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Lo faccio domani (l’arte poco nobile di rimandare)

Vi è mai capitato di avere un sacco di cose da fare? E di decidere di farle un altro giorno? La frase “lo faccio domani” crediamo sia abbastanza diffusa sia tra chi di noi è meno efficace ed efficiente, sia tra chi ha invece un sacco di cose nella propria lista delle attività da fare. In altre parole rimandare è un vizio piuttosto facile da prendere. Così succede che dovremmo preparare una relazione, controllare un budget, scrivere (magari anche un post come questo) ma prima di iniziare ci concediamo una visita a Facebook, poi clicchiamo sul link che il nostro contatto ha condiviso e da lì partiamo per altri “lidi”. A quel punto la nostra testa non è più concentrata su quel che avremmo dovuto fare e si perde per altri rivoli, senza una meta.

Perché questo accade? Un po’ senz’altro per mancanza di disciplina. Alcuni ricercatori considerano la procrastinazione fondamentalmente come l’incapacità di sapersi organizzare, come succede per altre cattive abitudini legate alla mancanza di autocontrollo, come l’abuso di cibo, i problemi con il gioco d’azzardo o la tendenza a spendere troppo. Per altri, invece, non ha a che fare con la pigrizia o la cattiva gestione del tempo, come possono dimostrare molte persone brillanti che hanno risultati sopra le media e tendono comunque a procrastinare

Per alcuni psicologi rimandare è una sorta di autodifesa: evitiamo un compito perché ci mette ansia senza restituirci una sensazione positiva. Per intenderci non è l’ansia che potremmo avere prima di giocare una partita del nostro sport preferito: quel tipo di ansia la superiamo solitamente con la voglia di giocare, di stare insieme agli altri, di vincere. Si tratta invece dell’ansia che ci fa sentire in colpa e ci fa vergognare perché non siamo all’altezza del compito da svolgere oppure non abbiamo fatto quel che dovevamo.

Il meccanismo con il quale agisce chi rimanda a domani funziona più o meno così: siccome la paura o l’ansia per il compito che ci aspetta sono insopportabili, sostituiamo quel compito difficile con uno più facile, comodo e divertente. Il comportamento è reiterato fino a che l’incombenza è troppo urgente e importante per non essere affrontata; a quel punto però diventa anche di più difficile gestione e soluzione. Esempio: dovremmo fare un certo esercizio di matematica per la lezione che avremo fra 3 giorni; oggi non la affrontiamo perché ci sembra di avere ancora molto tempo; domani ci avviciniamo all’esercizio ma ci distraiamo con altro; il terzo giorno, con sorpresa, abbiamo anche poco tempo per finirlo. Come lo risolveremo secondo voi? Sicuramente non con la nostra migliore performance. Senza contare che per qualcuno è preferibile non presentarsi a scuola piuttosto che affrontare l’esercizio e risolverlo, aggravando così ancora di più la situazione. Ma questo circolo vizioso non è proprio solo della scuola, accade con una certa frequenza anche agli adulti nel posto di lavoro.

Gli psicologi concordano sul fatto che il problema dei procrastinatori è che, invece di rimanere concentrati sui loro obiettivi a lungo termine, sono tentati a cedere alle gratificazioni immediate, che innescano quella forma di sollievo istantaneo che gli psicologi definiscono  “piacere edonico”. Gli obiettivi importanti sono più difficili ma a lungo andare portano una sensazione di benessere e soddisfazione più durevole. Se cadiamo nel tranello di pensare soltanto all’immediato e non vedere un futuro, quello che possiamo fare è cominciare a essere più attenti alla nostra dimensione futura e allo stesso tempo provare a risolvere i nostri compiti un pezzo alla volta. C’è una famosa domanda che si fa nelle sessioni formative in cui si tratta della gestione del tempo e delle risorse: come si mangia un elefante intero? La risposta più banale ma anche più giusta è: un pezzo alla volta. Questo significa che se il compito che abbiamo ci appare troppo grande, possiamo sempre spezzettarlo in compiti più piccoli, in fasi, che possiamo affrontare con maggior tranquillità e più efficacia. Provate a pensare al vostro prossimo compito come ad un puzzle: prima o poi lo finirete, basta mettere insieme un pezzo alla volta.

 

Cosa sono le competenze?

Sono in molti a pensare che i lavori di domani si fonderanno sulle competenze piuttosto che sui titoli. Spieghiamo la differenza, almeno a nostro modo di vedere. I titoli sono “etichette” che possiamo metterci ed esibire quando qualcuno ce le consegna. Così diventiamo ingegneri, per esempio, solo quando, dopo un percorso universitario, otteniamo il titolo di studio della laurea in ingegneria; oppure siamo giornalisti solo quando un ordine, previo apposito iter ed esame, dichiara che possiamo firmare articoli di giornali e riviste. Niente di male, per carità. Solo che questo meccanismo oltre ad avere indubbi vantaggi (pensate ad esempio alla professione del medico, per la quale il titolo garantisce uno standard di qualità e sicurezza per tutti) ha anche qualche pecca. Per esempio non contempla professioni emergenti che, non rientrando dentro nessuna categoria già preordinata, sfuggono anche a titoli di qualsiasi genere (quando potete dire di essere social media manager?).

Ma il difetto, se così lo vogliamo chiamare, più grande è la logica che sottende a questo tipo di impostazione. Avere un titolo ci fa pensare (a volte pretendere) che sia nostro diritto avere anche un lavoro, una mansione retribuita per quel tipo di titolo. Non che la pretesa sia assurda, ma cosa succede se dato un tot di laureati in giurisprudenza non ci sono posizioni sufficienti per tutti? La risposta nella realtà la conoscete tutti. Questo meccanismo non è sbagliato in senso assoluto, solo che non corrisponde più e non è più adattabile all’attuale mercato del lavoro.  Proviamo avedere se, diversamente, può accadere qualcosa di diverso partendo dalle competenze.

Innanzitutto: cosa sono le competenze? Etimologicamente competenza deriva dal tardo latino competentia, sostantivo di competere (cum, insieme, più petere, dirigersi verso, cercare di avere, aspirare). Competere significa dunque: –Incontrarsi, convergere al medesimo punto –Concordare –Spettare, essere applicabile –Essere padrone di se stesso, cercare insieme (allo stesso tempo) di ottenere qualcosa –Essere adatto, capace di (in senso figurato). Riprendendo una definizione più vicina ai temi del lavoro, proposta da ISFOL, la competenza professionale è un insieme di elementi/dimensioni che concorrono all’efficacia di un comportamento professionale; è finalizzata all’azione ed è intrecciata alla capacità di fare e alla conoscenza delle situazioni e dei contesti. insomma dentro la competenza c’è tutta la nostra professionalità; e l’insieme delle nostre competenze fa di noi professionisti di un determinato campo. Avere delle competenze, quando cerchiamo lavoro, dovrebbe farci fare questa domanda: a chi possono essere utili? L’ottica, rispetto a quella del “posto di lavoro” per titoli, è nettamente diversa anche se il risultato atteso è identico.

Se cominciamo a porci nel mercato del lavoro come professionisti in grado di offrire delle competenze la strategia che dovremmo seguire non è tanto quella di trovare un posto, quanto quella di capire quale bisogno o quale utilità possiamo offrire a chi ci potrebbe pagare per avere i nostri servizi. Il meccanismo che regola questa strategia è lo stesso che seguono aziende ed imprenditori quando decidono di posizionarsi in un mercato. C’è un libro che racconta meglio e in maniera più esaustiva tutto questo: è “Business model you” di Tim Clark, tradotto anche in italiano dalla casa editrice Hoepli. Ah, se volete potete consultarlo gratuitamente anche all’Informagiovani!

Che odio quel lavoro

Questo post vorrebbe raccontare di come sia importante scegliere un lavoro che ci piace e, al contempo, di quanto in realtà noi essere umani siamo adattabili. Queste due cose sono una il contrario dell’altra oppure entrambe concorrono a costruire la nostra personalità professionale?

Per rispondere a queste domande che hanno una caratura quasi esistenziale partiamo da un articolo apparso su Vice (la rivista on line di origine canadese presente nella versione italiana ormai da 10 anni) in cui si raccontano 6 lavori odiati e odiabili. Vediamo velocemente quali sono. Il primo è il lavoro del controllore e a raccontarlo è una donna: il brutto di questa professione è che ti becchi rimbrotti e insulti (non sempre per tue colpe) per non parlare di certi orari e treni che a volte trasportano persone “irrequiete” (per usare un eufemismo). Però il bello (secondo il racconto dell’intervistata) è nell’incontrare persone e storie diverse e sentirsi di poter essere loro di aiuto.

La seconda professione odiata è quella dell’ufficiale giudiziario: chi di voi vorrebbe essere nei panni di chi è visto, nella migliore delle ipotesi, come un boia o un uccello del malaugurio? Chi fa questo lavoro però si sente anche gratificato per essere la persona che fa rispettare la legge e, in alcuni casi, riporta la pace tra i contendenti. Più delusa la figura che si occupa di recupero crediti: in questo caso la frustrazione di dover raccontare bugie o ricorrere a velate minacce diventa più pesante di qualsiasi soddisfazione.

A seguire, tra i lavori più brutti, ci sono quelli di chi si occupa dei soldi. Degli altri. Come ad esempio chi si occupa di raccolta fondi, costretto a chiedere soldi in mezzo alla gente scoprendone ipocrisie e falsità anche se con un nobile scopo (spesso la raccolta fondi è quella realizzata a favore di enti e organizzazioni benefici). Oppure il lavoro del trader (l’operatore che tratta prodotti finanziari per conto terzi): qui il compromesso con la propria coscienza èancora più grande perché di solito si trattano somme alte e con esse a volte anche il destino di persone e società. Non è facile poi districarsi in una professione a cui, per stessa ammissione di chi ne fa parte, viene attribuito un giudizio di valore negativo. Da ultimo, nelle professioni più odiate, c’è quella del giornalista. Le cose che scrive sono spesso oggetto di critiche che non riguardano il solo contenuto dell’articolo o del dossier ma diventano personali e dirette. Chi fa questo lavoro poi è in un continuo divario tra quello che vorrebbe scrivere e quello che invece è, in quache maniera, costretto a scrivere per rispettare la linea editoriale del proprio giornale.

Non so se tutti voi siete concordi nel definire questi lavori come “odiati” (attenzione: non significa che siano i peggiori lavori da fare in senso assoluto). Certo è che, anche facendo un lavoro di questi o un altro poco invidiabile, sono esperienze in cui ciascuno di noi mette in campo le proprie competenze e quelle si evidenziano anche se il lavoro che facciamo è brutto. C’è un’altra considerazione da fare: lo sviluppo del lavoro, qualunque esso sia, può portare a risultati e traguardi diversi da quelli che ci si immagina inizialmente e farci raggiungere quindi mete insperate. Infine le esperienze di lavoro rappresentano comunque un banco di prova: prima di tutto per noi stessi e, in seconda battuta, anche per dimostrare agli altri quello di cui siamo capaci. Però, è sempre meglio scegliere un lavoro che ci piace 🙂 

Farsi assumere da un algoritmo

“Non mi ha scelto perché gli stavo antipatico”. Questa frase, a volte un po’ assolutoria, viene da dirla quasi spontaneamente ogni volta che non superiamo un test di selezione, un esame o una qualunque prova nella quale dobbiamo confrontarci con qualcuno che deve giudicarci. Il rapporto personale, approfondito o superficiale, è un fattore spesso determinante per valutare e poi eventualmente scegliere una persona, Dalla prima impressione fino ad arrivare ad una relazione che dura da tempo, sono molte le sfaccettature con le quali le nostre emozioni interpretano i rapporti con gli altri. Il fenomeno è anche alla base della costruzione dei network, anche quelli che si fondano su relazioni digitali (social media in testa). Ma quanto possono e devono influire queste variabili nella scelta di un collaboratore, di un professionista?

Uno studio americano mette in dubbio, con un metodo scientifico, l’efficacia delle relazioni personali per individuare le figure professionali più adatte nei percorsi di selezione. In un articolo apparso su Internazionale di questa settimana infatti, si spiega come si è arrivati a questa ipotesi. In un percorso di selezione per profili medio/bassi sono stati utilizzati due modalità di scelta diverse: la prima basata sulla somministrazione di test analitici (fondati su un algoritmo di decifrazione), la seconda sulle osservazioni di un gruppo di selezionatori. Il risultato è stato che i candidati assunti tramite test hanno mantenuto il posto più a lungo di quelli assunti tramite un processo di selezione “umana”.

Questo vorrebbe forse dire che affidarsi ad un sistema di selezione totalmente scientifico è la soluzione migliore? E che quindi in futuro dovremmo imparare a farci assumere attraverso un algoritmo) In realtà non è proprio così. La selezione fatta secondo parametri scientifici porta in sostanza a definire gruppi di lavoratori uniformi, con lo stesso livello di competenze, la medesima gamma di interessi e via dicendo. Una omogeneità che, in realtà, non fa bene alle aziende che, per mantenere un posto nel mercato hanno capito che la soluzione è puntare sulla diversificazione, anche interna.

In definitiva le relazioni personali ci aiutano a definire (o a mettere insieme) un sistema complesso in grado di soddisfare esigenze diverse, a volte contrapposte. Non solo: il fattore emotivo è anche il valore aggiunto che entra in gioco in caso di imprevisti escogitando soluzioni originali. Un computer (un test, un algoritmo) sono in grado di individuare il migliore secondo un criterio scientifico e oggettivo: solo che non sempre è la soluzione migliore.

Chi sopravvive all’autoimpiego?

L’autoimpiego è il modo (un po’ burocratese a dir la verità) con cui si individuano tutte le forme di lavoro autonomo. Anni fa (era il 2000) con questa dicitura era stata fatta anche una legge il cui scopo era quello di finanziare chi decideva di non trovare un lavoro ma di crearselo. Da quell’anno, anche se la legge non possiamo dire sia stata un successone, la strada del lavoro autonomo è stata suggerita via via sempre con maggior frequenza. I più maliziosi penseranno che questo suggerimento aumenti con l’aumentare del tasso di disoccupazione: come a dire “visto che il lavoro non c’è, inventatene uno!”. In realtà le cose non stanno esattamente così, anche se non possiamo negare che ci sia chi abbia fatto propria questa strategia nel dare consigli di ricerca attiva del lavoro. C’è un lavoro e un monitoraggio a livello europeo del grado di “imprenditorialità” (passateci il termine) di questo nostro continente. Per come va il mondo oggi, infatti, avere un tasso di crescita delle attività imprenditoriali (inclusi in questo senso anche i lavoratori autonomi), significa stare in una situazione di crescita, di buone prospettive o almeno di terreno fertile per l’economia (Silicon Valley docet).

Sarebbe anche importante che il tasso di crescita sia sano, il che significa che non sia un mero dato dell’attività di nascita delle imprese. Per esempio se in un certo territorio si volesse far alzare il tasso di nascita delle imprese si potrebbe dare un incentivo (economico) a chi la avvia senza troppi vincoli (l’esempio non è casuale). Ma se vogliamo che quell’impresa cresca e si sviluppi questo non è sufficiente, come non lo sono gli obblighi a rimanere aperta (e se un neoimprenditore fallisce non è che lo si può lasciare in attività per legge). Diventano invece importanti fattori come la qualità dei servizi per le imprese, il grado di fiducia dei finanziatori, l’accesso alle risorse economiche e materiali diverse, la cultura locale di impresa. Bisogna insomma capire non tanto il tasso di nascita delle nuove iniziative (imprenditoriali o di lavoro autonomo) ma anche il loro grado di sopravvivenza.

Questo studio è stato fatto da un ufficio dell’Unione Europa che si occupa di sviluppo sociale e occupazione (a questo link potete scaricare il loro studio annuale su questi fenomeni). Quello che ne emerge è una analisi dle contesto europeo sui motivi di sopravvivenza (o non sopravvivenza) delle iniziative personali in tema di lavoro. Innanzitutto come la solito il grado di sopravvivenza cambia da Stato a Stato (ai primi posti ci sono Svezia e Belgio mentre agli ultimi Lituania e Portogallo; l’Italia è poco sopra la media). L’altro aspetto interessante è che il grado di preparazione del singolo incide in maniera rilevante sul suo potenziale successo: chi è più preparato, ha studiato il settore e ha incamerato competenze ha maggiori chance di successo degli altri quando avvia una propria attività. Per coloro che avviano un’impresa perché, nei fatti, non hanno un’alternativa, la scelta di farlo in un settore in cui hanno maturato in precedenza esperienze di lavoro aumenta la probabilità di rimaner nel mercato. L’ultimo dato che emerge è che le iniziative che hanno più speranze di crescere sono quelle inerenti a settori in crescita dove l’iniziativa personale incontra anche un trend di mercato favorevole e in crescita.

In altre parole, per rispondere alla domanda del titolo, riesce a sopravvivere all’avvio di una attività in proprio chi investe nella propria preparazione e in un settore in crescita: non fa per tutti, ma non è nemmeno impossibile.

Tre settimane all'IG

alternanza-scuola-lavoroQuesta avventura è nata nel giorno in cui la mia professoressa mi ha comunicato che avrei fatto le mie tre settimane di alternanza scuola-lavoro all’Informagiovani: non conoscevo molto questo servizio, anzi le mie informazioni erano veramente scarse.

Le emozioni prima di iniziare erano numerose e contraddittorie: passavano dal timore per la nuova esperienza alla curiosità di scoprire un mondo a me sconosciuto che mi avrebbe avvicinato al lavoro e messo a contatto con persone nuove con le quali avrei dovuto relazionarmi e collaborare per tre settimane. Il primo di giorno di “lavoro” mi sono presentato all’ingresso e sono stato gentilmente accolto da tutto lo staff che mi ha mostrato il locale dove avrei passato i giorni successivi e illustrato i servizi che l’Informagiovani svolge, liberandomi immediatamente della tensione e innescando ancora di più curiosità e stimoli.

Per cominciare, mi hanno assegnato una scrivania tutta per me dove avrei iniziato il mio primo lavoro. Consisteva nel revisionare e sistemare un raccoglitore che riguardava i finanziamenti per la creazione di nuove imprese; raccogliendo nuove leggi, nuove disposizioni e nuovi bandi. Col passare dei giorni ho iniziato a socializzare con le persone che collaboravano con me e ho trovato un gruppo che mi ha sempre dato la possibilità di lavorare con il tempo e lo spazio dovuto.

Essendo la prima esperienza lavorativa avevo un’idea e delle prospettive che in parte sono state confermate e in parte invece smentite. L’ambiente lavorativo dove mi sono trovato era energico, stimolante e allo stesso tempo accogliente e rassicurante. Questo mi ha permesso di lavorare in tutta tranquillità con gli stimoli giusti. I lavori che ho affrontato non erano basati solo sul consolidamento delle competenze scolastiche ma anche sull’acquisizione di nuove, come il rapporto e l’accoglienza del pubblico. Le prime volte è stato complicato perché avevo bisogno di un sostegno per via delle mie scarse informazioni. Ma con il passare dei giorni però aumentava la mia esperienza e le mie conoscenze che mi permettevano di consigliare gli utenti nel migliore dei modi. Sicuramente la parte del lavoro più gratificante e interessante è stata la creazione di un video su una mostra ospitata all’interno dell’Informagiovani. Questo perché mi ha permesso di imparare l’uso di un editor di foto e video e mi ha regalato la soddisfazione di ricevere i complimenti sia da parte dello staff che dagli organizzatori della mostra.

Pian piano scoprendo e vivendo l’ambiente dell’Informagiovani ho compreso le numerose difficoltà da affrontare ogni giorno per rispettare tutti i servizi disponibili al pubblico nei quali anche io ero coinvolto: spesso cercavo di trovare la soluzione affinché gli utenti potessero avere a disposizione la risposta migliore..

Arrivando alla fine di queste tre settimane posso affermare di essermi integrato perfettamente all’interno del gruppo e consiglio vivamente a qualsiasi ragazzo di provare questa esperienza. Ringrazio tutte le persone che hanno collaborato a rendere questo stage un bagaglio di esperienza che non dimenticherò.

 

(questo articolo è stato scritto da Federico Capobelli, stagista dell’Istituto Savoia-Benincasa)

 

Trovare lavoro: cosa bisogna saper fare

OLYMPUS DIGITAL CAMERATrovare lavoro e, soprattutto, trovarlo adatto alle nostre competenze e in sintonia con le nostre aspirazioni non è una cosa facile. Sembrerebbe anzi che in Italia, al momento, sia una cosa impossibile. Spesso ragazzi e ragazze vengono nel nostro servizio e chiedono “un lavoro qualsiasi”: ci spiace dover dire che questo lavoro, di fatto, non esiste. Sembra un paradosso perché se qualcuno immagina che un lavoro qualsiasi significhi essere disposti a fare tutto, pare impossibile che nessuno offra niente. Come a dire: “possibile che non ci sia un compito od una mansione, anche elementare e semplice, che posso svolgere”? Ed il problema è proprio questo. Data la competitività in tutti i settori ed a tutti i livelli, presentarsi disposti a fare tutto si traduce in un molto più povero “non so fare niente”. Oggi quel che conta è poter dare l’idea di sapere fare bene qualcosa: avere un’idea precisa delle proprie competenze e delle proprie abilità. E venderle al meglio.

Cosa bisogna saper fare allora? La risposta è duplice. La prima riguarda le nostre competenze nella ricerca. Quando cerchiamo lavoro dobbiamo sapere ricercare le informazioni giuste e riuscire ad utilizzarle al meglio (quanti di noi si sono informati, ad esempio, sul nome del referente del personale o sui progetti in corso dell’azienda alla quale stiamo per spedire il cv?). L’altra cosa che dobbiamo saper fare è “comunicare”! Comunicare significa sapersi presentare con una lettera di presentazione ed un cv fatti a regola d’arte, conoscere le giuste parole da utilizzare ad un primo incontro, sapere le cose da dire e quelle da non dire ad un colloquio, saper controllare il proprio linguaggio (anche quello non verbale) ed essere affascinanti e interessanti nelle cose che raccontiamo. Infine tra le cose che bisogna saper fare quando si cerca lavoro c’è “riuscire a definire un obiettivo” ed avere la costanza di perseguirlo: essere focalizzati su di un punto specifico (il tipo di lavoro, la mansione, il settore, l’azienda che abbiamo nei nostri desideri) può sembrare una vana speranza ma in realtà risulta, alla fine, l’unica strada per avere qualche possibilità. La generalizzazione (un lavoro qualsiasi) è sempre più spesso perdente.

Abbiamo scritto che la risposta è duplice perché poi ci sono le cose che bisogna saper fare per essere scelti. Ovvero quello che le aziende cercano, in termini di competenze, tra i lavoratori che vogliono assumere. In questo senso il blog “Italians in fuga” ha pubblicato qualche tempo una analisi di Linkedin, il social media dedicato al business, nella quale compaiono le competenze professionali più richieste nel mercato del lavoro. Il dato è su di un livello globale, quindi non parametrato alla sola Italia; leggerlo però può essere di aiuto per avere un quadro più preciso di che cosa accade nel mondo del lavoro.

La maggior parte delle competenze richieste appartiene a scienza, tecnologia, ingegneria e matematica (conosciute con l’acronimo STEM in inglese). La gestione di informazioni è richiesta dappertutto per fare fronte alla sua sempre maggiore disponibilità (per esempio capacità di analisi dei dati e statistica sono richiestissime). La conoscenza di una seconda lingua è molto richiesta da parte di aziende che operano a livello globale e devono gestire i rapporti con clienti di tutto il mondo. Nei due elenchi pubblicati ci sono sia le maggiori competenze a livello globale che quelle suddivise per Paesi (purtroppo nulla rispetto all’Italia). Per il mercato interno potremmo rifarci a dati quali quelli di Unioncamere sul fabbisogno di lavoro interno (sistema Excelsior): qui le cose cambiano abbastanza (e lo vedremo in un prossimo post) anche perché, purtroppo, molti passaggi di quella che è stata definita da più parti come la rivoluzione digitale il nostro Paese li ha saltati o sta ancora aspettando di farli. Riusciremo a recuperare? Ce lo auguriamo ma nel frattempo per tenerci al passo con i tempi ed essere sempre più aggiornati possibile prestiamo attenzione a quello che accade nel resto del mondo: prima o poi lo vedremo anche qui.