Gli errori (di grammatica) da non fare in una presentazione
Rimaniamo sul tema del post precedente: presentarsi agli altri nel modo migliore. La scorsa volta abbiamo visto quali comportamenti adottare e quali evitare nel momento in cui incontriamo per la prima volta qualcuno. Abbiamo visto che ci sono modi di fare e scelte più o meno consone rispetto al contesto in cui siamo, soprattutto se il contesto è quello professionale e davanti a noi abbiamo una persona avrà una qualche influenza sul nostro futuro. I latini dicevano “verba volant, scripta manent” volendo intendere che la parola scritta ha una forza e una permanenza maggiore rispetto a quelle soltanto dette. Se è vero infatti che le parole dette hanno una potenza immediata nel momento in cui le esprimiamo (forti anche del fatto che sono collegate alla nostra immagine nel suo complesso), quelle scritte spesso rimangono fisse lì, sotto gli occhi del destinatario, per un tempo molto più lungo (a volte per sempre). Questo è ancor più vero oggi che scriviamo su un supporto che non è deteriorabile come la carta: quel che mettiamo in una mail, in un post di Facebook o in un blog posso rimanere per sempre.
Ecco perché diventa fondamentale saper, oltre che parlare, anche scrivere bene. Non tutti siamo scrittori, questo è naturale. Ma è anche vero che una scrittura quantomeno corretta, chiara e incisiva non solo aiuta a far capire meglio quello che vogliamo intendere ma serve anche a persuadere della bontà dei nostri contenuti. Sappiamo tutti scrivere? Teoricamente sì, essendo questa un’abilità che acquisiamo nei primi anni della scuola dell’obbligo. Sappiamo tutti scrivere bene e in maniera convincente? Qui la percentuale si abbassa notevolmente considerato che ci sono ancora errori grammaticali frequenti nella scrittura della maggior parte degli italiani. Vediamo quali sono in modo che, si spera, faremo più attenzione quando toccherà noi.
Gli errori grammaticali più frequenti li segnala in questo post il blog Libreriamo. Al primo posto c’è l’uso (s)corretto dell’apostrofo: “Quando si mette? Semplice, con tutte le parole femminili, quindi: un’amica sì, un amico no. E quindi apostrofo? Si tratta di elisione: non si può dire lo apostrofo, diventa quindi l’apostrofo. Infine c’è anche il troncamento: un po’ vuole l’apostrofo, perché si tratta del troncamento della parola ‘poco’“. “Qual’è” l’altro errore commesso dagli italiani? Sta proprio all’inizio della frase precedente, perché “qual è” si scrive senza apostrofo. Non può mancare il congiuntivo che sembra non rientrare più tra le abitudini linguistiche degli italiani. Il congiuntivo ha valore esortativo (al posto dell’imperativo, vada via di qua!), concessivo (segnalando un’adesione, anche forzata, a qualcosa; venga pure a spiegarmi le sue ragioni), dubitativo (es. che abbia deciso di non venire?), ottativo (per esprimere un augurio, una speranza, ma anche un timore, es. fosse vero!), esclamativo (es. sapessi quanto mi costa ammetterlo!). Purtroppo nella mente di molte persone è rimasto più chiaro il “venghi Fantozzi, venghi” del personaggio di Paolo Villaggio (che lo utilizzava come ulteriore accento per raccontare la grottesca realtà di certi ambienti). Animati da entusiasmo possono essere solo le persone di sesso femminile? No, ma forse è quello che credono coloro i quali scrivono “entusiasto” anziché entusiasta: questo aggettivo rimane con la “a” finale anche al maschile. Un errore meno grave ma che racconta sicuramente di una cifra stilistica meno precisa è quello che ci fa mettere una “d” nelle congiunzioni che precedono una parola che inizia con una vocale (come, per esempio, “ad entrare” che invece andrebbe scritto “a entrare”). Quella “d” la dobbiamo mettere solo quando la vocale è la stessa (e quindi sarebbe giusto “ed entrare”). Quest’ultimo, ahinoi, potreste trovarlo anche in questo blog.
Ora che avete scoperto, forse, qualche incidente linguistico nel quale siete incappati potete andare a vedere se per caso lo avete riportato in qualche vostra lettera di presentazione o nella mail che stavate per spedire con il vostro cv. Correggerli non sarà forse determinante per il successo del vostro curriculum ma concorrerà sicuramente a farvi fare una figura migliore.



Di solito si dice che abbiamo sempre una seconda occasione: giusto, non sembra nemmeno a noi utile affermare il contrario. Di fatto è anche il momento in cui impariamo qualcosa, perché la “seconda volta” è l’occasione in cui abbiamo avuto già un’esperienza e siamo in grado di poterla mettere a frutto, migliorando quello che abbiamo fatto bene ed evitando gli errori già commessi. Nonostante questo nella vita ci sono casi in cui questa seconda possibilità non ce l’abbiamo:




La signora Rita era un’insegnante di pianoforte. E anche una riconosciuta musicista che teneva concerti. Era anche una professoressa premiata per la sua attività didattica. Nella vita privata era una attivista per i diritti civili, soprattutto nella zona in cui viveva. Era anche una scrittrice, con tre libri dedicati ad un pianista famoso. Era anche la direttrice di una scuola di musica ed un membro di una giuria di un concorso musicale per una decina di anni. Quando la signora Rita morì se aveste chiesto ad uno dei suoi studenti chi fosse la signora Rita, questi vi avrebbe risposo semplicemente “la mia insegnante di piano”; se lo aveste chiesto ad uno dei lettori dei suoi libri vi avrebbe risposto “l’autrice del libro…”. E infine alla stessa domanda i suoi amici avrebbero risposto “una simpatica amica che suonava il piano”.
Una delle cose che fa l’Informagiovani, oramai si è detto un sacco di volte, è orientare le persone. Che cosa vuol dire nello specifico? Tradotto nella pratica vuol dire molte cose. Per esempio significa in un servizio come il nostro se fai una domanda la risposta che ricevi potrebbe non essere solo quella che cercavi, perché cerchiamo di capir se stai cercando davvero quello che fa per te (e per scoprirlo spesso ad una domanda tocca rispondere con un’altra domanda).
Al supermercato ci avviciniamo alla corsia dove dobbiamo prendere i biscotti per la colazione e troviamo subito i nostri preferiti: la busta gialla lì davanti a noi contiene i nostri preferiti, quelli che avevamo proprio voglia di addentare la mattina appena svegli. Li abbiamo scelti perché sono croccanti al punto giusto, ci saziano senza appesantirci, rispettano la nostra dieta ma anche al nostra fame. Insomma, sono quasi perfetti e siamo felici della nostra scelta. L’abbiamo fatta davvero noi? Quei biscotti stanno in quel posto nel supermercato non per puro caso o perché l’abbinamento dei colori delle confezioni suggeriva quella posizione. Il motivo per cui stanno lì è dovuto ad un processo in cui si mischiano marketing, pubblicità, gestione del magazzino e delle vendite, promozioni, accordi commerciali e qualche trucco. Insomma forse quella scelta non l’abbiamo fatta proprio noi: sfruttando il nostro inconscio qualcuno è riuscito a “darci le giuste indicazioni” per arrivare a quella scelta. Un esempio ulteriore, sempre da supermercato: caramelle, gomme da masticare e mentine si trovano in grande abbondanza vicino alle casse. Non solo perché si dice siano “acquisti di impulso” ma anche perché se andaste a vedere il loro costo effettivo prendendovi qualche istante in più (che solitamente alle casse non avete) scoprireste che le mentine potrebbero 
La creatività, come abbiamo scritto più volte anche in questo blog, può essere una grande alleata in tempi di crisi occupazionale: inventarsi un lavoro, come si usa dire, a volte è l’unica strada veramente percorribile per chi cerca un’occupazione. Ma possiamo davvero inventarci un lavoro dal nulla? Veramente il nostro ingegno può essere ancora capace di trovare qualcosa che non esiste? Esiste ancora la possibilità di far nascere dal nulla qualcosa che prima non esisteva? Rispondere affermativamente a queste domande può essere al tempo stesso un bene o un male. Per rispondere potrebbe forse essere utile capire che cosa accade nel mondo delle invenzioni, quelle vere.