Categoria contente tutte le informazioni circa la formazione: dalla scuola dell’obbligo all’università, dai corsi di formazione professionale alle nuove opportunità di formazione. Non solo occasioni e annunci ma anche la descrizione di scenari e tendenze future, la promozione di nuove modalità formative, le possibilità di fare formazione online, le risrose utili per frequentarla.

Gli ITS: percorsi formativi post diploma

Nell’arco della loro carriera scolastica, i ragazzi sono chiamati a compiere delle scelte importanti per il loro futuro, sia scolastico sia professionale. La prima scelta importante viene richiesta già al terzo anno della scuola secondaria di primo grado, quando i ragazzi devono scegliere a quale scuola secondaria di secondo grado iscriversi. In questo le scuole si sono “attrezzate” prevedendo giornate di visita alle scuole superiori allo scopo di far conoscere ai ragazzi l’offerta del proprio territorio. La seconda scelta importante viene affrontata all’ultimo anno delle scuole secondarie di secondo grado; anche per i ragazzi di questa età le scuole prevedono visite di orientamento alle università locali volte a fornire una panoramica il più possibile completa dell’offerta formativa accademica.

L’università, però, non rappresenta l’unica possibilità formativa per i neo diplomati; infatti il panorama formativo contempla anche gli ITS Istituti Tecnici Superiori – che rappresentano un canale formativo post secondario parallelo ai percorsi accademici.

Gli ITS sono scuole di alta tecnologia che hanno lo scopo di formare tecnici superiori in aree tecnologiche strategiche del sistema economico -produttivo del Paese, quali la mobilità sostenibile, l’efficienza energetica, il made in Italy, le nuove tecnologie per i beni culturali e il turismo, le tecnologie dell’informazione e della comunicazione. Queste scuole sono costituite nella forma di fondazioni formate da scuole, università e imprese per dare vita ad un’autentica integrazione tra istruzione, formazione e lavoro.

I corsi ITS, che sono gratuiti ma prevedono una compartecipazione alle spese didattiche,  hanno una durata biennale per un totale di 1800 ore, suddivise tra ore di attività in aula e in laboratorio e ore di stage in azienda; lo stage è obbligatorio per almeno il 30% del monte ore complessivo ed è prevista la possibilità di effettuare il tirocinio anche all’estero. Il 50% dei docenti proviene dal mondo del lavoro e delle professioni.

Il titolo rilasciato è un Diploma di tecnico superiore con l’indicazione dell’area tecnologica e della figura nazionale di riferimento, corrispondente al V livello del Quadro Europeo delle qualifiche – EQF.

Accedono ai percorsi, previa selezione, i giovani in possesso del diploma di istruzione tecnica (scuola secondaria superiore), coerente con l’area tecnologica di riferimento; è consentito l’accesso ai candidati in possesso di altri tipi di diploma, previa frequenza di moduli di specifica preparazione, finalizzati a “riallineare” le competenze tecniche specifiche mancanti. Requisiti indispensabili sono una buona conoscenza in informatica e dell’inglese.

Se volete sapere quali corsi ITS sono in partenza in ambito regionale, potete l’elenco corsi gratuiti sul sito dell’Informagiovani alla pagina dedicata.

Borsa

BORSE LAVORO OVER 30

La Regione Marche ha approvato l’avviso pubblico per l’assegnazione di 1000 borse lavoro per over 30, di cui 302 destinate alla provincia di Ancona. Con questo bando la regione intende favorire l’inserimento o il reinserimento lavorativo di persone di età compresa tra 30 e 65 anni, disoccupate certificate, residenti nelle Marche, con basso reddito ISEE e a prescindere dal titolo di studio, offrendo loro anche una possibilità di riqualificazione professionale.

Un soggetto che abbia i requisiti sopra descritti e che intende partecipare al bando dovrà cercare un datore di lavoro privato (impresa o ente senza fini di lucro) o uno studio professionale con il quale ideare e concordare un progetto di borsa lavoro da svolgere al suo interno per un periodo di 6 mesi, con un orario minimo di 25 ore settimanali e con una retribuzione di 650,00 euro lordi al mese.

Le borse lavoro in nessun caso configurano un rapporto di lavoro con i soggetti ospitanti.

Come il soggetto ospitato, così anche il soggetto ospitante deve rispondere al requisito della residenza in regione, requisito che si applica alla sede legale od operativa, e ad un’altra serie di requisiti previsti da bando.

Non è così semplice individuare una potenziale azienda ospitante; in questo, però, un aiuto viene fornito dai CIOF (Centri per l’Impiego) i quali pubblicano sul loro sito le disponibilità da parte delle aziende ad accogliere borsisti. Per la provincia di Ancona potete consultare la pagina dedicata alle offerte di lavoro di aziende private.

Un ulteriore aiuto lo potete trovate anche presso l’Informagiovani di Ancona che mette a disposizione degli utenti un apposito book con le offerte relative a questo bando.

Una volta individuata l’azienda ospitante e concordato con essa il progetto di borsa lavoro, il borsista dovrà presentare apposita domanda sia telematicamente attraverso il sistema informatico della regione, SIFORM,sia per raccomandata A/R  ad uno degli indirizzi indicati da bando.

Il termine di presentazione delle domande, inizialmente fissato per il 30/09/2016, è stato prorogato al 24 ottobre 2016.

formazione

Scegliere un corso di formazione

Quale corso di formazione posso scegliere? Qual’è il corso più adatto a me?: queste sono alcune delle domande più frequenti che gli operatori di orientamento si sentono rivolgere.

In un mondo del lavoro in continua evoluzione, è naturale che evolvano anche i bisogni delle aziende; vengono richieste sempre nuove competenze e di conseguenza cambiano anche i fabbisogni formativi. Il titolo di studio (diploma o laurea) non è più sufficiente a garantire l’immediato inserimento nel mondo del lavoro ma sempre più spesso deve essere integrato da un percorso formativo in grado di fornire conoscenze più pratiche e specialistiche. Diviene quindi fondamentale scegliere corsi di formazione in grado di fornire tutte le competenze di cui una figura professionale ha bisogno.

L’impresa non è sicuramente semplice dal momento che l’offerta formativa presente sul mercato è vastissima. Tuttavia è possibile seguire alcune indicazioni utili ad una scelta consapevole.

Il primo passo da compiere è cercare di individuare le professioni che il mercato richiede maggiormente senza però prescindere dai propri interessi, dalle proprie inclinazioni, dalle ambizioni personali e dalla passione che farà da filo conduttore a tutta la carriera professionale.

Una volta individuati i propri interessi, è necessario scegliere anche in base alla tipologia di corso, alle caratteristiche dell’ente organizzatore e alla durata del corso stesso.

I corsi di formazione possono, infatti, essere gratuiti o pagamento. Quelli gratuiti possono essere finanziati dal Fondo Sociale Europeo (FSE); quelli a pagamento possono essere autorizzati dalla Provincia. Per ottenere il finanziamento o l’autorizzazione, i corsi vengono sottoposti a valutazione da parte dell’ente Provincia sulla base di criteri di qualità.

Non solo i progetti formativi ma anche gli enti di formazione devono sottostare a criteri di qualità per ottenere il finanziamento o l’autorizzazione del proprio corso. Solo gli enti che rispondono a questi criteri vengono accreditati.

Solo i corsi di formazione organizzati da enti accreditati possono rilasciare qualifiche professionali o diplomi di specializzazione e quindi titoli riconosciuti sul mercato del lavoro.

Sulla scelta di un corso inciderà quindi anche il titolo rilasciato dal corso stesso. In base alla durata del corso, i titoli che si possono ottenere sono: attestato di partecipazione (durata corso: almeno 36 ore), qualifica professionale (durata corso: almeno  400 ore) e diploma di specializzazione (durata corso: almeno 300 ore).

Se state cercando un corso di formazione in ambito regionale, consultate i nostri elenchi alla pagina corsi e concorsi.

Le competenze informatiche sono essenziali

Solitamente ormai si danno per scontate, ma le abilità nell’utilizzo del pc non sono un patrimonio comune. E, soprattutto, bisogna intendersi su che cosa significhi oggi sapere e potere utilizzare in maniera adeguata un computer. Se leggete questo post, quantomeno avete la padronanza minima della navigazione in internet e siete arrivati in qualche maniera a visualizzare queste righe. In Italia questa capacità non ce l’hanno tutti ed il problema non è tanto e solo di spendibilità nel mercato del lavoro ma anche di accesso alle opportunità. Significa che chi non sa utilizzare un computer non solo ha meno possibilità di trovare un lavoro dignitoso ma già oggi non è nella condizione di poter fare alcun lavoro.

Per dare un’idea un po’ più precisa di quello che accade oggi in Italia, riprendiamo da un articolo del giornale on line Linkiesta alcuni dati relativi alla diffusione di internet nel nostro Paese. Il dibattito italiano, solitamente, si ferma alla poca diffusione della banda larga nelle case degli italiani. Questa mancanza si porta dietro anche una serie di correlazioni e conseguenze, non ultima quella delle poche opportunità che ci sono di progredire in tema di diffusione della cultura informatica nella popolazione. In sostanza il pensiero è che siccome le infrastrutture esistenti sono poco sviluppate, ne consegue che sono poche anche le persone che le sanno utilizzare. Sicuramente questo è un dato veritiero, sostenuto anche da ricerche ed analisi di carattere scientifico. Per farci meglio capire, è come se dicessimo che in un dato luogo non ci va nessuno perché non c’è nessuna strada o collegamento che lo raggiunge.

Per l’informatica vale la pena però prendere in considerazione anche un altro fattore, se non altro per rifuggire da un atteggiamento attendista che è un po’ tipico italiano (della serie: non utilizzo il pc/web fintanto che non c’è una struttura adatta). In questo senso un dato che noi definiamo allarmante è quello che indica che a fronte di un aumento delle connessioni in banda larga di circa quaranta punti percentuali in meno di dieci anni, le abilità informatiche della popolazione italiana sono rimaste sostanzialmente al palo. Se è vero che il web veloce facilita l’accesso e l’utilizzo questo non dovrebbe accadere. Forse potrebbe essere utile un po’ di istruzione? Magari l’utilizzo e l’acquisizione di competenze informatiche cresce anche grazie a processi in cui si cerca di alfabetizzare le persone che dovranno utilizzarlo.

Sempre Linkiesta riporta che “l’implementazione di politiche per la diminuzione dell’analfabetismo informatico potrebbe essere una buona leva per far crescere il mercato delle vendite online, perlomeno in relazione all’Italia. Un Paese, forse vale la pena di ricordarlo, in cui il 39% della popolazione non ha mai navigato su internet. L’esempio da seguire, in quest’ambito, è quello dei paesi scandinavi”. Insomma sarebbe necessario tornare un po’ sui “banchi” o, meglio, sui PC di scuola per imparare ad utilizzare il computer. L’alfabetizzazione digitale, come viene chiamata, aiuterebbe non soltanto a far progredire il singolo, ma anche l’intera comunità in termini di ricchezza di opportunità, sviluppo di nuovi mercati, consapevolezza e cultura generale. Insomma, un vero progresso. Che stiamo aspettando?

 

Nel nostro piccolo, niente! Infatti certi che questa cosa fosse utile abbiamo fatto partire qualche tempo fa il minicorso “ABC per il PC” che in tre moduli insegna a chi proprio non ne sa nulla che cosa fa e a che cosa serve il computer. Ci piace dirlo: è stato un successone! Talmente elevato che abbiamo deciso di riaprire le iscrizioni. Se conoscete qualcuno che non saprebbe raggiungere questo articolo per leggerlo è il momento giusto per fargli un regalo: ditegli di iscriversi ad ABC per il PC, lo aspettiamo!

Tirocini all’ECDC per laureati

L’ECDC –  Centro Europeo per la Prevenzione e il Controllo delle Malattie offre la possibilità di svolgere presso la propria sede di Solna (Svezia) dei tirocini per un periodo da tre a sei mesi.

I candidati dovranno essere laureati in uno dei seguenti settori: malattie cliniche infettive, microbiologia, salute pubblica, epidemiologia, statistica e/o modelling delle malattie infettive, scienze sociali, informatica medica, comunicazione scientifica e/o del rischio, e altri settori collegati.

Requisiti per partecipare:

  •  essere cittadini degli Stati membri UE, dei paesi candidati o di Islanda, Liechtenstein e Norvegia;
  • possedere un’ottima conoscenza della lingua inglese; viene considerata favorevolmente la conoscenza di altre lingue UE;

Il centro offre un contributo mensile di circa 1460 euro netti e offre un rimborso di viaggio per l’inizio e la fine del tirocinio.

Il bando per presentare le candidature esce ogni anno, tra settembre e dicembre, e i tirocini cominciano l’anno successivo tra marzo e giugno.

Biennio all’estero con i Collegi del Mondo Unito

 

Il Movimento UWC è composto da 15 scuole internazionali legalmente riconosciute, unite dall’obiettivo di rendere l’educazione “una forza per unire popoli, nazioni e culture per la pace e per un futuro sostenibile”, temi che diventano più importanti ogni giorno che passa.

Ogni anno i Collegi del Mondo Unito offrono a studenti iscritti al terzo anno di scuole secondarie la possibilità di far parte di un’esperienza educativa in un ambiente che unisce un programma accademico di alto livello alla sfida personale ed ai valori dell’inclusione, dell’accettazione e della considerazione degli altri.

Esistono ad 18 Collegi del Mondo Unito in quattro continenti, per lo più specializzati nell’educazione di ragazzi tra i 16 ed i 19 anni, età in cui l’energia e l’idealismo di un giovane possono essere canalizzati in empatia, responsabilità ed impegno a lungo termine. Nei Collegi del Mondo Unito viene enfatizzata l’importanza dell’apprendimento esperienziale, del servizio di comunità e delle attività all’aria aperta.
Il programma è biennale e include attività scolastiche, sportive e creative, differenti a seconda della scuola di destinazione, e viene per lo più svolto in inglese.

La selezione è impegnativa e i criteri di selezione dei partecipanti si basano su questi parametri:
– curiosità intellettuale e cultura generale con particolare attenzione alle questioni contemporanee, a livello italiano e internazionale;
– capacità di rielaborazione personale, di pensare criticamente e a livello interdisciplinare;
– capacità di stare in gruppo e di lavorare in gruppo;
– altruismo, attitudine alla condivisione delle proprie esperienze, progetti, passioni;
– motivazione all’esperienza dei Collegi del Mondo Unito e condivisione dei valori del movimento.

Le candidature vanno fatte ogni anno in base alle indicazioni del bando, che di solito scade a novembre.

studiare in Australia corso di formazione

Studiare in Australia!

Molti di voi avranno pensato almeno una volta nella vita che sarebbe bello poter fare un corso, magari di lingua, in Australia, e unire la necessità di migliorare l’inglese con il piacere di visitare un paese così diverso dal nostro e sul quale si sentono racconti leggendari.

Ma come fare? La distanza sia geografica che culturale, la difficoltà di trovare fonti affidabili di informazioni dedicate proprio a chi non vive già nel paese sono tutti fattori che ci possono scoraggiare nella costruzione del nostro bel progetto.

Per questo il governo australiano ha creato un portale dedicato espressamente a chi ha intenzione di andare a frequentare un corso, a livello scolastico o professionale, nel paese dei canguri, dei serpenti e delle spiagge infinite.
Per farvi sentire più vicini, il 25 novembre un rappresentante del Consolato Australiano terrà un webinar gratuito sui vari tipi di corsi che si possono frequentare in Australia e su come organizzare il proprio soggiorno down under!

L’appuntamento è per mercoledì 25 novembre alle 16.30, online da casa tua!
La partecipazione è gratuita, con iscrizione via email all’indirizzo Italy@studyinaustralia.gov.au

Cosa bisogna studiare per garantirsi il futuro

Scegliere il proprio percorso di studi non è facile: le incognite sono tante quante sono le raccomandazioni, i consigli, i suggerimenti. Il fatto è che alcune scelte che compiamo nei “primi” annid ella nostra vita potrebbero risultare determinanti per il nostro futuro. Non sempre sono facili da fare per una serie di motivi: ci capita di dover scegliere qualcosa che è più “grande” di noi, non siamo nel periodo giusto, non abbiamo un paragone di confronto che ci aiuta a fare la scelta corretta, non abbiamo la certezza che ciò che sceglieremo si manterrà una buona scelta anche in futuro. E via discorrendo per altre decine di dubbi. La notizia positiva è che questo tipo di “angosciosa” incertezza la viviamo un po’ tutti, un po’ tutti ci siamo passati e, qualche volta, chi non l’ha avuta è chi ha fatto poi le scelte peggiori.

Uno di questi momenti topici nel nostro spettro di decisioni è quando dobbiamo scegliere il nostro futuro professionale. Significa scegliere che scuola fare, che professione intraprendere e, qualche volta, anche se trasferirci dal posto dove viviamo. Su che basi facciamo questa scelta? Solitamente dipende dall’età: da adolescenti sulla scorta di quello che fanno gli amici (che poi uno si chiede: ce ne sarà uno che sceglie?), da giovani sulla spinta di quello che dicono genitori, parenti e insegnanti, da grandi sulla base dell’esperienza. Ma in ogni caso non sempre questi suggerimenti esterni sono corretti, seppur dati con scrupolo e buona fede.

In un articolo apparso questa estate sul Fatto Quotidiano si faceva questa domana: “È giusto studiare quello per cui si è portati e che si ama?” E la risposta del giornale era la seguente: “Soltanto se si è ricchi e non si ha bisogno di lavorare, dicono gli economisti. Se guardiamo all’istruzione come un investimento, le indagini sugli studenti dimostrano che quelli più avversi al rischio, magari perché hanno voti bassi e non si sentono competitivi, scelgono le facoltà che danno meno prospettive di lavoro, cioè quelle umanisticheI ragazzi più svegli e intraprendenti si sentono sicuri abbastanza da buttarsi su Ingegneria, Matematica, Fisica, Finanza. Studi difficili e competitivi. Ma chi li completa avrà opportunità maggiori, in Italia o all’estero.” A dire questa cosa sono gli economisti che hanno studiato il valore (monetario per certi versi) di alcuni studi. A certificare questa cosa c’è un documento di rilevanza internazionale (che chi mastica l’inglese può leggere qui) che indica tra le altre cose quanto vale l’investimento fatto per ottenre una laurea. Ad esempio “fatto 100 il valore medio attualizzato di una laurea a cinque anni dalla fine degli studi, per un uomo laureato in Legge o in Economia è 273, ben 398 se in Medicina. Soltanto 55 se studia Fisica o Informatica (le imprese italiane hanno adattato la propria struttura su lavoratori economici e poco qualificati). Se studia Lettere o Storia, il valore è pesantemente negativo, -265. Cioè fare studi umanistici non conviene, è un lusso che dovrebbe concedersi soltanto chi se lo può permettere“.

Questa affermazione, da un puro punto di vista economico, matematico e razionale, è inconfutabile. Quindi: tutti a iscriversi alle facoltà scientifiche? Beh, secondo noi non è proprio così. Per due motivi: il primo è che ci sono una serie settori in cui la preparazione umanistica può essere fondamentale (avete mai sentito parlare, ad esempio, di content manager?) ed anche se rappresentano una nicchia hanno un loro riscontro. Il secondo motivo ve lo spieghiamo per una domanda: se una laurea in lettere vale -265 quanto vale invece una non-laurea (cioè un percorso di laurea intrapreso e non concluso) in ingegneria? Se avete la risposta postatela qui sotto. E buono studio!

Tre settimane all'IG

alternanza-scuola-lavoroQuesta avventura è nata nel giorno in cui la mia professoressa mi ha comunicato che avrei fatto le mie tre settimane di alternanza scuola-lavoro all’Informagiovani: non conoscevo molto questo servizio, anzi le mie informazioni erano veramente scarse.

Le emozioni prima di iniziare erano numerose e contraddittorie: passavano dal timore per la nuova esperienza alla curiosità di scoprire un mondo a me sconosciuto che mi avrebbe avvicinato al lavoro e messo a contatto con persone nuove con le quali avrei dovuto relazionarmi e collaborare per tre settimane. Il primo di giorno di “lavoro” mi sono presentato all’ingresso e sono stato gentilmente accolto da tutto lo staff che mi ha mostrato il locale dove avrei passato i giorni successivi e illustrato i servizi che l’Informagiovani svolge, liberandomi immediatamente della tensione e innescando ancora di più curiosità e stimoli.

Per cominciare, mi hanno assegnato una scrivania tutta per me dove avrei iniziato il mio primo lavoro. Consisteva nel revisionare e sistemare un raccoglitore che riguardava i finanziamenti per la creazione di nuove imprese; raccogliendo nuove leggi, nuove disposizioni e nuovi bandi. Col passare dei giorni ho iniziato a socializzare con le persone che collaboravano con me e ho trovato un gruppo che mi ha sempre dato la possibilità di lavorare con il tempo e lo spazio dovuto.

Essendo la prima esperienza lavorativa avevo un’idea e delle prospettive che in parte sono state confermate e in parte invece smentite. L’ambiente lavorativo dove mi sono trovato era energico, stimolante e allo stesso tempo accogliente e rassicurante. Questo mi ha permesso di lavorare in tutta tranquillità con gli stimoli giusti. I lavori che ho affrontato non erano basati solo sul consolidamento delle competenze scolastiche ma anche sull’acquisizione di nuove, come il rapporto e l’accoglienza del pubblico. Le prime volte è stato complicato perché avevo bisogno di un sostegno per via delle mie scarse informazioni. Ma con il passare dei giorni però aumentava la mia esperienza e le mie conoscenze che mi permettevano di consigliare gli utenti nel migliore dei modi. Sicuramente la parte del lavoro più gratificante e interessante è stata la creazione di un video su una mostra ospitata all’interno dell’Informagiovani. Questo perché mi ha permesso di imparare l’uso di un editor di foto e video e mi ha regalato la soddisfazione di ricevere i complimenti sia da parte dello staff che dagli organizzatori della mostra.

Pian piano scoprendo e vivendo l’ambiente dell’Informagiovani ho compreso le numerose difficoltà da affrontare ogni giorno per rispettare tutti i servizi disponibili al pubblico nei quali anche io ero coinvolto: spesso cercavo di trovare la soluzione affinché gli utenti potessero avere a disposizione la risposta migliore..

Arrivando alla fine di queste tre settimane posso affermare di essermi integrato perfettamente all’interno del gruppo e consiglio vivamente a qualsiasi ragazzo di provare questa esperienza. Ringrazio tutte le persone che hanno collaborato a rendere questo stage un bagaglio di esperienza che non dimenticherò.

 

(questo articolo è stato scritto da Federico Capobelli, stagista dell’Istituto Savoia-Benincasa)

 

Quante ne sai?

quante ne saiTorniamo spesso a parlare di competenze e conoscenze, fondamento di una solida vita professionale (e se volete anche personale). Quante cose conosciamo? E quante ne conosciamo abbastanza bene da poter essere considerati dei “maestri” in quella materia? L’importanza di questo aspetto è fondamentale: soprattutto in ambito lavorativo (e non solo se faremo i maestri o i professori in futuro). Per definire meglio quello di cui vogliamo parlare vi raccontiamo una storiella.

Narra una leggenda molto popolare tra i fisici che Max Planck, dopo aver ricevuto il premio Nobel nel 1918 per la scoperta della quantizzazione dell’energia, si imbarcò in un tour attraverso tutta la Germania per tenere delle conferenze sulla meccanica quantistica, la nuova e rivoluzionaria disciplina che era nata dalle sue scoperte. Parlare di «conferenze» è improprio: il professor Planck teneva infatti sempre la stessa, sempre uguale, persino nei colpi di tosse. Giorno dopo giorno, l’autista che lo accompagnava arrivò a impararla a memoria, finendo anche per notare che il professor Planck cominciava ad annoiarsi un pochetto. In occasione di un viaggio verso Monaco di Baviera, perciò, chiese al suo assistito: “Certo, professore, deve essere veramente noioso ripetere sempre le stesse cose. Tanto per cambiare, a Monaco, non potrei parlare al suo posto?”. Planck, che era un buontempone, accettò volentieri e i due decisero di scambiarsi i ruoli; l’autista avrebbe tenuto la conferenza, mentre il Nobel si sarebbe accomodato in platea con il berretto da chauffeur e l’aria austera. Purtroppo, dopo la conferenza, accadde una cosa mai successa prima. Un tizio del pubblico, nella fattispecie un professore di fisica, si alzò in piedi e fece una domanda. Senza perdere un grammo del suo aplomb, l’autista replicò: “Mi sorprende davvero che l’abitante di una città così avanzata possa fare una domanda così semplice. Guardi, le può rispondere direttamente il mio autista”.

Questa storiella simpatica, di cui dobbiamo la conoscenza a Marco Malvaldi e al suo ultimo libro (Le regole del gioco), oltre a raccontare della prontezza di riflessi e dell’arguzia che ogni tanto possono salvarci da situazioni imbarazzanti e imprevisti, ci fa capire come e quanto sia importante conoscere abbastanza approfonditamente un argomento per poterlo gestire e non solo raccontare. La capacità di parlare, anche in pubblico, di un tema non è necessariamente sintomo di consocenza: gli psicologi chiamano questo tipo di sapere “conoscenza dello chauffeur” (potremmo dire “conoscenza da bar”). Se c’è qualcuno che ha una buona capacità di ascolto e di intuire quali sono i passi fondamentali di un discorso unite a buone doti comunicative, ecco che potremmo credere che quel qualcuno sia un esperto della materia. Fino ad un certo punto: il punto è quando qualcuno gli farà una domanda di cui conosce già la risposta. Potete chiamarla verifica o scherzo bastardo, fatto sta che quella domanda farà cadere tutte le competenze presunte come un castello di carta.

Chi adotta questo metodo per fingersi esperto di qualcosa in realtà è al massimo un bravo attore, capace di interpretare un parte. A pensarci bene in effetti, la similitudine è azzeccata: un attore studia una parte, ne assorbe per quel che può (e per il tempo che serve) le caratteristiche e poi la interpreta al meglio. Ma se un attore che interpreta la parte di un uomo di affari dovesse poi mettersi alla guida, veramente, di un’impresa sarebbero guai per molti, dai clienti, ai dipendenti, ai creditori. Questo ragionamento dovremmo essere bravi a farlo anche con noi stessi, evitando di raccontarci e raccontare storie e bugie sulle nostre competenze. Non sempre è facile perché il confine tra quello che conosciamo e quello che non conosciamo può essere labile e confuso. Le nostre conoscenze non dipendono soltanto da quello che abbiamo studiato sui libri, ma anche dalle esperienze e dalle percezioni che abbiamo assimilato nel corso degli anni. Per fare un esempio pensate alle ricette: sicuramente tra tutti quelli che sanno preparare un tiramisù ci saranno almeno 3 o 4 ricette diverse. Ma se fate un sondaggio ciascuno dirà che la propria ricetta è quella giusta, corretta, originale. Qualcuno però sarà in errore (supposto che la ricetta del tiramisù sia unica), anche se in buona fede. Nel mondo del lavoro, diversamente da quello della cucina (solo quando non è quella professionale), le conoscenze che dobbiamo avere devono essere precise, dettagliate, spesso profonde. Un esercizio che possiamo fare è quello di imparare a determinare  limitare l’ambito delle nostre competenze: che cosa sappiamo veramente? Su che cosa potremmo tenere una lezione senza paura di dover rispondere a una domanda?

La mia Georgia

Forse non tutti sanno che… c’è uno spazio in questo spazio web anche per voi. Abbiamo dedicato una pagina alla collaborazione con voi lettori e qualche volta c’è chi se ne “approfitta” con nostro grande piacere. Questa volta tocca ad AIESEC che ci ha mandato la storia di Angelica.

georgiaCredo che la mia esperienza in Georgia non possa essere descritta con una sola parola, né una fotografia potrebbe in un click riassumere la mia estate in un paese di cui, ahimè, sappiamo ben poco. Ma l’esperienza AIESEC regala proprio questo, fortunatamente: permette di conoscere e vivere in prima persona un’altra cultura e regala esperienze di vita indimenticabili che nessun viaggio studio o vacanza fanno vivere.

Il progetto per cui lavoravo consisteva in diverse lezioni di inglese elementare per bambini e sessioni sugli argomenti più svariati per i ragazzi più grandi dell’ orfanotrofio SOS Villaggi dei Bambini di Tbilisi, la capitale. Io e l’altra stagista con cui lavoravo abbiamo trascorso con loro momenti di svago e altri di riflessione per parlare spesso di una vita incerta e di un futuro che per loro sarebbe stato difficile, ma non per questo buio. Perché la Georgia è un paese variegato e contraddittorio. Non è né Asia, né Europa; né ricca, né povera; né moderna, né tradizionale. Ammetto di aver avuto momenti difficili, ma grazie a ciò ho imparato a riconoscere il mio intuito che solo seguendolo saggiamente mi ha guidato nelle mie scelte.

Ho imparato ad essere più intraprendente; ho imparato a stringere facilmente amicizia con chi, chissà, forse non incontrerò mai più per via della lontananza, ma ho imparato però che al momento della partenza non bisogna mai dirsi addio, ma bensì “ci vediamo alla prossima”, perché nessun addio è per sempre. Ho trascorso diversi weekend nell’ Imerezia, antico regno della Colchide, famosa per il vello d’oro che Giasone conquistò per diventare re. Durante il viaggio nel minibus mi chiedevo più volte se avessi anch’io conquistato qualcosa, un po’ come Giasone. Ebbene sì, è successo.

Ho ritrovato le mie amiche, quattro meravigliose ragazze che ho riabbracciato dopo il nostro “arrivederci” in Italia. Perché loro, esattamente come me, grazie al programma AIESEC, erano partite per conoscere il nostro bel Paese, e proprio grazie all’associazione ho potuto rincontrarle. Sono queste le esperienze che solo un viaggio del genere può regalare; il viaggio alla ricerca della vera ricchezza, quella nel cuore. Non credo che serva aspettare il momento giusto (che poi non sembra arrivare mai) per partire e scoprire nuovi luoghi: a volte basta solo dire “perché no?” e mettersi in moto. E alla fine scopriremo che quei luoghi che credevamo impraticabili o così troppo lontani, una volta raggiunti e conquistati, diventeranno una parte di noi. E capiremo che erano solo le nostre paure così lontane e impraticabili da conquistare. Nel mio cuore porterò sempre con me delle immagini e delle emozioni che non potranno essere duplicate in nessun modo.

მადლობა! Grazie!

Personal branding: in English please

cover_BuildyourbrandVenerdì prossimo, dalle 17 in poi torneremo a parlare di personal branding. E lo faremo in un modo divertente e coinvolgente grazie all’aiuto di The Victoria Company, scuola di lingua con la quale stiamo collaborando per dare a tutti voi la possibilità di sperimentare e di esercitare non soltanto la lingua inglese ma anche una serie di altre competenze ed abilità.

Innanzitutto: che cosa è il personal branding? Dunque a dir la verità ne abbiamo già parlato diverso tempo fa, in questo post. Ma forse è opportuno svelarne, per chi non li conoscesse, qualche altro particolare. Dei due termini inglesi il primo non ha bisogna nemmeno di traduzione (personal) mentre il secondo, anche se ormai conosciuto, significa “marchio” (nel senso di marca, distintivo di un prodotto). Come tutti i marchi anche quello “personal” ha le sue caratteristiche specifiche e serve ad identificare in maniera quasi univoca il proprietario. Parlare di personal branding significa proprio questo: si tratta della capacità ed abilità di creare attorno alla propria figura personale una riconoscibilità valida. Così come quando vediamo una bottiglietta con la banda rossa e la scritta bianca immaginiamo che contenga la Coca Cola, così dovremmo essere in grado di creare qualcosa che ci riguarda che sia subito riconoscibile e riconducibile alla nostra persona e alla nostra professionalità. Magari senza che sia necessario appiccicarci addosso alcuna etichetta adesiva.

Fino a poco tempo fa questa cosa la chiamavano reputazione ed in parte il personal branding è anche questo. Però il concetto che sta dietro è più ampio: mentre la reputazione è qualcosa che gli altri raccontano di noi, quando parliamo di brand dovremmo essere in grado anche di governare e gestire il nostro marchio: scegliere noi le qualità da mettere in evidenza, decidere chi sono i destinatari della nostra proposta professionale, avere la possibilità di promuoverci anche in contesti in cui non c’è nessuno che ci conosce e che può parlare (si spera bene) di noi e di quello che facciamo.

Come si costruisce un brand che ci identifica professionalmente? Innanzitutto lavorando sulla qualità e validità delle nostre competenze. L’idraulico con il miglior personal brand è quello che chiamiamo e consigliamo agli amici senza dover far ricerche nell’elenco o su Google. Ma è anche quello che quando cerchiamo su Google esce tra i primi risultati con ottime recensioni. Sì, perché il nostro brand lo possiamo e dobbiamo costruire su due versanti: sulla qualità della nostra competenza cercando di far riconoscere qualità e affidabilità a tutti coloro con i quali collaboriamo. Sulla nostra capacità di comunicare quello che sappiamo fare meglio.

E se tutto questo lo vogliamo fare per andare a lavorare all’estero? Nessun problema! Venerdì 13 marzo, dalle 17 alle 19 c’è “Build your brand” un workshop utile e divertente per imparare  a costruire il proprio marchio per un pubblico internazionale. La partecipazione è gratuita ma è necessario iscriversi per prenotare il proprio posto a questo link. Il workshop sarà in lingua inglese ed è per questo necessario averne una conoscenza anche basilare (non preoccupatevi, chi lo terrà riuscirà a farvi capire tutto!). Se siete convinti che l’Italia vi va stretta e avete voglia di proporvi anche all’estero, questo appuntamento fa per voi, anzi: è imperdibile!

Come e perché aggiornarsi

come aggiornarsiIn un mondo in continua evoluzione non possiamo stare fermi“. Chi lo ha detto? Tante persone e nessuna in particolare. Per il momento lo abbiamo scritto noi qui e vi vogliamo dire il motivo. La realtà che abbiamo attorno si modifica continuamente e, sopratutto negli ultimi anni, sono successe cose che 20 anni fa sarebbero state quantomeno poco credibili: acquistiamo da un pc anziché in un negozio, possiamo viaggiare nel mondo al costo di quello che era un viaggio in Italia, abbiamo in tasca uno strumento in grado di darci indicazioni su tutto quello che dobbiamo fare (girare, cucinare, vestirci, parlare con gli altri, prendere appuntamenti). Abbiamo più occasioni ed opportunità ed anche molto meno tempo; siamo connessi virtualmente con molti amici, ma riusciamo ad incontrarne fisicamente meno. Ci sono, in sostanza, cose buone ed altre meno buone. Ma tra le meno buone forse c’è anche la nostra incapacità di adattarci o, meglio, di vivere il cambiamento con lo spirito giusto.

La mente umana è per natura resistente al cambiamento e all’incertezza che ne deriva: stare all’interno delle nostre abitudini è un comportamento difensivo naturale, ereditato dalle necessità della preistoria. Ma in un mondo dinamico, stare fermi significa andare indietro. Cambiamento può significare diverse cose: smettere una cattiva abitudine, acquisirne una nuova e potenziante. A volte può significare anche cambiare uno dei nostri principi di base. Altre volte, più semplicemente significa acquisire nuove competenze (come epr esempio imparare ad utilizzare la tecnologia, anziché venirne sopraffatti). Cambiamento può e deve significare anche apprendimento, formazione, e quindi miglioramento.

Per questo motivo questo venerdì torneremo a parlare di formazione, ma in un modo diverso. Durante il workshop “E se la formazione fosse facile?” organizzato in collaborazione con Francesco Di Bitonto, proveremo a dare qualche indicazione sulle motivazioni ed i valori di una formazione efficace. Il corso sarà una sorta di vademecum, una traccia, una guida per chi ha voglia di fare qualsiasi corso di formazione, per aiutarlo a scegliere bene a chi dare i propri soldi e il proprio tempo. Parleremo dell’importanza di fare formazione per l’individuo: la crescita personale come fatture di sviluppo per avere vantaggi competitivi nel mondo del lavoro. Cercheremo di spiegare la necessità di investire tempo e denaro per se stessi: la manualità e le competenze tecniche sul campo non sono più sufficienti. Poi ci sarà modo anche di avere indicazioni su come scegliere il corso e il formatore giusti. Chiuderemo con suggerimenti e una discussione tra i partecipanti, in stile networking, per darsi consigli a vicenda.

Crediamo che la formazione sia indispensabile per il benessere lavorativo dell’individuo. Se ne siete convinti anche voi o semplicemente volete saperne qualcosa in più siete invitati al workshop di venerdì 20 febbraio alle 17.30: per partecipare è sufficiente prenotare il proprio posto. Naturalmente è tutto gratuito e voi sarete i benvenuti!

A cosa serve studiare

un momento della nostra presentazione all'Università Politecnica delle Marche

un momento della nostra presentazione all’Università Politecnica delle Marche

In questi giorni siamo presenti alle Giornate di orientamento dell’Università Politecnica delle Marche per illustrare alcuni dei nostri servizi. Le giornate, dedicate alle scuole superiori (classi quinte) di tutta le Marche, hanno il titolo di “Progetta il tuo futuro”: si può ancora progettare il proprio futuro partendo dallo studio? In un contesto in cui le competenze stentato a farsi riconoscere ed essere valorizzate ha ancora senso investire nella propria istruzione, nel miglioramento delle proprie competenze e conoscenze, nello sviluppo di una professionalità basata su cultura, nozioni, apprendimento? A cosa serve studiare?

Probabilmente se rispondiamo guardando gli annunci di lavoro o il sentimento comune la risposta che ci viene da dare è: assolutamente no! So no molti i suggerimenti che ci farebbero scoraggiare un investimento nello studio: la cosiddetta fuga dei cervelli, l’esperienza di lavoratori neolaureati sottopagati, quella di giovani con un elevato livello di studio che si arrangiano in mansioni decisamente umili, la platea di giovani che hanno abbandonato percorsi di formazione nei quali non riuscivano a trovare un’utilità. Però esistono anche altri aspetti che vale la pena sottolineare per valutare in maniera ponderata (non necessariamente positiva). Di questi aspetti se ne è occupato anche l’OCSE, l’organismo internazionale per la cooperazione e lo sviluppo. In un suo rapporto sull’istruzione dice che “l’istruzione non solo aiuta gli individui ad avere migliori prestazioni nel mercato del lavoro, ma migliora anche la salute complessiva, promuove la cittadinanza attiva e contiene la violenza“.

Annamaria Testa, nel suo blog, illustra anche gli altri aspetti della validità e la convenienza di investire nello studio. Ne riportiamo alcuni per darvi magari modo di riflettere durante il week end. Il primo è che l’istruzione allunga la vita, e nemmeno di pochissimo: “un uomo istruito che lavora nel terziario ha un’aspettativa di vita di otto anni superiore a quella di un uomo che non ha completato l’educazione secondaria“. Il secondo è che l’istruzione ci rende più consapevoli: riuscire a comprendere fatti e questioni più complesse grazie ad un insieme di mozioni più approfondite ci aiuta anche a renderci meglio conto di quel che ci accade. “Le persone più istruite fanno più volontariato. Si interessano di più di politica. Sviluppano una maggiore fiducia interpersonale (quindi sono più portate ad avere comportamenti cooperativi, a mantenere gli impegni, a valorizzare l’integrità e il sostegno reciproco)“.Maggiore istruzione  vuol dire anche maggiore soddisfazione: vuoi mettere il gusto che si prova ad esprimersi in maniera corretta, a dimostrare di conoscere fatti scientifici o riuscire a citare passi di letteratura classica? Ma al di là di quest piccole soddisfazioni del tutto personali in realtà l’OCSE dichiara che “la differenza di soddisfazione per la propria vita tra persone molto e poco istruite consiste in 18 punti percentuali […] Oltre a garantire redditi mediamente più alti, l’istruzione migliora le capacità cognitive, sociali, relazionali, emozionali: per questo le persone più istruite risultano più soddisfatte anche a prescindere dalla loro condizione economica“.

A noi sembrano tutti buoni motivi per scegliere di studiare. Come abbiamo detto e diremo ai ragazzi che si accingono a scegliere il loro percorso universitario, se ci chiedessero “a cosa serve studiare?”  molto semplicemente potremmo rispondere “ad avere una vita migliore”.

Cosa c'è da imparare oggi (per domani)

codingL’epoca che stiamo vivendo, da un punto di vista professionale, richiede un continuo aggiornamento delle nostre capacità e delle nostre competenze. Non si tratta solo di frequentare corsi di formazione in continuo (che, diciamolo, a volte sono anche ridondanti). Piuttosto sempre più spesso viene richiesto un grado di adattabilità, di mutazione, di “improvvisazione” o prontezza a situazioni nuove e diverse: alcuni la chiamano flessibilità, ma così facendo il termine viene troppo spesso confuso con precarietà. Forse quello che potremmo intendere per flessibilità è la nostra capacità di adattare le nostre conoscenze a contesti diversi, la possibilità che abbiamo di apprendere non soltanto conoscenze tecniche ed operative ma anche saperi funzionali. Qualcosa che possiamo poi adattare a situazioni e contesti variegati. Una volta avrebbero detto “le basi”. Oggi, certamente, queste “basi” non son più quelle di una volta (come le stagioni 😉 ) e dobbiamo forse aggiornarci e registrare la nostra formazione su altri parametri.

In questo senso pensiamo che un esempio di quel che intendiamo possa essere rappresentato dai corsi di programmazione informatica. In gergo si chiama coding (da code, codice in inglese) ed è la competenza di riuscire a programmare un software affinché possa poi svolgere le funzioni che immaginiamo. Volendo fare un po’ di filosofia il coding è in qualche modo un atto creativo (in senso letterale) perchè spesso in informatica immaginare una cosa significa poi, quasi direttamente, poterla realizzare. Per molti esperti è una materia sempre più necessaria per chi è nato in questo millennio, al pari dell’inglese. Un docente dell’Università di Urbino, Alessandro Bogliolo, sostiene che “imparare a programmare non serve solo a creare futuri programmatori, il salto di qualità si fa quando si inizia a pensare che il coding debba diventare materia di studio. Non comprate un nuovo videogioco, fatene uno. Non scaricate l’ultima app, disegnatela.

Il concetto che sta alla base del linguaggio informatico è il pensiero computazionale, ovvero la capacità che possiamo acquisire di pensare in maniera algoritmica ovvero trovare una soluzione e svilupparla alle esigenze ed ai problemi che ci si presentano, che decidiamo di affrontare. Ammesso che questa cosa sia importante quando bisogna iniziare ad imparare il “linguaggio della macchina”? La risposta è la stessa che diamo alla domanda “quando è meglio imparare una lingua straniera?”. Presto, prestissimo, già da bambini. Per tanti motivi. Il coding dà ai bambini una forma mentis che permetterà loro di affrontare problemi complessi quando saranno più grandi. Imparare a programmare apre la mente. Per questo si può cominciare già in tenera età. Anche per uscire da un equivoco, quello secondo cui i cosiddetti «nativi digitali» siano bravissimi con le nuove tecnologie (è un luogo comune): i minuti e le ore passate davanti ad un dispositivo digitale rischiano di essere una fruizione passiva, anche se è uno svago che può assorbire tempo ed energie. Quando i bambini si avvicinano al coding, invece, diventano soggetti attivi della tecnologia. I risultati sono immediati. In poco più di un’ora si può creare un piccolo videogioco, funzionante (per farlo partendo da zero il MIT di Boston ha creato un’applicazione apposita, che si chiama Scratch). Un responsabile didattico del coding afferma che “I ragazzi che approcciano il coding via via maturano una presa di coscienza: quando lavorano per il loro videogame vogliono che sia difficile, per renderlo più avvincente e divertente; iniziano a vedere le cose da una prospettiva diversa”.

Ecco, forse proprio di questo abbiamo bisogno, di trasformare e leggere la flessibilità come una prospettiva diversa. Ma la possiamo adottare solo se abbiamo gli strumenti e le conoscenze per vederla.