Insegnamenti dal passato
Avete mai avuto voglia di “perle di saggezza”‘ Qualche volta capita, no? Per esempio quando ci capita qualcosa che non capiamo oppure quando ci siamo sentiti stupidi davanti a qualche situazione. Ecco oggi, grazie anche all’articolo comparso sul blog di Luca Conti, proviamo distribuire qualche consiglio (insegnamento?) che proviene dal passato. Ad essere precisi, da un passato remoto. Si tratta di alcuni passaggi tratti da un libro che racchiude i pensieri di Marco Aurelio, imperatore, filosofo e scrittore romano vissuto attorno al 100 dopo Cristo.
Potrà sembrare paradossale ma leggendo alcuni passi ci sono cose che possono essere utili anche nella nostra quotidianità nonostante siano stati scritti circa 2000 anni fa. Facciamo qualche esempio. Vi capita mai di arrabbiarvi per il comportamento scorretto, seppur prevedibile, di qualcuno? Ebbene Marco Aurelio scriveva: “Pretendere che il malvagio non sbagli è come volere che l’albero del fico non produca lattice nei suoi frutti, che i bambini non piangano, che il cavallo non nitrisca, e così per tutto ciò che è inevitabile. Che altro dovrebbe fare chi è malvagio per sua natura? Se sei bravo, curagli tu questo difetto“.
Avete sempre successo nelle vostre imprese? Quando qualcosa non vi riesce vi arrabbiate e perdete l’autocontrollo? “Quando non riesci a portare a termine qualcosa di buono, invece di arrabbiarti, mettici un po’ più d’impegno. E se pensi che l’impedimento sia più forte di te, non angustiarti, allora, dato che il tuo fallimento non dipende da te. Quando sei turbato per una qualche causa esterna in realtà non è questa che ti affligge, è il giudizio che formuli al riguardo, e il giudizio puoi cancellarlo istantaneamente.” Ed ancora: “Se la cosa dipende da te, perché ti comporti così? E se dipende da altri, con chi pensi di prendertela? Con gli atomi? Con gli dèi? Sarebbe una follia. Non devi prendertela con nessuno. Se puoi, correggi chi ha commesso l’errore, se no, correggi l’errore, se non puoi fare nemmeno questo con chi te la pigli? Ogni nostro atto deve avere un motivo.
Quanti di voi sono preoccupati per il proprio futuro? Quanti di voi (noi) pensano che avrebbero voluto qualcosa di più e di meglio, quanti hanno rimpianti? Bene, ricordatevi che “la felicità della vita umana dipende da pochissime cose, e se, per esempio, hai perso la speranza di diventare un filosofo o uno scienziato, hai sempre la possibilità di essere una persona libera, modesta, socievole e rispettosa“.
Quando si dice la saggezza antica 🙂



Dimmi che contratto hai e ti dirò chi sei! Questo è un modo di dire che possiamo utilizzare per raccontare in qualche maniera la complessità e la varietà di contratti di lavoro che ci sono nel nostro sistema di regole. Quanti contratti di lavoro ci sono e come sono utilizzati? Premesso che una risposta totalmente esaustiva è difficile da dare in un post di un blog, proviamo comunque a tratteggiare una panoramica che speriamo possa essere utile ad orientarsi meglio.
Ben ritrovati a tutti voi! Il nostro blog è stato fermo una settimana: stiamo facendo degli esprimenti per testare novità che speriamo di potervi presentare presto ;-). Ripartiamo di slancio e questa settimana cominciamo subito a parlare di lavoro e di come fare per trovarlo. Oggi proviamo a darvi qualche consiglio su come scrivere una lettera di accompagnamento. solitamente su questo documento ci si concentra poco (a torto) pensando che siano sufficienti “due righe” per accompagnare il cv scritte in maniera più o meno plausibile. Invece non è così: la lettera di accompagnamento, le “due righe” scritte nel testo della mail in cui allegate il cv sono il primo biglietto da visita che mostrate a chi non vi conosce. E spesso sono fondamentali. Partiamo dal’inizio. Innanzitutto, mail o lettera che sia, va indirizzata se possibile a qualcuno, meglio se una persona fisica (quindi nome e cognome e non solo il ruolo); e meglio ancora se la persona è quella che si occupa di personale in quell’azienda. Nel rivolgervi al vostro destinatario evitate troppe formalità ma iniziate sempre con un saluto e cercate di essere abbastanza cordiali (un “Gentile…” può andare bene). Evitate se possibile di iniziare con un generico “Spettabile azienda” o un “voi” generalizzato che non ottiene lo stesso grado di attenzione di un incipit maggiormente personalizzato. Se non avete idea della struttura che la lettera può avere, se non sapete da dove iniziare e come terminare la lettera un format molto semplice che ci sentiamo di consigliarvi è quello che abbiamo chiamato dei “3 perché”. Lo abbiamo chiamato così dal momento che una possibilità che avete di strutturare la lettera di accompagnamento è quella di rispondere idealmente a tre perché. Il primo “perché” riguarda voi stessi: perché siete voi? Quali sono le motivazioni che vi hanno portato ad affrontare un certo percorso formativo o una certa carriera professionale? Provate ad illustrare il vostro profilo professionale non tanto con l’elenco di titoli od esperienze (quelli si vedono sul cv!) ma dando qualche spunto sui motivi per i quali avete scelto una certa direzione professioanle. Il secondo perché riguarda invece la professione per la quale vi candidate: perché volete ricoprire quell’incarico? Cosa vi spinge a pensare che sapreste svolgere bene quel lavoro? Cosa potrebbe essere determinante, tra le vostre competenze, per il buon raggiungimento degli obiettivi che quella professione prevede? Cercate in poche righe di descrivere il valore aggiunto che esprimete e i bisognid ell’azienda che volete e potete soddisfare. Il terzo perché riguarda invece proprio l’azienda/organizzazione destinataria della vostra candidatura: perché avete scritto a quell’azienda? Cosa vi spinge a preferirla ad altri suoi competitor? Cosa ha in comune con voi rispetto a progetti, filosofia aziendale, vision? Dovreste riuscire a mettere in piedi in due righe almeno una buona motivazione in questo senso che possa ottenere due effetti: far capire che non state scrivendo la stessa lettera di presentazione all’ennesima azienda e testimoniare il vostro apprezzamento per il loro lavoro (i complimenti, a patto che siano sinceri, sono sempre apprezzati). Se riuscite a rispondere a ciascuna di queste domande con un breve paragrafo che non contenga errori grammaticali né di battitura avrete tra le mani una lettera di presentazione che può essere utilizzata con profitto. Non sarà una formalità sbrigata ma una vera e propria presentazione di voi stessi. Rileggetela, integratela e modificatela in modo che possa piacervi. Come dicono bene nel blog 
La prossima settimana ci sono due eventi diversi, ma ugualmente interessanti, a cui vorremmo invitarvi. Il primo riguarda la conoscenza delle lingue e come e quanto le conoscete. In collaborazione con la scuola di lingue IIK parleremo di 
Già ora ed ancora di più nei prossimi anni, ciò che maggiormente conterà non saranno qualifiche e titoli per “stare” in un certo posto di lavoro. Ma, più realisticamente, capacità e competenze espresse durante il lavoro. Le due cose non sono uguali e non ho nemmeno scontato che la seconda sia diretta conseguenza della prima. Vista da un altro punto di vista potremmo dire che l’epoca del posto che dura tutta la vita è finita, ma la nostra impiegabilità ha ancora qualche chance. Che cos’è l’impiegabilità? Non è un concetto nuovo e nemmeno troppo sconosciuto, solo che rappresenta un concetto che fa fatica ad entrare nella nostra cultura e nel nostro modo di vedere e valutare il lavoro.
Quanti di voi dopo l’invio di un curriculum aspettano una risposta che non arriva mai? Nemmeno a dirlo questa è un’esperienza che è toccata a tutti e che, regolarmente, continua a capitare a molti. Per questa cosa essenzialmente ci sono due ordini di spiegazioni: potrebbe essere che la maggior parte delle aziende e dei loro responsabili siano maleducati ed in generale non rispondo a nessuno; oppure potrebbe essere che alcuni nostri curriculum non siano esattamente adeguati o forse non sono nemmeno troppo efficaci. Entrambe le spiegazioni hanno un riscontro nella realtà: in effetti ci sono aziende che ritengono una buona reputazione nei confronti di potenziali candidati un surplus di cui poter fare tranquillamente a meno. Ma ci sono anche casi in cui abbiamo spedito un curriculum senza rileggerlo, con errori grammaticali, importanti omissioni e quant’altro. Con l’aiuto di 
Su circa 950mila annunci di lavoro comparsi on line (ma ci sono ancora annunci che viaggiano solo off line?) più o meno la metà sono annunci che riguardano l’innovazione, l’alta tecnologia: appartengono a settori in cui queste componenti sono il motore dello sviluppo. Quanti candidati sono pronti a rispondere a simili offerte? La risposta a questa domanda è piuttosto deludente, perché il problema è che probabilmente spesso capita che non ci siano profili adeguati.


Nel mondo ci sono più di 7 miliardi di persone che vivendo e consumando 
Qual è la cosa più strana che avete scritto in un curriculum? Quella più intelligente? E quella più stupida? Probabilmente sono cose che riusciamo a scoprire solo dopo un po’ di tempo, magari rileggendo il nsotro cv dopo un po’ di tempo Oppure perché leggiamo un post come questo in cui ci sono indicazioni di cose strane, intelligenti e stupide da mettere in un cv.
“Perchè i ragazzi non si fanno vedere
I dati sulla disoccupazione e sulla mancanza di lavoro sono talmente sempre così negativi che il rischio è farci l’abitudine. La sindrome, in qualche modo, è quella che ha fatto nascere i neet (Not (engaged) in Education, Employment or Training, cioè persone, prevalentemente giovani, che non sono coinvolte in percorsi educativi, di lavoro o di formazione): in pratica si sono arrese ad un contesto quasi totalmente privo di opportunità oppure non riescono a cogliere in un mondo professionale troppo competitivo.
Oggi pubblichiamo, con grande piacere, un articolo che ha scritto per noi Sara, una studentessa del Liceo Rinaldini di Ancona che ha avuto la pessima idea 🙂 di fare una delle sue prime esperienze di contatto con il mondo del lavoro qui da noi. E da quello che ha scritto pare che così male non sia andata. Buona lettura (e soprattutto grazie a Sara).
Siamo i primi ad utilizzare internet per recuperare informazioni, notizie ed argomenti che poi riproponiamo o cerchiamo di rendere “fruibili” in maniera differenziata (e speriamo più ampia). Google, i social media, i blog e l’intero universo del web fatto dagli utenti generano una quantità di contenuti potenzialmente infinita. Il bello è che in questo modo abbiamo la possibilità di informarci su tutto e di farlo in maniera veloce ed immediata, senza confini, con la possibilità di scoprire cose nuove di cui non conoscevamo magari l’esistenza. L’aspetto meno confortante invece è che questo insieme di informazioni così vasto rischia di disorientarci, di farci perdere l’obiettivo principale delle nostre ricerche. E qualche volta anche di non trovare quello che cerchiamo. L’esempio che facciamo sempre è questo: provate a mettere su Google le parole “offerte lavoro Ancona”. Nel momento in cui scriviamo il motore di ricerca restituisce 822mila risultati: tanti, forse troppi per trovare quello che ci interessa veramente.
Trovare lavoro e, soprattutto, trovarlo adatto alle nostre competenze e in sintonia con le nostre aspirazioni non è una cosa facile. Sembrerebbe anzi che in Italia, al momento, sia una cosa impossibile. Spesso ragazzi e ragazze vengono nel nostro servizio e chiedono “un lavoro qualsiasi”: ci spiace dover dire che questo lavoro, di fatto, non esiste. Sembra un paradosso perché se qualcuno immagina che un lavoro qualsiasi significhi essere disposti a fare tutto, pare impossibile che nessuno offra niente. Come a dire: “possibile che non ci sia un compito od una mansione, anche elementare e semplice, che posso svolgere”? Ed il problema è proprio questo. Data la competitività in tutti i settori ed a tutti i livelli, presentarsi disposti a fare tutto si traduce in un molto più povero “non so fare niente”. Oggi quel che conta è poter dare l’idea di sapere fare bene qualcosa: avere un’idea precisa delle proprie competenze e delle proprie abilità. E venderle al meglio.
Un paio di domande per chi non ha ancora superato i 30 anni: quante foto scattate ogni giorno? E che cosa fotografate? La risposta alla prima domanda il numero può essere molto variabile ma se avete uno smartphone non saranno sicuramente meno di 4/5 foto al giorno (significherebbe che sono quasi duemila foto all’anno). L’avere a disposizione uno strumento facile e veloce sicuramente aiuta questo ritmo frenetico di scatti, ma forse non è l’unico motivo. Ed infatti sul motivo per cui lo si fa le risposte possono essere varie e proviamo ad elencarne alcune che secondo la nostra opinione sono tra le più comuni: al primo posto sicuramente in questo periodo ci sono i selfie; al secondo posto c’è il cibo che mangiamo, vediamo o cuciniamo; al terzo posto i luoghi in cui siamo e ai quali siamo affezionati (viaggi, ma anche locali, spiagge o semplici luoghi in cui sostiamo con frequenza); infine tra le cose fotografate ci saranno probabilmente i prodotti che vogliamo (o vorremmo; la foto certe volte serve poi per cercare su internet la stessa cosa che abbiamo visto in negozio).
Lungi dal compiersi delle pari opportunità effettive, nel nostro Paese qualcosa si muove anche per quello che riguarda il mondo del lavoro e le donne. I problemi sono diversi e rilevanti: l’accessibilità alla carriera, il riconoscimento delle competenze, la valutazione effettiva dei risultati, la discriminazione di fatto in alcuni settori. Ma anche quando il lavoro è una opportunità effettiva i problemi non mancano. Come abbiamo letto 
L’epoca che stiamo vivendo, da un punto di vista professionale, richiede un continuo aggiornamento delle nostre capacità e delle nostre competenze. Non si tratta solo di frequentare corsi di formazione in continuo (che, diciamolo, a volte sono anche ridondanti). Piuttosto sempre più spesso viene richiesto un grado di adattabilità, di mutazione, di “improvvisazione” o prontezza a situazioni nuove e diverse: alcuni la chiamano flessibilità, ma così facendo il termine viene troppo spesso confuso con precarietà. Forse quello che potremmo intendere per flessibilità è la nostra capacità di adattare le nostre conoscenze a contesti diversi, la possibilità che abbiamo di apprendere non soltanto conoscenze tecniche ed operative ma anche saperi funzionali. Qualcosa che possiamo poi adattare a situazioni e contesti variegati. Una volta avrebbero detto “le basi”. Oggi, certamente, queste “basi” non son più quelle di una volta (come le stagioni 😉 ) e dobbiamo forse aggiornarci e registrare la nostra formazione su altri parametri.