio della chiarezza. Con tutta l’esperienza che avete… rischiate di non trovare lavoro! Soprattutto se decidete di raccontarla tutta nel cv. Il curriculum deve essere un documento tendenzialmente breve (due pagine sono un limite insuperabile) anche se esaustivo: per questo è opportuno scegliere che cosa mettere e come metterlo. Scrivere che 15 anni fa avete fatto i gelatai per pagarvi l’università non è forse necessario se nel frattempo avete fatto ben altro. Il criterio che noi suggeriamo in questi casi è quello della scelta coerente: Scrivete e tenete per voi un curriculum “master” con tutte le esperienze fatte nella vostra vita lavorativa: quando si tratterà di fare un invio andate a togliere, soprattutto tra le esperienze più vecchie, quelle che non sono coerenti con il profilo per il quale vi state candidando. Attenzione che per coerenza intendiamo il fatto che l’esperienza svolta vi ha fatto sviluppare competenze utili per quella desiderata (ad esempio aver fatto il cameriere potrebbe essere coerente con un ruolo commerciale).

Infine inviate il curriculum e tracciate le vostre spedizioni (come se foste Amazon): calibratelo di volta in volta rispetto al destinatario, tenete traccia in un appunto o agenda di quando e a chi lo avete mandato. E non fatevi cogliere impreparati: se ricevete una telefonata da qualcuno che ha ricevuto il vostro curriculum evitate nella maniera più assoluta di mostrare che non vi ricordate a chi lo avete inviato. Quel contatto che stabilite è molto importante ed è necessario non fare una brutta impressione già dal primo contatto telefonico. Vi sembra un lavoro faticoso e per il quale serve un minimo di organizzazione? Esatto, è proprio così. E per evitarlo oggi non avete neppure più la scusa del tempo o delle risorse perchè gli strumenti tecnologici a disposizione sono tanti e spesso gratuiti: utilizzateli!

Il lavoro che si trova

il lavoro che si trovaSu circa 950mila annunci di lavoro comparsi on line (ma ci sono ancora annunci che viaggiano solo off line?) più o meno la metà sono annunci che riguardano l’innovazione, l’alta tecnologia: appartengono a settori in cui queste componenti sono il motore dello sviluppo. Quanti candidati sono pronti a rispondere a simili offerte? La risposta a questa domanda è piuttosto deludente, perché il problema è che probabilmente spesso capita che non ci siano profili adeguati.

Fatta la tara degli annunci che riguardano posizioni altisonanti solo a parole, ci sono però una serie di profili che difficilmente si riescono a trovare. Eppure sarebbe semplice: basterebbe prevedere quali sono le professioni più richieste, formare i giovani a questi profili… et voilà, il gioco è fatto, domanda ed offerta si potrebbero incontrare facilmente. Le cose però non stanno così per una serie di motivi. Il primo è che in realtà, per una serie di motivi culturali, le previsioni che non ci piacciono tendiamo a far finta di non vederle. Come quelle annunciate nella ricerca di qualche tempo fa degli studiosi  Frey e Osborne (Il futuro del lavoro: quanto sono sensibili all’innovazione tecnologica le professioni) in cui di profila un futuro in cui alcune professioni saranno destinate a scomparire perché sostituite dall’automazione. Così potrebbe accadere (e, crediamo, accadrà davvero) che chi ha competenze di medio livello, per esempio legate alla catalogazione e alla organizzazione dell’informazione come un assistente di studio legale, o abilità manuali, rischia di trovarsi rapidamente disoccupato.L’anticipazione di questo processo la possiamo vedere anche negli annunci che sono pubblicati oggi: più di un terzo delle posizioni aperte sono rivolte a chi non ha solo una competenza ma riesce a portare un contributo intellettuale per fare innovazione (che è qualcosa in più di saper fare bene una cosa).

Messe così le cose potremmo fare un’amara scoperta: le posizioni che le aziende non riescono a coprire non sono quelle per lavori che gli italiani non vogliono fare (il/la badante) ma quelli che gli italiani non sanno fare (perché non si sono formati appositamente). Oggi quando un giovane è davanti alla scelta del percorso formativo che potrebbe lanciarlo nel mondo del lavoro ha davanti due “istituzioni” ad indicargli la strada. Una è la scuola/università che nella maggior parte dei casi è ancora dell’idea che quelle tecnologiche siano ancora competenze specifiche di un settore (mentre oggi sono assolutamente trasversali). L’altra sono i genitori che, oltre a non essere nativi digitali, spesso non frequentano la rete in maniera assidua, consapevole, competente. Diciamo che, forse, in questa epoca non sono i consiglieri migliori per il proprio futuro. In realtà ci sono percorsi formativi che possono portare a percorsi di carriera davvero interessanti, basta solo provare ad allargare l’orizzonte della ricerca e lo spettro dei consiglieri. Per esempio le cose scritte in questo post le abbiamo lette sull’ultimo numero della rivista Wired che ha messo on line anche un sito dedicato al mondo del lavoro innovativo: all’indirizzo jobs.wired.it ci sono annunci, articoli, informazioni per trovare lavoro ma anche per rendersi conto di quanto e come sta cambiando il mondo del lavoro. Buona navigazione!

A cosa serve studiare

un momento della nostra presentazione all'Università Politecnica delle Marche

un momento della nostra presentazione all’Università Politecnica delle Marche

In questi giorni siamo presenti alle Giornate di orientamento dell’Università Politecnica delle Marche per illustrare alcuni dei nostri servizi. Le giornate, dedicate alle scuole superiori (classi quinte) di tutta le Marche, hanno il titolo di “Progetta il tuo futuro”: si può ancora progettare il proprio futuro partendo dallo studio? In un contesto in cui le competenze stentato a farsi riconoscere ed essere valorizzate ha ancora senso investire nella propria istruzione, nel miglioramento delle proprie competenze e conoscenze, nello sviluppo di una professionalità basata su cultura, nozioni, apprendimento? A cosa serve studiare?

Probabilmente se rispondiamo guardando gli annunci di lavoro o il sentimento comune la risposta che ci viene da dare è: assolutamente no! So no molti i suggerimenti che ci farebbero scoraggiare un investimento nello studio: la cosiddetta fuga dei cervelli, l’esperienza di lavoratori neolaureati sottopagati, quella di giovani con un elevato livello di studio che si arrangiano in mansioni decisamente umili, la platea di giovani che hanno abbandonato percorsi di formazione nei quali non riuscivano a trovare un’utilità. Però esistono anche altri aspetti che vale la pena sottolineare per valutare in maniera ponderata (non necessariamente positiva). Di questi aspetti se ne è occupato anche l’OCSE, l’organismo internazionale per la cooperazione e lo sviluppo. In un suo rapporto sull’istruzione dice che “l’istruzione non solo aiuta gli individui ad avere migliori prestazioni nel mercato del lavoro, ma migliora anche la salute complessiva, promuove la cittadinanza attiva e contiene la violenza“.

Annamaria Testa, nel suo blog, illustra anche gli altri aspetti della validità e la convenienza di investire nello studio. Ne riportiamo alcuni per darvi magari modo di riflettere durante il week end. Il primo è che l’istruzione allunga la vita, e nemmeno di pochissimo: “un uomo istruito che lavora nel terziario ha un’aspettativa di vita di otto anni superiore a quella di un uomo che non ha completato l’educazione secondaria“. Il secondo è che l’istruzione ci rende più consapevoli: riuscire a comprendere fatti e questioni più complesse grazie ad un insieme di mozioni più approfondite ci aiuta anche a renderci meglio conto di quel che ci accade. “Le persone più istruite fanno più volontariato. Si interessano di più di politica. Sviluppano una maggiore fiducia interpersonale (quindi sono più portate ad avere comportamenti cooperativi, a mantenere gli impegni, a valorizzare l’integrità e il sostegno reciproco)“.Maggiore istruzione  vuol dire anche maggiore soddisfazione: vuoi mettere il gusto che si prova ad esprimersi in maniera corretta, a dimostrare di conoscere fatti scientifici o riuscire a citare passi di letteratura classica? Ma al di là di quest piccole soddisfazioni del tutto personali in realtà l’OCSE dichiara che “la differenza di soddisfazione per la propria vita tra persone molto e poco istruite consiste in 18 punti percentuali […] Oltre a garantire redditi mediamente più alti, l’istruzione migliora le capacità cognitive, sociali, relazionali, emozionali: per questo le persone più istruite risultano più soddisfatte anche a prescindere dalla loro condizione economica“.

A noi sembrano tutti buoni motivi per scegliere di studiare. Come abbiamo detto e diremo ai ragazzi che si accingono a scegliere il loro percorso universitario, se ci chiedessero “a cosa serve studiare?”  molto semplicemente potremmo rispondere “ad avere una vita migliore”.

Spazzatura digitale

spazzatura digitaleNel mondo ci sono più di 7 miliardi di persone che vivendo e consumando generano circa 4 miliardi di tonnellate di rifiuti: una massa enorme che crea un enorme problema ambientale. Nel mondo le persone connesse ad internet sono circa 3 miliardi: quanta spazzatura digitale crea questa popolazione virtuale? Dare una risposta precisa forse è impossibile. Ma farsi questa domanda, così come accade per la spazzatura “tradizionale”, forse ci aiuta a prendere coscienza di quanti sono i detriti digitali che ciascuno di noi produce e di come possano influenzare la nostra vita.

Chi di noi frequenta un social network, gestisce un sito web, aggiorna un blog produce testi, immagini e documenti in quantità più o meno costanti ma considerevoli. Quando diventano “spazzatura” web? Per rendercene conto potremmo fare una prova: scorriamo indietro la nostra timeline di Facebook oppure proviamo a guardare a post pubblicati indietro nel tempo sul nostro blog. Che effetto ci fanno? Ci rappresentano ancora? Raccontano qualcosa di noi? Questo esperimento, per così dire, lo ha fatto il noto blogger Luca Conti e ne racconta i risultati (parziali) in questo post che possiamo riassumere con questa sua frase: “ho accumulato nel tempo, in piattaforme diverse, un sacco di materiale che mi rendo conto oggi essere a) per lo più inutilizzabile, vecchio, superato, b) archiviato, taggato, ma non così facile da recuperare, c) depositato in archivi di servizi (quasi) abbandonati da chi li ha creati o d) non utili nel rapporto tempo dedicato / risultato ottenuto.” Chiaramente la produzione di materiale obsoleto è proporzionale all’intensità della nostra attività sul web. La domanda successiva è: come e quanto influisce questo trash nella nostra vita? Ce ne dobbiamo preoccupare?

“Preoccupazione” forse è una parola esagerata. Quella giusta potrebbe essere “attenzione”. Attenzione a quello che pubblichiamo e a come i contenuti si deteriorano nel tempo. Potrebbero esserci cose che abbiamo condiviso nelle quali non ci riconosciamo più oppure che pensiamo essere superate. O, peggio, contenuti che potrebbero risultare poco apprezzati dagli altri, come ad esempio da chi potrebbe darci un lavoro. Anche se molti ancora ne dubitano, è sempre più frequente, per chi si occupa di ricerca e selezione del personale, utilizzare i social media e il web in generale per “indagare” in cerca di conferme sulle competenze dichiarate dai candidati sul curriculum o sulla lettera di presentazione, ma anche in cerca di eventuali “scheletri nell’armadio”, che potrebbero non rendere il candidato in questione così adatto ad un determinato ruolo o ad una certa azienda. Si tratta di allarmismo? Pratiche illecite? Cattiveria di chi seleziona? Probabilmente, a seconda dei casi, le risposte a queste domande potrebbero essere tutte affermative. Ciò non toglie che ciascuno di noi, singolarmente, può decidere come regolarsi. Un’azienda di selezione ha pubblicato una presentazione con i consigli per eliminare la spazzatura digitale. Tra le varie cose che ci stanno scritte c’è una domanda che potrebbe essere utilizzata come un discrimine, un parametro per scegliere cosa pubblicare o non pubblicare per rendere i nostri profili “employer friendly” (piacevoli e accoglienti per chi potrebbe assumerci): (quello che hai pubblicato) lo diresti ad un colloquio?

CV senza vergogna

cv senza vergognaQual è la cosa più strana che avete scritto in un curriculum? Quella più intelligente? E quella più stupida? Probabilmente sono cose che riusciamo a scoprire solo dopo un po’ di tempo, magari rileggendo il nsotro cv dopo un po’ di tempo Oppure perché leggiamo un post come questo in cui ci sono indicazioni di cose strane, intelligenti e stupide da mettere in un cv.

A dircelo è un’analisi fatta dall’Università Ca’ Foscari di Venezia in collaborazione con alcune aziende multinazionali (c’era la Apple, c’erano Toyota, Cameo, H&M, L’Oréal, poi Calzedonia, Luxottica, il gruppo Coin). “I selezionatori sono cattivi, ma i neolaureati che aspirano a un lavoro sanno farsi male da soli. Uno su tre presenta un curriculum vitae, su carta o digitato in una piattaforma aziendale, cronologicamente sballato. Difficile comprendere il percorso scolastico del neolaureato, individuare il momento in cui ha fatto esperienze formative extra: master, stage. Difficile comprendere, pure, se un viaggio all’estero sia il qualificante Erasmus o una gita universitaria“.

Le aziende ed i selezionatori hanno anche indicato quali sono gli errori più comuni (ed anche quelli meno perdonabili). Molti dimenticano di inserire i dati di contatto: la mail, il numero di telefono oltre al luogo di nascita e la residenza. Il 18 per cento dei selezionatori di fronte a queste dimenticanze mette il curriculum nel tritacarte. Alcuni segnalano, ancora, che nel foglio che dovrebbe essere la prima presentazione nel mondo del lavoro, non c’è l’indicazione del diploma, né il voto di laurea. Se fosse una dimenticanza sarebbe già grave, ma spesso questo lascia intendere un’altra cosa: che si preferisce nasconderlo e per un datore di lavoro lo considera un segnale negativo.

Nello spazio “foto” quale mettete? Qui l’indcazione di chi sta dall’altra parte della barricata è chiara. Alcuni candidati, una minoranza però larga e rumorosa, mettono foto inappropriate, anche estive, scattate in spiaggia e al pub. Il selfie, per intenderci. è bandito dal cv. Poi c’è la questione di quanto e cosa scrivere: i candidati peggiori sono prolissi, ridondanti e caotici. Hanno sovrastima di sé e non si capisce se è arroganza o tensione all’automarketing. Se è vero che un utilizzo sensato dei social media spinge molto nella direzione dell’autopromozione, sarebbe anche il caso di utilizzare una certa consapevolezza dei propri mezzi. Quindi, tanto per intenderci, raccontare bene le proprie competenze non significa mentire. Come per le lingue: “fluente” significa essere in grado di parlare in maniera ordinata, corretta e comprensibile una certa lingua (vale anche per l’italiano 🙂 ). La brutta, ma realistica, notizia è che piccole bugie o trucchi di questo genere vengono poi sempre scoperti. E l’effetto dannoso e prolungato: lo verranno a sapere anche altre aziende che misureranno così la nostra credibilità con altri canoni.

La novità al tempo dei social è che metà dei selezionatori va a controllare Facebook, Twitter, soprattutto LinkedIn, ed è tra i post e i commenti che inizia a valutare il candidato. C’è un mito da sfatare, poi. Il modello cronologico, il racconto di sé, è preferito da un terzo rispetto al curriculum Europass, quello preordinato e da completare (“informazioni personali”, “posto per il quale si concorre”). Non è sepolto, insomma. Una buona esposizione indica una conoscenza dell’italiano e una predisposizione al ragionamento. Una veste grafica personalizzata, infine, non solo aiuta la presentazione, ma dimostra che chi si presenta sa utilizzare le tecnologie. Spedire un cv non è una mera operazione di copia&incolla: necessita di un’attenta opera di revisione, analisi, scelta, consapevolezza e arguzia nell’utilizzo di termini, parole, notizie da inserire. Senza esagerare nell’autopromozione ma cercando di essere affascinanti. In altre parole ed in senso buono, mandate un cv senza vergogna,

I giovani non esistono

giovani non esistonoPerchè i ragazzi non si fanno vedere
Sono sfuggenti come le pantere
E quando li cattura una definizione
Il mondo è pronto a una nuova generazione

Questo verso di “Non m’annoio”, canzone di Jovanotti del 1992 (Lorenzo 1992 il titolo dell’album) dovrebbero metterla a memoria tutti coloro che si interessano, in qualche maniera, di giovani. In queste quattro righe c’è tutto il senso, profondo, di un’età della vita che ciascuno di noi affronta con un carico emotivo che poche altre volte poi ricapita nel corso degli anni. I giovani sono da sempre, almeno a parole, al centro dell’attenzione: oggetto spesso di contraddizioni e critiche vengono spesso etichettati con definizioni prese a prestito da storia, letteratura, moda o altro. Quasi sempre poco precise, affatto descrittive, più utili per chi le pronuncia che non per definire una generazione.

Che poi i giovani, forse, nemmeno esistono. Sicuramente non sempre sono esistiti. Per certi versi sono una invenzione: non è stata la mente di uno scienziato o il colpo di qualche genio ad inventare i giovani. A creare questa categoria (la possiamo chiamare davvero così?) è stata l’evoluzione della società e della cultura. Lo racconta bene un libro da cui è stato tratto un film che prende il titolo dalla definizione inglese di giovani o, meglio, da come il mondo anglosassone definisce i giovani: teenage (per chi fosse completamente digiuno di inglese, la parola è composta da teen, il suffisso delle età dai 13 ai 19 anni e da age, che significa età; per cui il termine include tutti coloro che hanno dai 13 ai 19 anni). Il film racconta, come spiega bene questo articolo, la cronistoria della gioventù: “dalla sua comparsa fino agli anni Cinquanta, alla sua accettazione definitiva come categoria sociale. Si inizia dunque spiegando come a inizio Novecento il concetto di “adolescenza” non esistesse, di  come si passasse dall’infanzia direttamente all’età adulta”[…] i teenagers sono diventati una categoria vera e propria a causa delle trasformazioni della società. Non solo: i “giovani” hanno cominciato ad essere presi in considerazione per le loro proteste causate dal loro ingresso nel mondo del lavoro o dal fatto che sono stati mandati a morire al fronte”.

Ce la potremmo immaginare oggi una società senza giovani? Probabilmente no. Per due motivi. Il primo è che poi abbiamo scoperto che gran parte del nostro spirito di innovazione e della nostra possibilità di evolvere in senso innovativo fanno parte della giovinezza (Einstein era giovane quando rivoluzionò la fisica ed i Beatles erano giovani quando rivoluzionarono la musica, tanto per fare degli esempi in settori all’estremo uno dall’altro). Il secondo è che la giovinezza ci è piaciuta così tanto che abbiamo deciso, ultimamente, di allungarla fino ad età che fanno parte, tendenzialmente, della seconda parte della vita. Siamo spesso “diversamente giovani”, cioè ci sentiamo o vogliamo sentire giovani mano a mano sempre più in là con gli anni.

Già 10 anni fa molti indicatori segnalavano i 29 anni come termine dell’età giovanile; oggi i 35 anni (+ 6 anni) sembrano in molti casi essere stretti; ed a 40 anni si può senza troppe incertezze definirsi ancora giovani. In realtà sono età che non possiamo con sincerità, forse, definire “giovani” ma nemmeno “vecchie”: il passaggio da “giovane” a “vecchio” non avviene in maniera repentina da un giorno all’altro, da un compleanno al successivo. Esiste un periodo della vita, che sembra essere scomparso, chiamato dell’età adulta: rappresenta a dirla tutta gran parte della nostra esistenza. La moda, la cultura, forse anche la tecnologia ci hanno spinto a definire cose e persone giovani o vecchie, senza una alternativa e sana via di mezzo: ma l’idea di una sconfinata giovinezza forse è un po’ illusoria, perché quei giovani non esistono.

È un duro lavoro (ma lo farà qualcuno?)

duro lavoroI dati sulla disoccupazione e sulla mancanza di lavoro sono talmente sempre così negativi che il rischio è farci l’abitudine. La sindrome, in qualche modo, è quella che ha fatto nascere i neet (Not (engaged) in Education, Employment or Training, cioè persone, prevalentemente giovani, che non sono coinvolte in percorsi educativi, di lavoro o di formazione): in pratica si sono arrese ad un contesto quasi totalmente privo di opportunità oppure non riescono a cogliere in un mondo professionale troppo competitivo.

Le previsioni dell’ILO per il prossimo futuro in questo senso non sono buone. Nel suo documento con le previsioni per il 2015 sul mondo del lavoro la ripresa economica e quella lavorativa non sono dietro l’angolo.  Nel grafico che ha pubblicato la rivista Internazionale lo si può vedere anche bene: da qui al prossimo quinquennio a migliorare i dati sull’occupazione saranno solo Spegna e Grecia (che però partono da tassi doppi rispetto al nostro). L’italia, secondo queste previsioni, dovrebbe attestarsi sul livello attuale (attorno al 12,5%): in altre parole nei prossimi mesi possiamo aspettarci di non peggiorare.

Confortanti o meno che siano questi dati (che non possiamo cambiare o modificare da soli) si tratta di capire come singolarmente possiamo affrontare questo contesto così difficoltoso. Dal nostro punto di vista adottando due visioni della questione. La prima è strategica: dobbiamo essere capaci di delineare un progetto, una strada, un percorso da seguire prima ancora che metterci alla ricerca dell’ultimo annuncio di lavoro. Ci siamo chiariti su che cosa vogliamo fare? Dove lo vogliamo fare? Come vediamo noi stessi da qui a qualche anno (tipo 3 o 5)? Non sono esercizi di fantasia ma domande le cui risposte potrebbero aiutarci a non fare passi falsi o girare a vuoto; questa è una modalità che ci aiuta anche ad “affezionarci” ai nostri progetti, a costruirli con cura, a perseguirli con determinazione. Se ci confrontassimo con qualsiasi persona di successo (anche relativo) copriremmo che questo passaggio è fondamentale.

La seconda visione è invece più operativa e riguarda gli strumenti che adottiamo per perseguire la nostra strategia. Da quelli più classici come il curriculum vitae e la lettera di presentazione, a quelli meno considerati come i social media. Non è sufficiente “averli” ed utilizzarli come li utilizzano tutti gli altri. Anche  in questo caso risulta fondamentale saper utilizzare bene ogni mezzo. Ad esempio: siamo tra coloro che hanno personalizzato il proprio cv o tra quelli invece che hanno soltanto utilizzato un modello come un modulo compilandolo nelle sue varie parti? Siamo tra coloro che hanno scritto due frasi di rito (peraltro spesso molto formali) o tra chi ha personalizzato la lettera di presentazione raccontando ciò che nella vita professionale ha più a cuore? Siamo tra coloro che si sono iscritti a tutti i social network perché “tanto è gratis e male non fa” oppure abbiamo scelto con consapevolezza in quali stare e cosa pubblicarci? Non sono differenze da poco, soprattutto in un mercato molto competitivo. Cercare lavoro è un duro lavoro, ma lo farà qualcuno?

Trovare lavoro: cosa bisogna saper fare

OLYMPUS DIGITAL CAMERATrovare lavoro e, soprattutto, trovarlo adatto alle nostre competenze e in sintonia con le nostre aspirazioni non è una cosa facile. Sembrerebbe anzi che in Italia, al momento, sia una cosa impossibile. Spesso ragazzi e ragazze vengono nel nostro servizio e chiedono “un lavoro qualsiasi”: ci spiace dover dire che questo lavoro, di fatto, non esiste. Sembra un paradosso perché se qualcuno immagina che un lavoro qualsiasi significhi essere disposti a fare tutto, pare impossibile che nessuno offra niente. Come a dire: “possibile che non ci sia un compito od una mansione, anche elementare e semplice, che posso svolgere”? Ed il problema è proprio questo. Data la competitività in tutti i settori ed a tutti i livelli, presentarsi disposti a fare tutto si traduce in un molto più povero “non so fare niente”. Oggi quel che conta è poter dare l’idea di sapere fare bene qualcosa: avere un’idea precisa delle proprie competenze e delle proprie abilità. E venderle al meglio.

Cosa bisogna saper fare allora? La risposta è duplice. La prima riguarda le nostre competenze nella ricerca. Quando cerchiamo lavoro dobbiamo sapere ricercare le informazioni giuste e riuscire ad utilizzarle al meglio (quanti di noi si sono informati, ad esempio, sul nome del referente del personale o sui progetti in corso dell’azienda alla quale stiamo per spedire il cv?). L’altra cosa che dobbiamo saper fare è “comunicare”! Comunicare significa sapersi presentare con una lettera di presentazione ed un cv fatti a regola d’arte, conoscere le giuste parole da utilizzare ad un primo incontro, sapere le cose da dire e quelle da non dire ad un colloquio, saper controllare il proprio linguaggio (anche quello non verbale) ed essere affascinanti e interessanti nelle cose che raccontiamo. Infine tra le cose che bisogna saper fare quando si cerca lavoro c’è “riuscire a definire un obiettivo” ed avere la costanza di perseguirlo: essere focalizzati su di un punto specifico (il tipo di lavoro, la mansione, il settore, l’azienda che abbiamo nei nostri desideri) può sembrare una vana speranza ma in realtà risulta, alla fine, l’unica strada per avere qualche possibilità. La generalizzazione (un lavoro qualsiasi) è sempre più spesso perdente.

Abbiamo scritto che la risposta è duplice perché poi ci sono le cose che bisogna saper fare per essere scelti. Ovvero quello che le aziende cercano, in termini di competenze, tra i lavoratori che vogliono assumere. In questo senso il blog “Italians in fuga” ha pubblicato qualche tempo una analisi di Linkedin, il social media dedicato al business, nella quale compaiono le competenze professionali più richieste nel mercato del lavoro. Il dato è su di un livello globale, quindi non parametrato alla sola Italia; leggerlo però può essere di aiuto per avere un quadro più preciso di che cosa accade nel mondo del lavoro.

La maggior parte delle competenze richieste appartiene a scienza, tecnologia, ingegneria e matematica (conosciute con l’acronimo STEM in inglese). La gestione di informazioni è richiesta dappertutto per fare fronte alla sua sempre maggiore disponibilità (per esempio capacità di analisi dei dati e statistica sono richiestissime). La conoscenza di una seconda lingua è molto richiesta da parte di aziende che operano a livello globale e devono gestire i rapporti con clienti di tutto il mondo. Nei due elenchi pubblicati ci sono sia le maggiori competenze a livello globale che quelle suddivise per Paesi (purtroppo nulla rispetto all’Italia). Per il mercato interno potremmo rifarci a dati quali quelli di Unioncamere sul fabbisogno di lavoro interno (sistema Excelsior): qui le cose cambiano abbastanza (e lo vedremo in un prossimo post) anche perché, purtroppo, molti passaggi di quella che è stata definita da più parti come la rivoluzione digitale il nostro Paese li ha saltati o sta ancora aspettando di farli. Riusciremo a recuperare? Ce lo auguriamo ma nel frattempo per tenerci al passo con i tempi ed essere sempre più aggiornati possibile prestiamo attenzione a quello che accade nel resto del mondo: prima o poi lo vedremo anche qui.

A tutta immagine

a tutta immagineUn paio di domande per chi non ha ancora superato i 30 anni: quante foto scattate ogni giorno? E che cosa fotografate? La risposta alla prima domanda il numero può essere molto variabile ma se avete uno smartphone non saranno sicuramente meno di 4/5 foto al giorno (significherebbe che sono quasi duemila foto all’anno). L’avere a disposizione uno strumento facile e veloce sicuramente aiuta questo ritmo frenetico di scatti, ma forse non è l’unico motivo. Ed infatti sul motivo per cui lo si fa le risposte possono essere varie e proviamo ad elencarne alcune che secondo la nostra opinione sono tra le più comuni: al primo posto sicuramente in questo periodo ci sono i selfie; al secondo posto c’è il cibo che mangiamo, vediamo o cuciniamo; al terzo posto i luoghi in cui siamo e ai quali siamo affezionati (viaggi, ma anche locali, spiagge o semplici luoghi in cui sostiamo con frequenza); infine tra le cose fotografate ci saranno probabilmente i prodotti che vogliamo (o vorremmo; la foto certe volte serve poi per cercare su internet la stessa cosa che abbiamo visto in negozio).

Perché facciamo tutte queste foto? Questa epoca è senz’altro dominata dalle immagini. E da una certa cultura “pop“delle stesse. Questo secondo noi è il trend che impera nella comunicazione e nella nostra vita relazionale e che per questo ci condiziona per molte scelte ed aspetti della vita. A nostro modo di vedere tutto è partito da Andy Warhol: la sua frase “nel futuro ognuno sarà famoso al mondo per 15 minuti” ha segnato più di un’epoca. Però c’è un’altra sua citazione, meno famosa, ma che nel nostro caso rende molto bene l’idea che vorremmo spiegarvi: “la mia mente è come un registratore con un solo tasto: – Cancella –“. Se le immagini oggi abbondano, i ricordi decisamente meno: scattare foto in continuazione (passateci l’esagerazione) non è forse anche un modo per fissare dei ricordi? O, meglio, non è forse un modo per affidarli a qualcosa che può registrarli per utilizzarli in un secondo momento? L’idea è questa: utilizziamo la nostra mente per raccogliere quanti più stimoli possibili e lasciamo che tempo ed energie per stabilizzarli, fissarli ce li metta qualcun altro. E questo qualcun altro è un dispositivo digitale che si collega ad un social network che, potenzialmente, rende il tutto imperituro. Ecco perché le immagini ci piacciono tanto. E ancor di più se siamo giovani.

In questo articolo de Il Post viene riportata la testimonianza di un 19enne americano, Andrew Watts, che spiega il motivo per cui gli adolescenti sono amanti soprattutto di Instagram, il social network delle immagini. I motivi per cui gli adolescenti preferiscono questo social network sono vari, noi ne segnaliamo alcuni: il flusso di immagini è più coerente con i propri gusti e questo incentiva a tornarci spesso, c’è una probabilità più alta di trovare immagini interessanti; la qualità dei contenuti su Instagram è mediamente più alta di quella su altri social network; Instagram, nel complesso, è molto più concentrata sui contenuti e su un solo tipo di questi (le foto): per chi la utilizza è molto meno dispersiva rispetto ad altri social network e dà l’idea di essere meno commerciale e di conseguenza più piacevole da usare e in un certo senso amichevole. Tutto questo con un sistema che principalmente fa una cosa: permette di modificare le foto che facciamo con dei filtri. Non è troppo lontano da quello che Warhol faceva con la pittura nel secolo scorso.

Cosa c'è da imparare oggi (per domani)

codingL’epoca che stiamo vivendo, da un punto di vista professionale, richiede un continuo aggiornamento delle nostre capacità e delle nostre competenze. Non si tratta solo di frequentare corsi di formazione in continuo (che, diciamolo, a volte sono anche ridondanti). Piuttosto sempre più spesso viene richiesto un grado di adattabilità, di mutazione, di “improvvisazione” o prontezza a situazioni nuove e diverse: alcuni la chiamano flessibilità, ma così facendo il termine viene troppo spesso confuso con precarietà. Forse quello che potremmo intendere per flessibilità è la nostra capacità di adattare le nostre conoscenze a contesti diversi, la possibilità che abbiamo di apprendere non soltanto conoscenze tecniche ed operative ma anche saperi funzionali. Qualcosa che possiamo poi adattare a situazioni e contesti variegati. Una volta avrebbero detto “le basi”. Oggi, certamente, queste “basi” non son più quelle di una volta (come le stagioni 😉 ) e dobbiamo forse aggiornarci e registrare la nostra formazione su altri parametri.

In questo senso pensiamo che un esempio di quel che intendiamo possa essere rappresentato dai corsi di programmazione informatica. In gergo si chiama coding (da code, codice in inglese) ed è la competenza di riuscire a programmare un software affinché possa poi svolgere le funzioni che immaginiamo. Volendo fare un po’ di filosofia il coding è in qualche modo un atto creativo (in senso letterale) perchè spesso in informatica immaginare una cosa significa poi, quasi direttamente, poterla realizzare. Per molti esperti è una materia sempre più necessaria per chi è nato in questo millennio, al pari dell’inglese. Un docente dell’Università di Urbino, Alessandro Bogliolo, sostiene che “imparare a programmare non serve solo a creare futuri programmatori, il salto di qualità si fa quando si inizia a pensare che il coding debba diventare materia di studio. Non comprate un nuovo videogioco, fatene uno. Non scaricate l’ultima app, disegnatela.

Il concetto che sta alla base del linguaggio informatico è il pensiero computazionale, ovvero la capacità che possiamo acquisire di pensare in maniera algoritmica ovvero trovare una soluzione e svilupparla alle esigenze ed ai problemi che ci si presentano, che decidiamo di affrontare. Ammesso che questa cosa sia importante quando bisogna iniziare ad imparare il “linguaggio della macchina”? La risposta è la stessa che diamo alla domanda “quando è meglio imparare una lingua straniera?”. Presto, prestissimo, già da bambini. Per tanti motivi. Il coding dà ai bambini una forma mentis che permetterà loro di affrontare problemi complessi quando saranno più grandi. Imparare a programmare apre la mente. Per questo si può cominciare già in tenera età. Anche per uscire da un equivoco, quello secondo cui i cosiddetti «nativi digitali» siano bravissimi con le nuove tecnologie (è un luogo comune): i minuti e le ore passate davanti ad un dispositivo digitale rischiano di essere una fruizione passiva, anche se è uno svago che può assorbire tempo ed energie. Quando i bambini si avvicinano al coding, invece, diventano soggetti attivi della tecnologia. I risultati sono immediati. In poco più di un’ora si può creare un piccolo videogioco, funzionante (per farlo partendo da zero il MIT di Boston ha creato un’applicazione apposita, che si chiama Scratch). Un responsabile didattico del coding afferma che “I ragazzi che approcciano il coding via via maturano una presa di coscienza: quando lavorano per il loro videogame vogliono che sia difficile, per renderlo più avvincente e divertente; iniziano a vedere le cose da una prospettiva diversa”.

Ecco, forse proprio di questo abbiamo bisogno, di trasformare e leggere la flessibilità come una prospettiva diversa. Ma la possiamo adottare solo se abbiamo gli strumenti e le conoscenze per vederla.

Le dosi giuste di una settimana

dosi giuste settimanaNon so se vi capita mai di contare quanto tempo manca a… qualcosa che attendete. La sensazione che proviamo solitamente arrivati alla fine è quella che potremmo sintetizzare nell’espressione “di già?!”. Questo accade perché il nostro rapporto con il tempo non è “oggettivo” (anche se razionalmente dovrebbe esserlo, le giornate son tutte da 24 ore): risentiamo delle emozioni provate in certi momenti e delle frustrazioni di altri che ci fanno di volta in volta “allungare” o “stringere” il tempo (anche se magari son sempre gli stessi 5 minuti).

Potrebbe esserci però un modo per poter quantomeno avere una concezione più precisa del tempo che passa. Se non altro per capire quando ci avvengono le cose e come possiamo fare per essere (anche emotivamente) le persone giuste nel momento giusto. L’esempio è quello proposto da questo post del blog “Wait but why” in cui viene rappresentata la vita media di una persona attraverso le settimane (anzichè gli anni o i mesi). Frazionare in settimane un periodo lungo come una vita aiuta il nostro cervello ad averne una percezione meno lontana, a comprenderla meglio. Per esempio, sperando di non essere troppo cinici, nell’immagine qui sotto ci sono alcune morti famose localizzate in un quadro che divide una vita di 90 anni in settimane.

Settimane in cui sono morti personaggi famosi (clicca per ingrandire o scaricare l'immagine)

Settimane in cui sono morti personaggi famosi (clicca per ingrandire o scaricare l’immagine)

A cosa può servire una cosa del genere? Probabilmente potrebbe aiutarci ad utilizzare lo stesso schema per decidere delle cose che riguardano la nostra vita (chiaramente non la nostra morte). Nel post si fa un altro esempio: immaginiamo che ogni settimana sia un diamante, piccolo e prezioso: i diamanti che compongono la nostra vita entrerebbero facilmente in un cucchiaio. Riusciamo a visualizzare questo cucchiaio di diamanti? Bene. Immaginiamo allora che ciascuna delle nostre settimane debba essere preziosa quanto un diamante. Abbiamo solo due modi per utilizzre i diamanti: amare i diamanti oppure fare qualcosa che ci renda i diamanti apprezzabili, piacevoli. Lo stesso vale per le nostre settimane, abbiamo due soli modi per renderle preziose: amarle per quello che sono o fare qualcosa che ce le renda amabili.

Qualche volta capita che nessuna delle due cose accada: abbiamo settimane che non ci piacciono e non riusciamo a fare nulla, all’apparenza, che possa cambiarle. Come dire, ci sono giornate storte, così come ci possono essere settimane storte. Capita a tutti ed a volte anzi è salutare: è grazie ad una settimana storta che spesso riusciamo a trovare la motivazione per dare la giusta forza ad una fase di cambiamento che avremmo voluto. Evitare del tutto le settimane storte forse non è possibile. Ma, ad esempio, potremmo provare ad utilizzare un calendario settimanale della nostra vita per capire come possiamo aggiustarle. Il modo per utilizzarlo è duplice: da una parte (per le settimane della vita già passate) possiamo evidenziare gli obiettivi raggiunti e i momenti che ci fa piacere ricordare. Dall’altra, per le settimane a venire, possiamo identificare obiettivi o cose che ci piacerebbe fare. Nel post che vi abbiamo segnalato, per chi mastica un minimo di inglese, c’è una spiegazione migliore per l’utilizzo di un calendario della vita a settimane. Potrebbe essere una cosa divertente e più che altro potrebbe aiutarci ad essere consci e consapevoli di quali siano le dosi giuste per ciascuna settimana della nostra vita, comprendendo che è sicuramente preziosa quanto se non più di un cucchiaio di diamanti.