La parola dell’anno non è una parola
Ogni anno l’Oxford Dictionary sceglie una parola simbolo: un termine, un lemma, un’espressione che sintetizzi in qualche modo quel che si è detto e scritto durante i mesi precedenti. Chiaramente le fonti sono giornali, media e, più che mai, il web con tutto il suo contorno. La notizia è che per il 2015 la parola scelta non è una parola. Oxford ha scelto di rappresentare il 2015 con un emoji (emoticon), in particolare con al faccina che ride.
Probabilmente la scelta è dovuta soprattutto all’utilizzo massiccio e alla diffusione capillare di servizi di chat (WhatsApp e simili) che hanno dato il via libera alla messaggistica istantanea e veloce. Così noi utenti abbiamo in qualche maniera approfittato. Quante volte vi è capitato di esprimere con una faccina un pensiero anziché articolarlo con una o più parole? E quante faccine (simboli, pupetti, oggettini più o meno simpatici) ricevete sul vostro smartphone? Probabilmente frequentando le chat, se vi metteste a contarle supererebbero le parole. Forse però esagerare in questo senso non ci fa bene.
Non che sia una malattia, però l’utilizzo delle faccine ci permette di utilizzare una scorciatoia: non ci mettiamo a pensare a quali parole utilizzare, a come potremmo dirlo meglio o in maniera più efficace, a riflettere sulla sensazione che certi vocaboli possono suscitare. La faccina è veloce, sbrigativa, semplificatrice. A volte anche trattabile, che forse è la cosa che qualche volta ce la fa scegliere per evitare complicazioni. Così facendo però corriamo il rischio di non soffermarci sulle discussioni, di tralasciare i particolari, di non approfondire le relazioni. Le faccine non tolgono spazio alle parole ma anche alle nostre emozioni: riassunto in una pallina gialla che ride o che piange, uguale per tutti e in ogni occasione quello che proviamo rimane nel nostro cuore e nel nostro cervello soltanto un istante e non abbiamo tempo per rielaborarlo nè per capirlo. Accade che un po’ tutto ci sfugge. Lo scrive meglio di noi Paolo Iabichino in questo post su Medium: “Non è facile affidare alle parole un’emozione. Scrivere “sono felice”, “mi fai piangere dal ridere”, “mi fai incazzare, sai?”, “sono preoccupato”. Non è la stessa cosa che affidarsi a un comando breve per dirlo con una faccina.”
Se vogliamo tralasciare la parte emotiva della faccenda c’è anche un’altra questione: siamo proprio sicuri che il comunicare per emoji sia davvero universalmente comprensibile? Immaginiamo di dover raccontare quello che sappiamo fare o, meglio, la nostra idea sulla professione che svolgiamo o che vogliamo fare attraverso le faccine? Avrebbe lo stesso effetto su chi ci ascolta? Sarebbe davvero un modo affascinante di attirare l’attenzione, magari in un ambito professionale? Anche se qualche volta non ce ne rendiamo conto, diamo forma a ciò che siamo anche attraverso il nostro scrivere. Proviamo a prenderci del tempo per farlo, affinché possiamo recuperare familiarità con l’ascolto di ciò che proviamo.













Chi di voi si rivolge a una maga o un veggente per scoprire che cosa gli accadrà domani? Speriamo nessuno. Così come speriamo che siano pochi anche coloro che fanno troppo affidamento sugli oroscopi, che in realtà sono solo un modo divertente e giocoso per provare a farci delle domande su noi stessi e non per sapere se domani vinceremo la lotteria o troveremo un nuovo lavoro fichissimo.
Uno degli obiettivi del nostro servizio è quello di aiutare i giovani a essere autonomi. Cosa vuol dire autonomia? I più preparati in lingua forse potrebbero indovinare la risposta che abbiamo in mente noi. Autonomia è una parola che ha origine dalle parole greche autòs e nomòs: così composte potremmo dire che il significato trasportato in italiano suonerebbe come “la capacità di darsi delle regole e saperle rispettare” (oppure libertà d vivere con le proprie leggi). Quello che ci interessa di questa definizione è che in realtà autonomia non significa “fare quello che ci fare” e nemmeno indica una libertà non meglio definita. Autonomia non è quindi la possibilità di fare la prima cosa che ci viene in mente senza rendere conto a nessuno. Si tratta invece di altro.
Quante volte vi è capitato di aver voglia di vivere un’avventura? Una storia affascinante e coinvolgente? Viaggiare in un’altra dimensione? Bene, potete farlo! Ed è semplicissimo: basta leggere un libro, meglio se un romanzo. Leggere un libro è una esperienza a cui diamo sempre più spesso un significato di mero svago, se non addirittura di inutilità. Invece rappresenta uno dei momenti in cui le nostre facoltà sono maggiormente sollecitate.
Il nostro Informagiovani è un servizio aperto a tutti i giovani, studenti o universitari, in cerca di informazioni, consigli, orientamento e supporto nella realizzazione del loro progetto di studio, vita e lavoro. Tra le attività di consulenza che facciamo costantemente c’è quella di orientamento e informazione sulla possibilità di fare un’esperienza all’estero, come volontari, tirocinanti, lavoratori, ma prima di tutto, come partecipanti a uno 
Considerato il tempo e la data oggi parliamo di vacanze. Ora qualcuno si immaginerà, giustamente, che tratteremo di mete in paesi esotici, di arrampicate sui monti o di bagni in mezzo a piscine naturali piene di pesci. Ma su questi temi non siamo molto ferrati e, al massimo, potremmo riportare soltanto qualche piccola esperienza personale di poco conto. Invece scriviamo di vacanze perché la notizia è che le vacanze ci rendono più produttivi e ci aiutano anche a essere più efficaci nelle nostre mansioni professionali.
Come si fa a farsi venire un’idea? Così, in maniera astratta e non contestualizzata, forse è davvero difficile non solo spiegarlo ma anche riuscirci. In realtà le idee nascono anche un po’ per caso, per un sogno o un desiderio, perché leggiamo una frase che ci appassiona o vediamo qualcosa che ci colpisce. La famosa lampadina che si accende, insomma, non è sempre pronta a rispondere ai nostri comandi e talvolta, anche se lo vogliamo, le idee non vengono. Per questo motivo negli anni ’40 del secolo scorso, un pubblicitario americano di nome Alex Osborn, aveva inventato un metodo per far nascere le idee: l’ormai conosciuto, diffuso e strausato brainstorming.
Questa avventura è nata nel giorno in cui la mia professoressa mi ha comunicato che avrei fatto le mie tre settimane di alternanza scuola-lavoro all’Informagiovani: non conoscevo molto questo servizio, anzi le mie informazioni erano veramente scarse.
Torniamo spesso a parlare di competenze e conoscenze, fondamento di una solida vita professionale (e se volete anche personale). Quante cose conosciamo? E quante ne conosciamo abbastanza bene da poter essere considerati dei “maestri” in quella materia? L’importanza di questo aspetto è fondamentale: soprattutto in ambito lavorativo (e non solo se faremo i maestri o i professori in futuro). Per definire meglio quello di cui vogliamo parlare vi raccontiamo una storiella.