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apprendistato e alternanza

Apprendistato e alternanza scuola-lavoro

Cosa sono e come funzionano queste due forme di inserimento lavorativo dei giovani? 

Ne parliamo perché spesso vengono confuse tra loro, o vengono chiamate “stage”, soprattutto in certa cronaca giornalistica. 

Vediamo che differenze ci sono tra apprendistato e alternanza, e per quale scopo sono stati creati.

Entrambe hanno una finalità formativa, ma presentano caratteristiche particolari e sono rivolte a giovani in una specifica condizione.

L’apprendistato è una vera e propria forma di contratto di lavoro, in genere a tempo indeterminato. In genere, perché nel caso in cui sia utilizzato per lo svolgimento di attività stagionali (turismo, agricoltura e attività connesse) il contratto può essere stipulato a tempo determinato. Il contratto di apprendistato prevede gli stessi diritti di qualsiasi lavoratore/trice dipendenti, cioè ferie, malattie, permessi.

E’ un contratto detto a causa mista, perché il lavoro si alterna con la formazione all’interno dell’orario: significa che parte delle ore previste dal contratto sono dedicate a frequentare dei corsi, all’interno dell’azienda o anche fuori. 

L’apprendistato può essere di tre tipi:

  1. apprendistato per il conseguimento della qualifica e il diploma professionale, per i giovani dai 15 ai 25 anni;
  2. apprendistato professionalizzante, per i giovani dai 18 e i 29 anni, finalizzato ad apprendere un mestiere o a conseguire una qualifica professionale;
  3. apprendistato di alta formazione e ricerca, per i giovani dai 18 e i 29 anni, per il  conseguimento di titoli di studio universitari e di alta formazione (dottorati di ricerca, diplomi relativi ai percorsi degli istituti tecnici superiori, attività di ricerca, praticantato per l’accesso alle professioni che lo prevedono).

Il contratto di apprendistato è pensato per favorire l’inserimento (e magari la permanenza) dei giovani nel mondo del lavoro attraverso l’acquisizione di un mestiere o di una professionalità specifica

Ha una durata che va da 6 mesi a 3 anni (a seconda del tipo e della professione, per gli artigiani può essere anche 5 anni). Al termine del periodo di apprendistato però, per il datore di lavoro è possibile interrompere il rapporto di lavoro, anche senza motivazione. E questa è una prima criticità, perché se è risultato che non ero brav* o adatt* a quel lavoro durante tutto il periodo l’apprendistato, è lecito chiedersi come mai vengo licenziat* solo quando arriva il momento in cui posso ricevere lo stipendio pieno in base alla mansione che svolgo.

La retribuzione dell’apprendista infatti corrisponde al 60% dello stipendio pieno per la mansione corrispondente, per arrivare al 100% al termine del periodo, e inoltre si riduce al 35% per le ore dedicate alla formazione.

Inoltre, dal 1° gennaio 2022, con il fine di ottenere una qualificazione o riqualificazione professionale, è possibile assumere in apprendistato professionalizzante, senza limiti di età, anche i lavoratori beneficiari del trattamento straordinario di integrazione salariale oltre ai lavoratori beneficiari di indennità di mobilità o di un trattamento di disoccupazione.

L’apprendistato è certamente una buona idea, perché apre la possibilità di imparare un mestiere e contatto con chi lo pratica tutti i giorni, avvicinando i due mondi del lavoro e della scuola, che sembrano spesso guardarsi da lontano e non incontrarsi mai. Una criticità di questa forma di “politica attiva del lavoro” è che la dichiarazione della finalità principale (favorire la formazione e l’inserimento nel mondo del lavoro dei giovani) non combacia con l’interesse che risulta invece evidente, sia a livello locale che nazionale, di favorire le aziende (i vantaggi per le aziende sono uno dei pochi aspetti messi in chiaro su ogni pagina istituzionale che riguarda l’apprendistato). Cosa che, come idea, è anche positiva, ma probabilmente va affiancata ad altre iniziative, evitando di concentrare tutti gli sforzi e le risorse sul versante degli incentivi e degli sgravi fiscali.

Passiamo ora all’alternanza scuola-lavoro, che dal 2015 ha cambiato nome e ora si chiama PCTO – Percorsi per le Competenze Trasversali e per l’Orientamento.

L’alternanza scuola lavoro è un periodo di tempo (calcolato in ore, che possono essere distribuite su più settimane) che gli studenti delle classi terze, quarte e quinte delle scuole secondarie di secondo grado impiegano presso qualche azienda, ente o professionista del territorio. Non è retribuito, ma può essere una buona esperienza da inserire anche nel cv, se fatto bene.

La finalità è anche qui formativa, e si concentra sulle competenze trasversali, cioè le soft skill: ne parliamo spesso anche noi, con il nostro progetto Be Smart, perché sono importanti nel lavoro, ma anche nella vita. Si tratta non tanto di capacità specifiche e settoriali, ma di quelle abilità sociali, comunicative e organizzative che servono in tutti i contesti, e non sono legate ad un settore lavorativo specifico.

Il secondo obiettivo dell’alternanza è quello orientativo: attraverso l’esperienza diretta in un luogo di lavoro possiamo renderci conto di come funziona quel lavoro, di quali sono gli aspetti pratici che lo caratterizzano, se è un lavoro per cui devo saper trattare con le persone o per cui è necessaria una capacità di prendere velocemente decisioni, se è un lavoro che mi richiede capacità creative o è più routinario, se l’orario è sempre uguale o se è variabile, e altri aspetti simili. Possiamo anche renderci conto che quel lavoro o quel settore è molto diverso da quello che mi immaginavo, e rivolgermi ad altro per le mie scelte future.

Anche qui le finalità dell’alternanza sono buone e valide, ma l’efficacia del percorso è legata alla scelta del posto in cui svolgerla, e all’effettiva possibilità di conoscere qualcosa di nuovo e avere un tutor presente, che possa agevolare la comprensione delle dinamiche e delle attività nelle quali l* studente è coinvolt*.

Se vado a fare l’alternanza nell’ufficio di un genitore (per comodità, per praticità, perché la scuola non mi ha proposto niente di più interessante, perché non ho avuto voglia di provare a pensare a qualche alternativa) non servirà a granché. Probabilmente conosco già diversi aspetti di quel lavoro, perché se ne parla in casa, o sono parte della vita familiare quotidiana. Senza menzionare naturalmente tutte le accortezze e le tutele necessarie e che sarebbero scontate, ma che vengono in alcuni luoghi trascurate o sottovalutate, con esiti anche tragici.

Da dove cominciare, per cercare un soggetto ospitante per un apprendistato o una alternanza?

Per prima cosa consigliamo di fare una ricerca per interesse: quale tipo di azienda sono curios* di conoscere da più vicino? Che ambito mi attira di più?

Se non avete le idee troppo chiare (e non è un’eccezione) potreste cominciare dal Registro nazionale che raccoglie tutti i soggetti disponibili ad accogliere giovani, sia per l’alternanza che per l’apprendistato.

Al solito, se volete parlarne con qualcuno, avere qualche spunto o indicazione, noi siamo qui anche per questo!

 

Scuola e lavoro non si vogliono bene

Sentendo la cronaca di questi giorni sul tema dell’alternanza scuola e lavoro mi è tornato alla mente il mio periodo di alternanza. In realtà, quando ero uno studente, l’alternanza non c’era e l’età in cui ho cominciato a “praticare” l’ambiente di lavoro era più tenera di quella in cui lo si fa adesso.

Alla fine della terza media, mio padre ritenne opportuno farmi fare un po’ di pratica: aveva una piccola azienda di commercio di attrezzature e mobili per l’ufficio e il mio primo lavororo fu, me lo ricordo ancora, “creatore di fogli di appunti”. Per un suo senso piuttosto spinto di riciclo della carta (in tempi non sospetti, erano i primi anni ’80) mi diede il compito di ridurre alcuni fogli di carta da pacchi usati, in piccoli fogli per appunti (i post-it all’epoca, almeno in quel contesto, erano un upgrade di lusso). Non era certamente una mansione “di valore” o che potenziava certe mie competenze (forse); e a dir la verità non saprei nemmeno dire di preciso che cosa ho imparato da quella esperienza da un punto di vista tecnico (è evidente che non ho inventato, da lì, uno strumento che potesse competere con post-it).

Ma se quella esperienza la ricordo ancora oggi (e non è un trauma), forse non è stato tempo sprecato e qualcosa dentro di me ha lasciato. Ora, al netto che i figli e le figlie rischiano di mitizzare i padri soprattutto in certi periodi della vita, credo che l’elemento distintivo di quella primordiale esperienza di alternanza scuola-lavoro fosse l’amore, l’affetto e la premura che il mio genitore, datore di lavoro per qualche ora al giorno, metteva nel trattarmi. E intendo nell’accogliermi in quel posto (suo, di cui sentiva responsabilità e orgoglio), nel mostrarmi come comportarmi, nel darmi un compito che potessi, seppur con noia, portare a termine, nell’insegnarmi modi e maniere di gestire impegni, rapporti e relazioni. Forte della giovane età che ci rende decisamente più permeabili e sensibili all’apprendimento, certi concetti (come amava chiamarli mio padre) non me li sono mai dimenticati, come fossero, questi sì, post-it di appunti che mi si sono appiccicati dentro.

Probabilmente è troppo filosofico e magari un po’ hippy parlare di amore in un posto di lavoro. Ma credo che quello che manca all’alternanza scuola lavoro di oggi sia quell’amore. Non sono così ingenuo da pensare che imprenditori e imprenditrici diventino genitori per qualche settimana di adolescenti che, diciamo la verità, professionalmente non prenderebbero in considerazione. Però, credo che le attese e le aspettative per questo periodo di esperienza fuori dalla scuola e dentro le aziende, debbano essere ispirate a quel tipo di cura e affetto. E questo, penso, sia un tema di formazione per chi in azienda si occupa di accogliere i giovani che entrano per scoprire come è fatto il mondo del lavoro.

Scuola e lavoro dovrebbero tornare (o forse cominciare) a volersi bene per rendere la scoperta del mondo del lavoro un percorso meno spigoloso e magari anche più produttivo.

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